Grosso disclaimer


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Grazie.

Encanto

 

 

 

 

31 Maggio 2010

Attimo

 

E’ vero.
Sono poco prolifica.
Ma nella mia testa penso ad un sacco di cose.
Scrivo pagine e pagine di pensieri.
Alzo gli occhi e osservo l’azzurro lucente di questa splendida giornata
e mi chiedo dove finiscano le braccia degli alberi e dove inizino quelle del cielo.
Uno sfondo che si muove.
E non servono occhiali magici per sentirsi parte di queste quinte teatrali.
Penso al sole che penetra le case e le accende come un filo attaccato alla corrente.
Il mondo scoppia di luce.
Ed io tengo tutto per me.
Pensieri. Progetti. Paure.
Tengo tutto dentro questa testa.
Mi carico come una pila.
E aspetto il giorno giusto per aprire il foglio bianco.
Come un lenzuolo fresco sul quale sdraiarmi.
Aspetto di non poterne più fare a meno.
Proprio come adesso.
[invio]
 

 

 

1 Maggio 2010

Senza pelle

 

Non è questione di felicità.
Nemmeno di risoluta assenza.
Semmai di latitanza.
Di doveroso e forzato silenzio.
Tante cose da dire.
Pochi tasti per farlo.
Così il tempo passa. E passa. E passa.
I giorni si sommano.
Le storie si allargano come macchie di petrolio nero sull’acqua.
I ricordi più fragili si seccano e si staccano come croste di ferite rimarginate.
Senza segno. Senza nome. Senza prova.
Il calendario diventa un’implacabile clessidra girata:
Entro settembre dovete lasciare liberi i locali.


Ecco cosa succede quando si rimanda.
Quando si tentenna convinta che le cose sarebbero potute cambiare.
[Ma quali cose.]
[Quali.]
Gli eventi decidono.
Io prendo quello che resta.
L’unica alternativa.
Senza sconti.
Senza indugi.
Senza favori.
Per anni ho aspettato l’evento scatenante per lasciare questo ufficio
L’ho aspettato nascosta e rifugiata sotto la scrivania.
Con gli occhi chiusi e le mani sulle orecchie.
Non vedo. Non sento. Non voglio.
Dover decidere. E non voler - decidere.
Ho attraversato violente burrasche e sopportato cieli neri sopra la testa.
Sono sopravvissuta agli stenti.
Tergiversando.
Raccontando[mi] storie.
Assolvendomi.
Mentendomi.
Prolungando il tempo e l’agonia.
Convinta che le cose si sarebbero sistemate.
Che il tempo mi avrebbe raccolta e rimessa a sedere davanti alla mia scrivania.
Piano piano avrei riaperto gli occhi e tutto sarebbe tornato ad essere come quando tenevo un bouquet di rose bianche in mano.
Avrei risentito l’afa leggera e bianca di quell’agosto.
Avrei sentito gli scatti di quelle foto come sul set di un servizio fotografico.
E i miei occhi sarebbero tornati ad essere ingenui e puri come quelli di una sposa in abito bianco.
Si.
Si sarebbe cancellato tutto.
Un diluvio universale mi avrebbe riportata alla vita.
Ed io mi sarei risvegliata con un cerchio d’oro rosso all’anulare sinistro.

Povera illusa.
La clessidra resta girata.
Non c’è più niente che io possa fare per cambiare il corso degli eventi.
Qui si chiude. Le nostre strade si dividono.
E Dio solo sa se ci rivedremo ancora.
Muoviti.
[non riesco]
Deciditi.
[non voglio]
Vai.
[Ho paura].


Un giorno. Dieci. Forse un mese. E sarò via da qui.
Gli occhi fissi sulla sabbia che scende dalla strozzatura del vetro.
Guardo la mia scrivania e cerco di imprimere nella testa ogni cosa.
Non voglio dimenticare niente.
Nemmeno di aver già vissuto questo momento.
Altri tempi.
Finita ogni tempesta l’aria si faceva quasi calda.
Bastava voltarsi per risentire il profumo di quell’estate.
Ma il tempo inventa se stesso.
E così niente sconti.
Anche se lasciare questo ufficio significa lasciare 15 anni della mia vita.
Lasciare per sempre anche la sola idea di non essermi sbagliata.
Abbandonare la mia giovinezza.
Mutilarmi.
Chiudere il sipario.
E non sentire più i suoi occhi puntati addosso dentro i quali mi sono riflessa per tutti questi interminabili anni.


Correva l’anno 1992.
L’università alle porte.
I sogni da grande.
Le prime sigarette.
E una ventina di compagni di classe ai quali dare la mano e non perdiamoci di vista eh.
Poi si sa. La marea disperde e allontana quasi sempre. Quasi tutti. E quasi tutto.
Rivedersi diciotto anni dopo è un’emozione strana.
Matrimoni e convivenze che funzionano. Figli piccoli. Chi uno. Chi due. Chi in attesa.
Osservo i quadri delle loro esistenze raccontate.
Siamo partiti tutti dalla stessa striscia gialla.
Avevamo tutti gli stessi sogni. Più o meno.
Eppure qualcosa non mi torna.
In poche parole liquido 18 anni della mia vita.
Nessuno riesce a commentare.
Mi accorgo dell’imbarazzo che genera la diversità del mio racconto.
Niente figli.
Niente lieto fine.
E un lavoro che non si può dire perché ormai non c’è quasi più.
Però non sono sola.
Lo dico.
Me lo dico.
Ed è su questo bastone che appoggio le mie parole.
Una leva che mi apre le labbra in un sorriso
E il discorso ora cambia.
Gira.
Quanto sono cambiata.
Ventisette anni e un bouquet di rose bianche da tenere in mano.
Trentasette anni e una manciata di firme necessarie
come forbici su quelle rose bianche.
Quanto tempo.
Quanti desideri.
Quanti sogni.
Quanti palloncini da legare al polso.
Ho atteso questa primavera come si aspetta lo sbocciare di un fiore.
Un nuovo germoglio che spunta tra le braccia della mia pianta sopra la libreria.
I vestitini leggeri.
Il profumo del gelsomino.
Il sapore caldo della sera.
I tramonti golosi.
Il tempo che non ho vissuto.
Tutte le cose che ho voglia di fare.
Un credito da riscuotere.
Quel po’ di buona vita che mi spetta.
Frutta di stagione.
Per recuperare mesi. Stagioni. Anni.
Voglia d’essere riempita di semi.
Voglia di sbocciare.
Fiori di pesco.
Una nuova vita.


D. si aspetta di trovare un cambiamento.
Qualcuno si chiede se io stia bene.
Qualcun altro conta il tempo dell’assenza.
Ed S. ignora ancora questo spazio.
Io penso che qui non ci sia niente.
O forse ci sia tutto.
A volte mi rileggo.
Una forma paradossale di nostalgia e rabbia.
Mi rileggo e sono lontana anni luce.
Mi rileggo e il giorno dopo controllo la cassettina della posta sotto casa.
Assaporo giorni di pensieri lunghi e lontani.
Immagino impossibili vite che non vivrò
Proietto disegni di nuove aspettative su terreni forti come un sentimento che si rivela una notte di giugno.
Approdo e scivolo verso angoli di breve serenità
Un cielo azzurro dietro le nuvole.
Dietro lontane persiane azzurre.
Sopra chilometri d’asfalto.
 


Mentre chiedo alla terra di chiudersi sul ricordo.
 

 

 

 

4 Marzo 2009

Il seme fecondo

 

Il pensiero ha la forma di uno scarabocchio sul foglio.
Girandole d’inchiostro blu come vortici senza nucleo.
Tratteggi e segni interrotti sullo spigolo di un’immagine.
Quella del tuo viso.
Che riesco a ricomporre solo ad occhi chiusi.

Gio mi dice ascolta il concerto a Colonia di Keith Jarret.
Gio mi dice che lo ascoltava quando era all’aria.
Gio mi dice che è bellissimo.
Ed io lo ascolto.


http://www.youtube.com/watch?v=jzqMJWlKMsY


Ed è come adagiarmi su quei tasti.
Su un ventaglio a pieghe morbide.
Su una zattera in mezzo al mare.
Mentre le girandole si sciolgono e diventano fili. Pensieri. Direzioni che non riesco a sterzare.


Non è cambiato ancora nulla dallo scorso dicembre.
Nessuna rosa per ogni gradino.
E sul tappeto davanti casa ho trovato solo i sacchi dell’immondizia.
Quelli nuovi. Quelli per la raccolta differenziata.
Girando l’angolo ho visto spuntare qualcosa.
E per un attimo ho sperato che qualcuno mi avesse segretamente sentita.
Un solo attimo.
Un solo istante.
Accorgersi di contarci sempre. E ancora.
Nonostante questi ultimi mesi di aspettative affogate.
Di nomi sempre diversi.
Di speranze come bottoni senza occhielli.


Ritaglio l’ennesima carta di picche.
Il cuore nero. Girato al contrario. Da tenere in mano come un coltello.
Per tagliare l’eccesso. Il sentimentalismo. La cimosa inutile di un cuore che diventa sempre più piccolo.
Mi sfrondo senza [quasi più] sentire dolore.
M’indurisco dietro una risata che spacca in due il silenzio.
Mentre chiudo di nuovo gli occhi e cerco di ritrovare qualcosa di bello.
Un pensiero a colori.
Mentre resto in piedi in mezzo alla scacchiera.
Pedina di un destino beffardo.
A collezionare tutta una serie di passi falsi.
Ma non mi scoraggio.
Tengo tra le mani questa mia profonda sensibilità.
Questo ritaglio da porgere all’uomo che saprà trovarmi.
In una busta chiusa.
E una scritta sul dorso.
In corsivo.
Sue mani.
 

Cielo grigio fuori di qui.
Tutto quello che mi circonda trattiene il respiro.
Mentre il pianoforte racconta. Ed io trascrivo.
Chè oggi non me la sento di lavorare.
E’ come se non fossi qui.
Come se fossi l’ombra lontana e indefinita di una sagoma sconosciuta.
Come se fossi un ricordo.
Mi castigo tra i vorrei che non avrò mai.
Chè sentire non è da tutti.
Che non avrei mai pensato di arrivare ad essere così s o t t i l e.
Ogni cellula un sensore.
A tratti sorrido. A tratti mi si gonfiano gli occhi.
Che sei voi sapeste cosa ho dentro.
Se voi. Già.
Se voi.
Chè mi sono chiesta molte volte come io appaia ai vostri occhi.
Quale sia l’immagine dall’altra parte del monitor.
Quale siano le radiazioni. Le sensazioni. I colori.
Quale sia l’idea di me.
C'è che il mondo mi cammina a fianco.
Mentre io vorrei camminarci dentro.



Le persone parlano di profondità e si perdono nell’inconsistenza.
Cercano la sicurezza e si ritrovano tra le mani una manciata di soldi.
Bramano l’amore ma in realtà non sanno riconoscerlo.
E finisce sempre così.
Credere in qualcosa e rimanerne inevitabilmente delusa.
Aspettare senza ricevere.
Diventare un po’ burattino.
Lasciarsi portare alla deriva perché non si ha più la forza di nuotare.
Lasciarsi sfilare dalla mani il timone del proprio umore.
Permettere che gli angoli delle nostre labbra siano all’ingiù o all’insù
come la smorfia di una maschera carnevalesca.
Finisce sempre così.
Ascoltare un pianoforte per naufragare lontano.
[Però]
Però anche i burattini comandano.
I fili vanno dalle mani del burattinaio al burattino.
Ma anche viceversa.
Basterebbe tagliarli.
Schioccare le dita.
Svegliarsi dal torpore.
E rialzarsi. Con i fili ancora sfilacciati ai polsi. Alle caviglie.
Rialzarsi e andare. Non importa dove. Ma andare.
Perché finisce [anche] così.
Che quando tagli i fili è il burattinaio ad accorrere per ripararli. Annodarli. Aggiustarli.
Ché altrimenti anche lui non avrebbe più il suo burattino.

 

Bendati gli occhi.
E guardami con le dita di un cieco.
Annusami.
Assaggiami.
Toccami.
Parlami della mia voce.
Della consistenza della mia pelle.
Bendati e prendimi le mani.
Avvicina la tua guancia alla mia guancia.
Trafugami calore. E.
Amami.
Amami.
Amami.

E solo allora.
Solo quando ne sarai sicuro
sfilati la benda.
E guardami.
 

 

 

 

 

 

3 Dicembre 2008

Dita di marmo

 

 

Correrò più veloce che posso
fino ad arrivare nel mezzo di alcun luogo
fino ad arrivare nel mezzo delle mie frustrazioni
e giuro che sei come una pillola
invece di farmi star bene mi fai star male
mi fai star male

[P!nk]





Era ora. Lo so.
Ma l’assenza è una droga. Un’abitudine necessaria. Un vizio che non si controlla.
Come il bisogno di scrivere.
Come l’istinto di scarabocchiare su qualsiasi pezzo di carta che mi capiti tra le mani.
Decine di occhi senza volto. Di volti senza nome. Di labbra senza parole.
E pagine.
Intere pagine col mio nome scritto ovunque.
In corsivo. In stampatello. Con la sinistra.
Intere pagine a ricordarmi chi sono.
[Io].
Con i miei punti della situazione.
Le decisioni a metà.
E una risposta troppo difficile [ancora] da scrivere.
Che non è facile tornare indietro nel tempo.
Risentire l’afa come un cappio stretto al collo.
E frantumarmi in pezzi così piccoli come quel giorno all'aeroporto.
Chè la fiducia non è una forma ma una sostanza.
E se viene meno
[allora]
tutte le parole sono foglie secche pronte ad incendiarsi al primo cerino gettato.
Che non conta il dolore.
Non contano i chilometri.
Non conta più un cazzo di ciò che è stato.
Ma ciò che è.
Il presente.
Che conferma tutto.
La fiducia che non c'è stata. Il dolore. E i chilometri.
E vaffanculo.


Questi giorni sono piombo.
Queste foglie morenti sono lame.
E questo inverno è così nuovamente insopportabile.
Con il sole stanco e le vetrine riallestite di manichini perfetti ed eternamente felici.
Nel loro silenzio castigato.
Una condanna senza indulto.
Mentre li osservo e passo oltre.
Chè non basta restare immobili per non lasciarsi travolgere dagli eventi.
Chè anche ad essere bravi a saltare le onde prima o poi arriva quella che non ti aspetti.
E ti piega le gambe.
L'onda di emozioni insidiose nate da necessità impazienti.
Emozioni che destabilizzano.
E ti fanno perdere l'equilibrio.
Chè per restare sulla corda ed arrivare all'altro capo bisogna mantenerlo.
L’equilibrio.
Cercando di [ri]trovare la lucidità necessaria per allontanare ogni pensiero costruito su prospettive sbagliate.

Che basta davvero poco per cadere.

Basta l'inspiegabile ed improvvisa indifferenza di una persona
che il giorno prima teneva le sue dita tra i tuoi capelli.
Come rami di glicine intrecciati alle trame di ferro di un cancello bloccato.

Basta accorgersi di aver chiuso gli occhi per fugare la consapevolezza di aver creduto
per l'ennesima volta
all'ennesima persona sbagliata.

Basta una distrazione
[fatale]
per trovarti di nuovo a quel fottuto punto di partenza.


La solitudine di questa casa è insopportabile.
E questo freddo mi da sui nervi.
Anche per questo scelgo l’assenza.
Per non darmi voce.
Per lasciarvi nel dubbio che sia davvero cambiato qualcosa.
Per costruire su questo sfondo nero l’ologramma del sorriso che vorrei avere.
E che ancora non ho.
Mi sento vuota.
Come un uovo bucato da un ago.
Che dentro ormai ho un pozzo così profondo che se ci urli contro la voce non torna.
Resta solo il silenzio.
Come un'eco bastarda che rimbomba tra queste pareti ovattate.
Pareti sempre nere.
Pareti sempre le stesse.
Chè ho voglia anch'io di piccoli progetti.
Di un capodanno da festeggiare.
Di un paio di gambe da intrecciare alle mie.
Di mattine lunghe fatte di baci assonnati e un caffè prima di.
Di messaggi schifosamente dolci e telefonate impazienti.
Di sprofondare in un abbraccio senza minuti contati.
Ho voglia di quotidianità.
Di cose meravigliosamente normali.
Ho voglia di tornare ad usare la parola amore.
Che se non sapessi cosa fosse [forse] non lo pregherei così tanto.

Ultimamente leggo più di quanto scriva.
Cerco ostinatamente qualcosa che mi somigli.
Qualcosa che mi spieghi. Che mi dia un'alternativa. Che mi spinga verso pensieri positivi.
Che in fondo a me basterebbe davvero poco.
Come una fiamma di vita gocciolante e calda.
Colata in vena come cioccolato fondente. Denso. E nero.
Ho centinaia di bisogni e nessuna monetina da infilare nel juke box.
Niente da barattare.
Tutto da pretendere.
Come quando torno a casa la sera e vorrei trovare qualcosa davanti alla porta di casa.
Una busta. Un pacchetto. Una sorpresa.
Una rosa per ogni gradino.
Ci spero così. Senza una ragione.
Perché non ho più la capacità si sperare nel modo giusto.
E quindi invento un futuro senza coordinate.
Perché ho bisogno di una cosa bella.
Ed ho bisogno che questa cosa bella scelga me.
Così.

E che si faccia trovare
[per caso]
sul tappeto davanti casa.
In un qualsiasi giorno grigio
di questo inverno

così

nuovamente

insopportabile.

 

 



 

 

10 Agosto 2008

L'impronta nascosta




Io sono sempre stata come sono
anche quando non ero come sono
e non saprà nessuno come sono
perché non sono solo come sono.

[P. Valduga]


 

 


Dieci di agosto.
Due valigie mezze piene sul letto.
Le finestre aperte.
Le persiane spalancate.
Fuori la città è mezza vuota.
Con le tapparelle abbassate e le piante abbandonate sui davanzali dei terrazzi.
La frenata di qualche macchina.
Le voci nitide della signora al piano di sotto.
I colpi di coltello della rosticceria di kebap sotto casa.
[Mi chiedo cosa affettino con tanta ostinazione]
L’acqua che esce dalla canna per riempire un secchio.
La stessa acqua versata a cascata nei vasi sotto casa.
Il rumore di bottiglie rovesciate nel bidone del vetro.
Ceres e becks e bottiglie di vino.
I vuoti del bar all’angolo.
Quello vicino alla rosticceria.
Sono quasi le otto di sera.
La frenata di un pullman.
L’accelerata di una moto.
Ogni rumore a quest’ora acquista una sua personalità.
Un’immagine. Una storia. Un suo perché.
E poi è agosto.
Il dieci di agosto.
La tv spenta.
I libri immobili.
Le tende tirate.
Ascolto i rumori.
I tasti schiacciati dalle mie dita.
[invio]
L’acqua dalla canna nel secchio.
[invio]
Ancora.
[invio]

Non ho voglia di partire.
Sono tre giorni che allungo le ore come fossero chewingum.
Quando non ci sono più minuti da tirare
rimetto tutto in bocca e mastico di nuovo.
Chè quest’estate è la prima estate che me ne vado via così.
Con programmi e destinazioni all’ultimo minuto.
Con pensieri appena sbucciati e pieni di ammaccature.
Con una fame che non si pronuncia
una sete che non si spiega
e una voglia di partire non abbastanza forte da farmi infilare le ultime cose in valigia.
Chiuderle in un paio di zip e via.
Invece no.
Io. Eterna indecisa.
Con la costante e patetica paura di sbagliare che m’incatena a questo posto del cazzo.
Il cane dei vicini “shila” si lamenta. Non abbaia. Guaisce.
La ventola del computer sbuffa.
La luce naturale piano piano si ritira.
Si stacca dai muri e dalle cose e dalla mia pelle.
Esce dalle finestre come un’ombra e si [ri]congiunge al pezzo di cielo che vedo da qui.
Ancora azzurro.
Ancora chiaro.
In questo angolo di mondo.

C’è che non mi va di partire senza scrivere niente.
Senza aggiornare questo sito.
Senza salutarvi con la manina.
Senza dirvi che non starò via per molto.
E che comunque non sarà nemmeno abbastanza.
Chè al rientro la mia scrivania avrà i giorni contati.
Chè il dado è tratto.
E che spero di ritrovarvi.
Di sfiorare il monitor e sentirvi lì. A farmi sentire la vostra mano.
A stampare le vostre impronte sul mio monitor.
Ed io le mie sul vostro.

Intanto.
Vivo la mia estate come un tour fra le rovine silenziose delle mie debolezze.
Non ho più il benché minimo cazzo di equilibrio.
E per di più il clima vacanziero mi innervosisce.
Come un Natale anticipato di festoni e progetti.
Che si sa.
Io parto per non restare.
Perché restare mi uccide.
E non sono più in grado di scegliere il buono scartando il cattivo.
Mordo il marcio e poi lo sputo.
Per non strisciare di fronte al compromesso maturo e succoso con il verme dentro.
[invio]

Abbasso la testa e mi distraggo contando le mattonelle sul pavimento.
Seguo le fughe con lo sguardo in un labirinto inventato e disegnato dietro la parete bianca.
E mi appoggio senza riguardo sul fianco della mia ostinazione.
Indistruttibile.
Affilata sugli spigoli come la lama di un rasoio.
Pericolosa e nociva come il Vape per le zanzare.

Sospiro.
Respiro.
Senza che vi sia differenza.
Cerco disperata un qualsiasi sollievo.
Ora.
Adesso.
Qui.
Che è il posto più lontano che conosco.
La mia capanna sull’albero.
Il mio rifugio segreto.
Tra questo nero senza sole.
Immersa nel silenzio fatto di silenzi.
I vostri.
Seduti dall’altra parte a leggere.
Uno. Due. Forse tre.
Un diaframma verticale che ci divide
tra parole che invitano senza chiedere.
Mentre fuori si consuma il delitto di sogni adolescenti.
E le macchine frenano.
E l’asfalto resiste.
E le moto scalano marcia.
Mentre quasi non ci vedo più.
Che la luce ora è solo fuori.
Quella che avanza.
Che resta ancora un po’ per non far perdere la rotta.
Giusto il tempo di accendere la luce.
[invio]

E resto immobile.
Cieca.
Come una maschera dalle orbite vuote. Profonde. Nere.
Cavità senza fondo.
Spaccata e irrigata tra le crepe di un tempo bastardo.
Da masticare.
Succhiare.
Sputare.
Che non riesco nemmeno più a parlare di sogni e avventure.
Frigida e castrata nel limbo dell’indecisione.
I pomeriggi nel giardino dei miei sonnecchiano tra i rumori delle posate dei vicini
e il ronzio delle api tra le rose.
Mentre i pianeti s’incontrano ad augurarmi buona sorte in un mese che gira veloce.
Ed è quasi sera.
Ed è quasi notte.

E saranno giorni di mare i prossimi.
Mentre l’ultima di agosto partirò per l’isola che c’è.
Sorvolando così la responsabilità di un impegno che mi allontana dal cerchio.
[invio]

Non ho grandi speranze per queste vacanze.
Prenderò il sole e mi stancherò della spiaggia dopo solo un paio di giorni.
Mi farò coccolare da mio padre per il doppio del suo tempo
per recuperare quell’affetto che gli ho sempre cercato da piccola.
Mangerò pesce e verdura e frutta di stagione.
condividerò l’alba con mia madre.
Camminando in silenzio in riva al mare.
Quando il sole si stacca dall’acqua quasi fosse una sua creatura.
Una bolla fradicia e gocciolante di vita.
E spero di tornare più energica e decisa.
Impavida e risoluta.
Con qualche incertezza in meno
e un paio di speranze in più.
[invio]

 



Vado di là a chiudere le valigie.
[invio]

 



 

 

 

24 Giugno 2008

La collina dei ciliegi

 

[Scrivi…]



Scrivo.
Non che sia facile fare l’ennesimo punto della situazione.
Soprattutto quando le idee sono tante ma non prendono abbastanza rincorsa per saltare.
Ho pensieri ancorati a problemi duri come sassi
e nemmeno questo caldo riesce a farli evaporare.
Così.
All’improvviso.
Senza che qualcuno ne denunci la scomparsa.
Il problema più grosso resta la necessità di andarmene da qui.
Dove questo “qui” significa anche da “lui”.
E da questa situazione ormai insostenibile.
Devo rimettermi in gioco.
Cercare nuovi lidi verso i quali fare rotta.
Allargare il cerchio delle mie conoscenze.
Rendere ufficiale la mia residenza.
Il mio stato civile.
Cercare un lavoro che compensi almeno in parte i sacrifici di questi ultimi anni.
Concludere questo racconto ed iniziarne uno nuovo.
Comprendere e riflettere sul fatto che il bene alle volte non basta a farti restare.
Che il tempo non si ricicla.
E che
[come dice Palahniuk in Diary]
a tutto ciò che non comprendi puoi sempre dare il significato che vuoi.

Ho dormito ad ore alterne la scorsa notte.
Torturata da invisibili zanzare bastarde assetate di sangue.
Il mio sangue.
Le finestre aperte e le tende scomposte.
Il copriletto esiliato sul pavimento e il solo lenzuolo di cotone sulla pelle
Prima sul fianco. Poi supina. Poi a pancia in giù.
Gli occhi a tratti socchiusi nella penombra.
Il corpo livido ed emaciato.
I pensieri strappati dalla pelle. Dalla testa. Dalle dita. Dalle ossa.
E Shakira così silenziosa al punto da lasciarti credere d’essere solo una statua.
Eppure.
Nemmeno tutta l’ironia di cui sono capace riesce ad alleviare questa infelicità dalle radici profonde.
Questo dolore galleggiante e presente in ogni mio sorriso.
Questa malattia ormai cronica.
Io che resto in piedi per inerzia più che per voglia.
Io che faccio la forte e dico di star bene.
Io che poi mi raggomitolo nel letto abbracciando il cuscino per non annegare.
Io che dico no non ci penso e poi passo ore ed ore a sfogliare file e foto e mail sperando d’essermi sbagliata.
Io che comincio ad odiare anche il silenzio della mia casa al mattino.
Il bicchiere per uno. Il piatto per uno. Il caffè per uno.
Quando forse un tempo non era poi così male sentirsi doppi.
Fintanto che il doppio non è tornato ad essere uno.
Punto e a capo.


Mi sono iscritta all’ennesimo corso.
Anche se ad aprile m’ero ripromessa di non farne più.
Solo quattro lezioni.
Una fuga dall’altra parte di Milano e un altro attestato da appendere alla pareti.
Faccio ricerche su Google pensando che forse l’evento scatenante
in grado di cambiare radicalmente la mia vita
possa nascondersi tra i click del mouse.
Così digito:
“evento scatenante”
INVIO
E dapprima mi compare un articolo sulle ondate di freddo storico
e di seguito una domanda sull’esclusione della omosessualità dalle malattie.
Sono fuori strada mi dico.
E di eventi scatenanti nemmeno una flebile traccia.
Eppure io sento che qualcosa sta per cambiare.
Sento di essere sulla strada giusta.
I nervi esasperati abbastanza.
E il tempo impaziente di ricominciare.
Io l’evento scatenante me lo sto costruendo su misura.
Chè s’impara anche questo.
A confezionarsi gli eventi addosso.
Ad imbastire rapporti e cucire esperienze calzanti a pennello come un abito di fine sartoria.
Il caso resta il dettaglio.
Il bracciale in tinta con la borsa e le scarpe.
Quello che alla fine da significato al tutto.
Il tutto che si chiude a cerchio.
Dentro ad altri cerchi concentrici.
Io sono al centro.
E nessuno t’insegna però come uscirne.
[Dicevo].
Io.
Che al dettaglio sto attenta.
Alla pennellata di rosso che infiamma il biancoenero.
Io che raccolta sul divano con le ginocchia al petto mi guardo attorno.
Immobile.
Sovrastata dalle mie necessità e punita dall’immobile parete bianca che non parla.
E vorrei sparire. O dormire. E dimenticare.
E risvegliarmi nuova.
Senza questa tensione emotiva e tempestosa che mi è dentro.
Posseduta e animata dal tratto del pennello inquieto di Schiele.
Io. Che ieri sera mi sono riconosciuta e riflessa negli occhi infossati delle donne che ha ritratto.
Sfogliando un libro sulle sue opere.
Io su quelle pagine.
In quel segno mai fermo. In quelle mani nodose.
Quasi fossero il punto in cui tutto converge. E da cui tutto si snoda.
E mi sembrava quasi di sentirlo.
Di sentire la sua instancabile voce mediare la posa e il rossore di sua sorella Gerty.
Mentre io stessa avrei dato qualsiasi cosa per posare nuda davanti al suo genio.
Con le gambe aperte e gli occhi assetati del suo stesso bisogno.
Sentire la scossa che trasforma l’ispirazione in opera.
Opera d’arte.
Sempre sul filo. In bilico. Tra poesia e lussuria.
Tenebroso. Irrisolto. Rabbioso Schiele.
Instancabile genio consapevole e triste.
Ed è così che inizio a cercare sul web una scuola che mi dia la possibilità di dipingere il nudo.
“pittura dal vero nudo milano”
INVIO.
Cerco un laboratorio. Un atelier. Un corso.
L’importante è tornare a dipingere.
Come quando da ragazza frequentavo la scuola serale di pittura.
C’erano due aule.
E mentre io mi stancavo a ritrarre barattoli e vasi stracolmi di fiori di plastica
Nell’aula accanto si consumava il mistero del corpo nudo.
Il diaframma tra la vita e il pensiero.
Io che a fine lezione entravo a spiare incuriosita i disegni sui cavalletti
tutti disposti intorno ad una specie di letto coperto da una stoffa color “verde sala operatoria”.
Un’alcova sulla quale spiccava la traccia in gesso della posa provvisoria della modella.
Quanta diversità se penso al mondo affascinante degli atelier parigini e viennesi!
Così ho mandato una mail.


Quale sarà adesso il prossimo passo.
Il prossimo giorno.
La prossima catastrofe da tirare in piedi?
Incastonata e levigata dal tempo resisto imperterrita come pietra preziosa.
Un topazio colorato dai raggi luminosi e dorati del potente dio del sole Ra.
Gli antichi greci credevano che esso avesse il potere di rendere invisibile colui che lo indossasse in caso di emergenze.
Se penso a quante volte avrei voluto esserlo io.
[Invisibile.]
Entrare in luoghi (s)conosciuti ad ascoltare la vita consumarsi alle mie spalle.
I sotterfugi. I tradimenti. I piani dettagliati che avrebbero sancito la mia fine.
Rubare intimità e gesti impensati.
Sviscerare lacrime e timidezze.
Intrugli e magie e condanne.
Pentoloni a bollire con incantesimi e sciagure.
Io che invisibile non lo sono mai stata.
Io che piuttosto ho reso scomoda la mia presenza.
Persino fastidiosa.
Come un sassolino nella scarpa.
Come cibo tra i denti.
Come la puntura di un insetto incattivito.
Pruriginosa e pronta a minare l’incerta stabilità altrui.
Inconsapevole mina esplosiva ancorata sotto i ponti precari di matrimoni indissolubili
Pronta a stupire con la mia risolutezza colui che nemmeno sapeva cosa fosse.
La risolutezza.
Difficile e persino molesta con le mie domande senza risposta.
Con le mie aspettative di nylon bucato a fare acqua da tutte le parti
Immorale ed ingenua.
Attraverso strade che hanno perso il loro nome
Affinché io diventassi Encanto.
Così come sono oggi.
Così come non potrei essere altrimenti.
Io. Che non so essere invisibile.
Imploro l’altro volto della mia medaglia.
Allo stesso modo in cui un bottone si affaccia al suo occhiello.
La spina alle sue prese.
Il filo alla sua cruna.
Perché ho una fottuta voglia di vivere che mi lacera dentro
imprigionata in questo corpo stanco di non essere azzurro e lucente.
Ho bisogno che qualcuno mi prenda per mano.
E mi porti dall’altra parte della collina dei ciliegi.
Ho bisogno di stare bene.
Senza troppe pretese o aspettative.
Di stare bene e basta.
 

 

 

 

 

28 Maggio 2008

Tango di primavera






Quero, terei
Quero, terei
e não aqui,
Noutro lugar que inda não sei.
Nada perdi.
Tudo serei.

[Voglio, avrò
Voglio, avrò
se non qui,
in altro luogo che ancora non so.
Niente ho perduto.
Tutto sarò.]

Pessoa

 



Eccola qui la primavera.
Mentre spunta come un ranuncolo bagnato
tra semine acerbe e verdi distese di frumento ancora giovane.
Eccola qui la primavera.
In una manciata di promesse mescolate a sementi invecchiate
chiuse nel pugno di un contadino che rivendica il giusto tempo all'attesa del frutto.
Eccola qui la primavera.
Con tutti i suoi buoni propositi da mettere in ordine. In fila indiana. Uno vicino all'altro.
Come tanti birilli bianchi destinati a cadere alla prima sfida.
Come tante piccole tessere disposte in un domino spietato che non concede indulti.
Come carte da gioco. Per costruirci fragili castelli in cui abitare.
Eccola qui la primavera.
Fatta di quelle decisioni che ancora non ho preso.
Fatta di una pioggia silente e furtiva. Abituata a scendere senza farsi troppe domande.
Fatta di piccoli sentieri trovati quasi per caso.
Un cerchio che si chiude intorno a quell'unico pensiero inconfessato.
[Perché mi hai mentito?]
Eccola qui la primavera.

Appoggio le mani sulla tastiera.
Tengo le dita aperte ed osservo le mezzelune bianche in cima ad ogni unghia.
Osservo le mie vene. Fili di rame sottopelle. Ora più spessi. Ora più sottili.
Cosa resta di questi anni vissuti senza rotta?
Lettere. Musica. Fotografie. Oggetti.
Restano cose.
Le prove che discolpano. Liberano. Slegano.
Verità essiccate che assolvono la follia.
E che no. Non mi sono inventata tutto.
Gradini superati. Nastri tagliati. Traguardi raggiunti.
Muri scavalcati e scavati con le unghie e le dita macerate dal sangue.
Prove di una follia che giustifica le sue ossessioni.
Vita che resta dopo la morte.
Segni di lacrime mai scese e cementate dietro la corona dell'iride
Silenziose e sgretolanti.
Come pioggia sui sassi.
Come acqua nelle grondaie.
Come pioggia che libera e sprigiona.
Quando l'afa mi prende per la gola e mi soffoca.
E quasi mi uccide. Una volta. Due volte.
E poi torno a respirare. Di nuovo.

Eccola qui la primavera.
Fatta di errori che macchiano l'istinto con la loro fallibilità.
Quando non sai nemmeno perché fai certe cose.
Così le fai e basta.
Come inviare una mail. Che subito dopo vorresti sbattere la testa contro il muro per averlo fatto.
Illusa. O forse più semplicemente ingenua.
Chè ci sono montagne di detriti incollati uno sull'altro agli angoli della bocca
a coprire ogni gusto.
Anche quello del primo frutto di stagione.
Anche il senso alle cose che io [ostinata] continuerò a dare.
Anche se.

Eccola qui la primavera.
Dopo mesi di silenzio in cui non ho scritto ma vi ho pensato.
Immaginandovi dietro a questo monitor fatto di quadrati e salive in attesa.
Che vorrei quasi parlarvi.
Stringervi la mano e dirvi ciao eccomi qua.
Sbirciare i vostri pensieri. Catturare le parole e raccontarvi una storia.
Un album di fotografie incorniciate e un biglietto aereo nel cassetto.
Ed eccola qui la primavera.
Anche per voi.

Chè in fondo le cose non vanno mai come dovrebbero
anche se poi mi chiedo allora dimmi come cazzo vorresti che andassero.
Che il germe dell'errore è ovunque.
E qualsiasi decisione io prenda probabilmente non sarà quella giusta.
E non potrò sperare di salvarmi o assolvermi.
Qualsiasi Via del Compromesso. Qualsiasi Via dell'Ignoto.
Nessuna sarà mai quella giusta. Nessuna quella sbagliata.
Sarà solo una scelta.
Che mi porterà altrove. O mi lascerà nello stesso punto in cui mi trovo.
Adesso.
Nel solito ufficio.
Seduta sulla solita sedia. Davanti al solito pc. Con le solite dita sulla solita tastiera.
La solita radio trasmette il solito sesso di Max Gazzè.
Guardo fuori dal solito portone semiaperto.
Guardo il solito ritaglio di cielo.
Che oggi è così bianco e quasi mi acceca.
[E mi salva per un solo istante.]
Senza stimoli. Senza motivazioni. Senza prospettive. Senza e basta.
Invoco una folata di vento a distruggere il castello.
Carte sparse ovunque. Carte che si alzano in volo. Carte che fuggono lontane.
E sarà il vento a decidere quando trascinarmi fuori da qui.
Da questo solito ufficio.
Da questa solita tastiera.
Per correre dietro alle carte.
Inseguirle.
Che altrimenti potrebbero volare ancora più lontano.
Rischiando così di perderle.
Forse per sempre.

Ed eccola qui la primavera.
"Maledetta" cantava Loretta Goggi.
Che se non ti avessi trovato gaio ed ilare sotto chiome d'alberi nuovi
forse un senso l'avrebbe avuto quel messaggio.
Perchè dicevo. Io mi ostino a darne sempre uno. Di senso. Alle cose.
Come i vettori che hanno direzione e verso.
Fissata l'origine da cui parte tutto. Il piano cartesiano. Con i punti e le rette.
E anche le spezzate. Interrotte così.
Mentre stavano per.
Spiccare il volo.
O schiantarsi al suolo.
Spezzate che nessuno chiuderà mai.
Eccola qui la primavera.
Con un geranio rosso alla finestra che semina petali sulle scale
come gocce di sangue che non sporca.
Eccola qui la primavera.
Con la sterile speranza di ritrovare quel tempo nel tempo.
E lo specchio di quel sorriso al contrario che non mente.

Resto immobile sul ponte di questa nave
con la mano tesa sopra la fronte e lo sguardo incollato e fisso sul filo dell'orizzonte
pronto a segarmi l'iride in semicerchi di verde sconfitto.
Che se fosse possibile sprofondare senza essere vista
alle volte
ancora
lo vorrei.
Chè di domande senza risposta ne ho troppe da smistare in questo confuso angolo di vita.
Ho [rin]chiuso la tristezza in piccole boe blindate che ondeggiano mute.
Le vedi laggiù in fondo?.
Come curiosi forzieri di qualcosa che non so dire.
Osservale. Mobili nell'istante che invece appare fermo.
Talvolta il mio sguardo si fa più vacuo. Le boe sembrano quasi trasparenti.
E m'illudo così che siano scomparse. Disperse. Inghiottite dal mare.
Altre volte invece lo sguardo si focalizza proprio su di loro.
Ed è come se sentissi i colpi del loro ondeggiare sui fianchi.
Ed eccola qui la primavera. Tra queste parole.
Chè il mare invece non ha stagioni.

Ho un vita fuori da questo schermo.
Doveri che mi condannano.
Necessità che implodono.
Zavorre che mi trattengono.
Seduco per dimostrare a me stessa che posso darmi ancora delle possibilità
Esco con uomini per i quali non riesco a provare nulla.
Mi complico la vita alimentando desideri che non assecondo.
E la tempesta arriva improvvisa.
E tutto intorno torna ad essere acqua.
Forse pretendo molto.
Ma non è mai più di quello che sono disposta a dare


Scomposta sul pavimento
Ti porgo un cuore fecondo e una bocca da riempire.
Aiutami a raccogliere le carte di questo castello distrutto
e adagiami con un caschè sulla mano del mondo.
Rimetti in ordine con i gesti questa vita dal respiro lento
chè tanto le parole volano di stagione in stagione come petali.
E non polline.

 


 

 

 

 

19 Febbraio 2008

Meno per meno

 

 

 

Qualcuno dice che il mondo finirà nel fuoco,
altri dicono nel ghiaccio.
Da quel che sento di desiderare
rimango tra chi preferisce il fuoco.
Ma se si dovesse morire due volte,
penso che saprei abbastanza dell'odio
per capire che anche la distruzione del ghiaccio
è grande
e sarebbe sufficiente.



(Robert Frost - Fuoco e ghiaccio)


 



Perché non scrivi più?




Non lo so.
E' come se vivessi il negativo delle cose.
Rovesciata all'indietro.
Occhi chiusi e sensi accesi.
Sento l'inverso di quell'istinto incontrollabile che un tempo metteva le mie dita sulla tastiera.
Ecco perché non scrivo più.
Perché quell'amata necessità si è fatta cieca.
Implode anziché esplodere.
Si zittisce anziché urlare.
Si nasconde invece di uscire allo scoperto.
I giorni passano e l'orologio resta fermo.
L'attesa diventa abitudine e non fa più notizia.
Come il delitto più atroce.
Come l'evento più atteso.
Come tutte le cose che si abituano ad essere solo cose.
Ma il tempo non invecchia.
Io si.

Il sette febbraio è passato senza che io me ne rendessi conto.
Nessuna riflessione.
Nessun minuto di silenzio.
Niente di niente.
La mente umana è in grado di ricordare con meticolosa precisione alcune ricorrenze.
E di cancellarne altre con altrettanta spietata disinvoltura.
Restano solo vecchie date spuntate.
Post-it incollati sulle pagine di un calendario scaduto.
Niente fotoricordo.
Niente flash ad illuminare la scena.
Perchè le difficoltà hanno tinte scure che disegnano i confini del bianco.
Sono foto non scattate che ci traghettano da un'immagine all'altra.
Da un sorriso all'altro.
Da una sponda all'altra
e crescono rigogliose nella terra di mezzo.
Chissà se l'intensità di "quel mezzo"
misura la profondità del suo prima e del suo dopo.
Chissà.
Resta il fatto che sento la profonda necessità di prendermi un po' di buona vita.
Ho bisogno di un "più" gigante che pareggi tutti i "meno" che si sono moltiplicati in questi anni.
Voglio disperdermi nel superfluo per dimenticare l'essenziale.
Almeno per un po'.
Per il tempo che basta.
Perché in tutti questi anni io ho provato a cambiare le cose.
Ci ho provato davvero.
E questi fogli ne sono cari testimoni.
Questa esistenza a metà ne è invece la diretta conseguenza.

C'è che quello che mi frega sono le alternative.
Alle volte vorrei non aver la possibilità di scegliere.
Se andare o restare.
Perché il bivio è una fottuta fregatura.
E la scelta ricade sempre sull'inevitabile.
Toglietemi l'aut aut.
Le scelte.
Le sfumature.
Scelgo la libertà di essere schiava.


C'è un sole pallido in questi giorni.
Filtra dai vetri disegnando arabeschi d'inverno.
Non posso dire di stare bene.
E non posso dire di stare male.
Sto.
C'è una brina di malinconia che entra dalle mie narici ogni mattina.
E come bruma invernale si distende sopra le vene
sospesa e immota sotto lo scorrere caldo e rosso del mio sangue.
Esisterà mai una via per salvarsi da questo disincanto impietoso?
Esisterà mai qualcuno in grado di amarmi per quello che sono?
Senza pretendere che io sia diversa.
Senza pretendere e basta.
Ho bilanci senza equilibrio.
E sempre un dare che non pareggia il suo avere.
La medesima patetica malinconia del primo giorno in cui ho iniziato a scrivere.
Una forte disillusione che sporca ogni possibile slancio verso il futuro.
E la profonda incapacità di legarmi a qualcuno.
Quante volte ci ho provato?
Una. Due. Dieci. Cento.
E altrettante una due dieci cento non ci sono riuscita.
Perché in fondo ai dubbi esiste spazio per i rimorsi.
Ed io ci penso.
Se sia meglio questo inverno.
O se lo sia stato lo scorso.
Oppure quello addietro ancora.
Avevo sognato una vita diversa da questa.
Ma pensarci non cambia le cose.

La musica mi ricorda quanto sconfinata possa essere l'emozione.
Vorrei essere in grado di comporre.
Vorrei poter esprimere quello che sono.
E di fronte all'immensità di questi vorrei non riesco che a tacere
per riunire tutte le cose insieme.
Perché nella solitudine di questo istante percepisco netti i miei confini.
I contorni delle mie capacità.
I limiti di questi pensieri che sbattono su un quadro di Pollok
o sull'azzurro di una veste dipinta da Tiziano.
Sento che mi manca tutto.
Tutto.
Mentre perdo le ossa sulle note leggere di Einaudi.
E questo spazio finalmente esplode per contenere la loro immensa bellezza.


Fuori da questo cerchio milioni di storie.
Ad ognuno la sua.
Io ad esempio ho smesso di fumare da quasi un anno.
Eppure nascosta da qualche parte conservo ancora una sigaretta.



"Meno per meno fa più."


 

 

 

 

3 Dicembre 2007

La regina e il compromesso

 

Inutilità.
Ecco il vero motivo di questa assenza.
Un profondo senso di inutilità che spegne ogni impulso.
Ogni intuizione.
Ogni riflessione.
Ogni ispirazione.
Anche i pensieri che nascono in stringhe di parole per essere condivisi.
Anche l’entusiasmo che s’inchiostra su ogni singolo tasto premuto.
Ogni proposito mi rende inconcludente.
Come se fossero cambiate le risposte.
Come se scrivere avesse poco senso.
Spenta ogni illusione le parole restano solo parole.
Non forano.
Non toccano.
Non emergono da questo nero che le risucchia.
Perché da questa scena non ci si salva.
Perché vorrei siringarmi da dentro quest’acido maledetto che corrode la fiducia.
Perché la verità non ha sorgenti.
E l’amore è una truffa ben congegnata.
Ditemi voi verso quale dove spostare lo sguardo.
Se verso un cielo bianco che non ha il coraggio di sbriciolarsi in neve.
Oppure.
Oppure mantenere lo sguardo fisso a terra
scrutando le ombre che si cibano di polvere stagnante.
Ditemi voi cosa scegliere tra il compromesso e la solitudine.
Perché non è possibile che la più sottile verità rivesta la più grossa menzogna.
Solo l’ago non mente.
Fuggendo sempre il sole
e puntando verso nord.

Implodo senza far rumore.
Mentre la pioggia saltella sul vetro della mia macchina.
La delusione infanga i ricordi ma non ha più la forza di rivendicarne la dignità.
Perché tutto quello che pensavo era bugia.
Tutto quello che ho sentito non è mai stato.
Tutto quello che ho visto non è mai vissuto.
Tutto quello che non immaginavo in realtà è accaduto.
E quindi dove si trova l’equilibrio?
Tutto sembra così irrimediabilmente privo di significato.
Superficiale. Sterile. Vuoto.
Come se esistessero solo contorni e superfici.
Ma non profondità.
Una scenografia bidimensionale.
Un nastro proiettato da guardare contro luce.
Senza suoni. Senza odori. Senza e basta.
E la colpa potrebbe essere realmente di questo cielo grigio senza carattere.
Oppure di tutto quello che ancora non accade.
Sarà colpa di questa dilagante mediocrità che livella tutto sotto lo stesso filo.
Uno skyline che rivela orizzonti tutti uguali.
Un’assenza di avvallamenti che è più dentro che fuori.

C’è un mare in tempesta sotto l’asfalto.
C’è un nero di acqua senza schiuma che si agita ai margini delle strade.
Sento lo stomaco rimpicciolirsi
sotto la stretta di un pugno sempre più piccolo e strozzato.
Non riesco più a gridare la rabbia mentre l’odio fermenta e coltiva segrete cancrene.
Vorrei liberarmi dal passato che m’incatena al presente.
Vorrei sentirmi libera. Anche se liberi non si è mai.
Vorrei innamorarmi. Davvero.
Corrodermi Consumarmi. Sgretolarmi d’amore.
Ma non riesco a muovere un passo.
E m’illudo che qualche carezza clandestina e un bacio rubato mi facciano stare meglio.
Ma l’illusione non cambia le cose.

Nascondere i vestiti alla rinfusa dentro agli armadi non significa riordinare.
Credersi giudici sugli altri non conferisce dignità e giustizia a se stessi.
Bruciare una lettera non cancella il fatto che sia stata scritta.
Occultare le prove di un delitto commesso non estingue il reato e non dissipa le colpe.
Perché la vita non si costruisce sui ritagli selezionati di ciò che vorremmo.
E la bellezza è tale quando emerge e si distingue proprio da ciò che è disarmonico.
Così.
Semplicemente.
Perché non è importante che un diamante brilli più di un altro.
L’importante è che brilli.
Per se stesso.

Volete sapere la verità?
La verità è che sino a qualche settimana fa avevo ancora 61 messaggi sul telefonino.
61 superstiti aggrappati alla memory card.
61 pensieri scaduti. Sbiaditi. Senza replica. Muti testimoni di pensieri bugiardi.
Castagne col verme. Spaccate sul collo ormai incorniciato da colonie di larve.
61 messaggi rimasti in vita grazie al respiratore artificiale.
61 messaggi che hanno imbastito un autunno caldo. Cucito un inverno gelido. E spaccato una primavera tiepida.
61 messaggi che sostanzialmente non valevano più un emerito cazzo.
Li ho contati due volte. Li ho riletti uno ad uno.
Ho maturato la forza ed ho staccato la spina.
D’ora in poi non terrò più alcun messaggio.
Di chiunque esso sia.
Voglio sperare che un uomo abbia qualcosa da dirmi ogni giorno
perchè non è rileggendo il passato che si riverbera il presente.

C’è che io ci metto molto tempo a staccarmi dalle cose.
Ne resto aggrappata.
Un po’ come i miei capelli fragili appesi allo scarico della doccia.
Cocciuta.
Ostinata.
Consapevole che tanto prima o poi dovrò cedere alla spietata evidenza.
Il tempo che passa. Gli argini che si rompono. L’acqua che esonda e mi trascina via.
Una corrente spietata verso le tubature buie del mio futuro.
Non so ancora affrontare le sconfitte ed esorcizzarne gli effetti.
Sono prigioniera di questo foglio.
Di questo sito.
Di voi che leggete.
Delle mie stesse parole.
Al punto da vergognarmi persino di quello che sento. Dentro. Ancora. E ancora.
Ometto verità per paura di giudizio.
Fuggo da questa umanità che mi fa scivolare su un piano comune.
Così a qualcuno racconto.
A qualcuno ometto.
A qualcun altro nascondo.
E non c’è pace in tutto questo.
Cammino senza meta pedinata da fantasmi che mi fiatano sul collo.
Sto attenta alle parole. Mai troppo velate. Mai troppo evidenti.
Uso metafore per non chiamare le cose col loro nome.
Arrivo al dunque per vie tortuose e m’infliggo pene ingiuste
per espiare una colpa che ho stabilito essere mia.
Ed anche le piccole cose diventano tormento.
Mostrare un documento. Oppure richiedere un certificato. Od effettuare un’iscrizione.
Sono stanca di nascondermi.
Stanca di scegliere la strada più lunga per evitare il nemico.
Stanca di odiare tutti per non amare me stessa.
Prigioniera di questo tempo fatto di mute ricorrenze.
Il silenzio come il buio consuma drammi.
E coltiva sentimenti deboli e ciechi
dalla pelle sottile e i capelli bianchi.
La luce fortifica. Il sole riscalda. La dolcezza “sgonfia” l’ego indurito.
La verità è che qualche mese fa ho pensato al futuro.
E quel futuro aveva persiane azzurre e un mare alla finestra.
Proprio come in un quadro di Hopper.
The room by the sea.
E non mi sono mossa da quel sogno aggrappata come il mare ad uno scoglio
sino a quando non l’ho visto voltare l’angolo dallo specchietto retrovisore.
Il finestrino abbassato e gli occhi chiusi
ad ascoltare il frusciare caldo degli alberi a mezzogiorno.
Cosa succede. Ora.
Se abbasso le braccia e non mi curo della spallina che scivola giù.
Cosa succede. Ora.
Se penso alla vita con il cuore colmo di disincanto.
Cosa succede. Ora.
Se rinuncio all’illusione e mi affranco eternamente dal sogno?

La verità è che non faccio l’amore da molto tempo
perché non riesco più a fidarmi di chi ho addosso.
E mi fermo prima che le mani passino sotto la gonna.
Soffio sul fuoco prima che si accenda.
Cos’è successo da allora?
Più nessun corpo nudo. Sul mio corpo nudo.
Solo desideri consumati e schiacciati tra l’asfalto e le ruote.
Solo baci infuocati e mani curiose.
Solo orgasmi soli e arrotolati tra le lenzuola e le mie dita.
Imbastisco immagini confuse e alimento desideri inconfessati
Per quando forse accadrà di nuovo.

Mi riscopro colma di passione timida.
E sarà come togliere il nylon dalle cose.
Ritrovare l’ossigeno sotto il fiato plastificato di questa nuova esistenza.
Come fosse la prima volta.
Chiudo gli occhi sulle note di questo suicidio d’amore della Nannini.
E sottovoce canto.
E sottovoce desidero.
Cerco un nome per dedicarla
mentre nell’intimo silenzio della mia casa è già Amore.
Vorrei tracimare come schiuma di latte che bolle.
Essere silenziosamente arginata da un mare calmo e confortante.
Perché non so più trattenermi.

Fosse facile poi.
Raccontarsi.
Spogliarsi.
E traboccare.
Mentre fuori gli alberi muoiono d’autunno.
 

 



 

 

 

30 Settembre 2007

 

Frammenti d'Autunno

 


Non so da dove iniziare.
Un imbuto pieno di cose successe e nessuna goccia di vino prodotto.
Devo trovare le parole giuste per dare forma e calligrafia ai pensieri
spogliandomi così di queste ultime settimane di fine estate.
Ma non è facile raccontare tutto senza evidenti metafore.
Descrivere senza usare immagini ben messe a fuoco.
Scrivere negando risposte e alimentando domande.
Comporre musica senza note.
Sul solito pentagramma a righe sfilacciate.
E' difficile allontanarmi da ciò che è successo.
Prendere il giusto spazio dagli eventi
per averne una visione quasi obiettiva. Quasi reale. Quasi giusta.
Difficile restare ferma.
E non muovere un passo verso il racconto.
Per poi alla fine cancellare tutto.
Parola dopo parola.
Riga dopo riga.
Una freccia al contrario sulla tastiera.
Pochi secondi e via.
Non c'è più nulla.

Ma c'è una sorta di necessità che mi opprime.
Quella di scrivere.
Di sbriciolare gli eventi.
Farli a pezzettini piccoli piccoli.
E soffiarveli addosso.
Così da farvi sentire la mia presenza.
Lontana. Lontanissima. Dall'altra parte del mondo.
Viva.
Come quando accarezzi un animale sulla pancia e ne senti battere il cuore a fior di pelle.
Dovrò pur scrivere qualcosa mi dico.
Che di acqua sotto i ponti ne è passata.
Che di cose in fondo ne sono successe.
Anche se alla fine sono ancora qui.
Stessa tastiera. Stesso cielo. Stesso tutto. O quasi.
E poi.
Poi c'è questo sito da portare avanti. Ci siete voi.
Ci sono i propositi. Ci sono le delusioni. Ci sono io.
E soprattutto
ci sono troppe cose che non possono essere cancellate.




No. Il cielo dell'Africa non è uguale al nostro.
I colori sono accesi. Gli occhi sono abissi. E l'aria sa di pepe.
Il rosso è come il fuoco. Il blu è l'oceano. Il giallo è l'oro. Il viola è uva matura.
E' un altro mondo lì.
E te ne accorgi quando torni.
Quando scendi dall'aereo e l'avere tutto torna ad essere un problema.
E m'è rimasta la voglia. Il desiderio di tornare.
Il bisogno di quel sole che scalda le ossa
e di quel cielo talmente bello che di così non ne ho mai visti.
Mi sdraiavo sull'acqua a pancia in su.
Le braccia allargate ad abbracciare il cielo.
E pregavo. Pregavo lo Spirito Infinito. Pregavo Dio.
Affidavo a quelle magnifiche nuvole basse i miei pensieri. 
Raccontavo a quel cielo complice della mia solitudine a termine.
Pensavo. E pregavo. E sognavo.
Come avvolta dal tepore di una placenta.
Respirando l'aria ad occhi chiusi per rinnovare la promessa.
Certo non potevo immaginare che quelle nuvole non avrebbero mai sfidato l'oceano e il deserto per mantenerla.
[Ingenua.]
Giorni interminabili
chiusi a ceralacca
su fotogrammi di tramonti in un conto alla rovescia.
Ricordo lo sguardo fiero delle donne.
Lo sguardo di chi riconosce il bianco delle tue mani.
Quella forza e quell'orgoglio che riuscivano a mettermi in imbarazzo.
Lontana anni luce da quella terra.
Con le mie lenzuola di cotone e il sapone profumato.
Lontana da quella ricca povertà di cose.
E poi i bambini. Centinaia. Milioni di bambini dagli occhi neri.
Profondi come pozzi.
Con la mano tesa a chiedere una penna. Una penna cazzo. Una penna per scrivere.
La purezza che offusca il capriccio di chi invece ha tutto.
L'ingenuità che spalanca le labbra in un sorriso che ti riempie.
Ed è nei loro occhi che si nasconde la verità. La più assurda. La più semplice.
La ricchezza di chi ha niente.



Milano. Domenica sera.
Un pretesto qualunque. E ci ritroviamo a parlare.
E me ne accorgo da subito che mi piace.
Sfuggire ai suoi occhi.
Distrarmi sul suo sorriso che sa di buono.
Quasi timido. Quasi dolce. Quasi perfetto.
Mentre mi perdo in un vortice di parole raccolte senza mire.
Parole che sbriciolano risa leggere di fine estate.
E intanto un filo si arrotola al mio braccio ogni volta che mi tocca. Per gioco.
E lega tra loro fresche sensazioni appena recise.
Mentre il tempo si accorcia ed è ora di andare.
[Sconosciuto].
Ti portano via. Così.
Senza che io sappia dove.
E ti ritrovo solo qui.
In queste dieci righe che non leggerai mai.



A proposito di felicità.
Che esista. O non esista.
A me fa paura.
Assurdo.
Paradossale.
Com'è possibile aver paura d'essere felici?
Tutti vorremmo esserlo.
Mi dico.
Eppure.
Eppure ne ho così tanta da scegliere pensieri tristi.
Scelgo di dormire nella metà del letto vuota.
Scelgo il silenzio dell'assenza.
Scelgo di amare la solitudine.
Scelgo la pioggia.
Scelgo il grigio in cui vivo.
Scelgo il rifiuto.
Scelgo tutto ciò che non ho.
Perché.
Perché conosco la solitudine.
So come affrontarla. Come gestirla. Come viverla.
Conosco le sue sfumature.
I suoi angoli. I suoi segreti. Le sue torture peggiori. I suoi fantasmi.
Conosco i suoi punti di forza.
Ma anche i suoi punti deboli.
[La felicità?]
Sarei in grado d'essere felice davvero?
Io. Non lo so.
Giuro. Non lo so.
Ma conosco il dolore.
Quello sottile e pungente come il primo gelo di stagione.
Quando esci al mattino.
E non te l'aspettavi.
E ti pizzica. Sotto pelle. Sino ad infilzarti la carne.
Conosco il silenzio.
Ho imparato a parlargli.
Conosco gli incubi. Mi fanno apprezzare il risveglio.
Conosco il vuoto. Mi fanno sorridere di fronte ad un messaggio che non mi aspettavo.
Ho imparato a conoscere il niente.
Ed ho trovato anch'io la ricchezza.



A proposito d'intenti.
L'ultimo esame.
E la risposta che mi trasforma nell'ennesimo numero da ricordare.
Un biglietto da visita che mi confeziona
e mi relega laddove forse faticherò a ritrovarmi.
Io invece voglio dipingere.
Con tele e pennelli e colori ed olio di lino.
E riportare alla luce le tinte che ho dentro.
Ho voglia di cambiare casa.
Mi basterebbe un terrazzo e una stanza in più
perché corro il pericolo d'essere fagocitata dalle mie stesse mura.
Quarantacinque metri quadrati quasi totalmente occupati.
C'è disordine ovunque.
Non ci sta più niente.
Sono sommersa dai libri.
Dai cavi.
Dalla roba da stirare.
E la mia vita in casa si risolve quasi unicamente sul divano.
Lettura. Computer. Cena. Colazione domenicale. Telefono. Tutto.
E non va bene. Lo so.
Dovrei uscire più spesso.
Trovare il giusto compromesso tra l'essere "troppo" di stati d'animo differenti.
Distaccata quanto basta.
Frivola quanto basta.
Ho bisogno di un uomo che si prenda cura di me.
Ho bisogno di una carezza.
Ho bisogno di annegare in un abbraccio caldo e duraturo.
Ho bisogno di qualcosa che si possa toccare.
Come una mano. Una certezza. Un fatto.
Prendo distanza dalle parole.
Perché le parole sono armi.
E il fatto che un'arma sia facile da usare
non significa che tutti sappiano usarla.
E chi ne sottovaluta il pericolo
non sa riconoscerne i rischi.
Io non potevo sospettare che il silenzio fosse una risposta.
Non potevo pensare d'essermi nuovamente illusa.
Ci credevo.
Una sorta di fede che annulla i margini del possibile.
Ma non è bastato.
Nemmeno questa volta.
Non c'è niente che io mi rimproveri.
Niente che non avrei dovuto fare.
Niente che io voglia cancellare.
Perché non si riparte mai da zero.
Mai.







[Quei chilometri sembravano non finire mai.]
 

 

 

 

 

25 Luglio 2007

In due parole

 

C'è qualcosa di maliardo nella fugacità di un temporale.
Nella polvere che si alza in nuvole minacciose
nella storia di ogni singolo granello di sabbia
stille di terra che si annidano nelle tasche dei passanti ignari
negli angoli bui di stanze dalle persiane socchiuse
nelle scarpe di cuoio consumato di uno straniero
negli anfratti misteriosi di ogni mente. Di ogni dove.
Cieli grigi di note basse
alternati
agli acuti di cieli azzurri
senza nuvole di panna montata.

Ed io la adoro.
Quest'estate capricciosa.
Quest'estate fatta di temporali improvvisi.
Questo cielo senza modello
questo tempo senza pronostici
l'odore dell'erba appena tagliata.
E quel placido ronzio pomeridiano.
Il ronzio delle api che ciondolano sui fiori.
Il respiro sonnecchiante del sole a tre quarti.
Lo stesso da sempre. Da ancora prima che nascessi.
Fruscio complice di ogni estate passata e che verrà.
Odori che si ripetono.
Rumori che sonnecchiano eternamente
adagiati in un vivo letargo perenne.
In un tempo mai estinto.
E mi ricamo addosso questo umore leggero
che saltella e svolazza come una farfalla impazzita.
Questo slancio verso i propositi.
Questo istinto di sopravvivenza che diventa voglia.
E questa voglia che diviene vita.
Questo coraggio di pensare al cambiamento.
Alla svolta che salva.
Al salto che rigenera.


Ci sono ancora notti in cui il mio passato (ri)torna.
Si concretizza in sogni ogni volta diversi
così ben congegnati da sembrare fin troppo reali.
E al mattino il risveglio è sempre improvviso.
Apro gli occhi.
Tengo il viso appoggiato al lenzuolo
mentre cerco di mettere a fuoco fotogrammi reali
con immagini umide e vivide di sogno.
Ed ho la sensazione
d'essere stata scaraventata nel futuro
attraverso una diabolica macchina del tempo.
Come se la notte fosse un tunnel temporale.
E provo un senso di quiete in tutto questo.
Di silenzio. Alienazione. Immobilità.
Cos'è successo.
Dove sono finita.
Perché mi trovo qui.
Ci metto qualche minuto a ricordare tutto.
Il tempo necessario per riconoscere la sveglia sul comodino.
I vestiti sulla sedia.
Il tavolo della cucina che si vede anche dal letto.


In ufficio è diverso.
L'unico tunnel di fuga è il ritaglio di cielo disegnato tra il computer e il portone d'ingresso.
L'unica via verso la salvezza.
Perché tutto quello che vorrei e non ho resta inscatolato qui dentro.
Inciso sulle pagine di un indirizzo e-mail.
Resta sopito il sogno.
Crisalide ancora troppo debole e insicura
per liberarsi dal bozzolo
e mostrare le sue meravigliose ali colorate.


Nell'ultimo mese avrò aperto cento pagine di word.
Ma che dico cento. Mille.
Ma che dico mille.
Un milione di pagine di word.
E su tutte ho scritto qualcosa.
Qualcosa che ho interrotto a metà.
A cui non ho dato un punto. Una fine.
Pensieri sospesi. Pensieri incompiuti.
Parole senza frasi. Discorsi senza filo. Desideri senza riscatto.
Lo stesso concetto espresso in modi e mondi e forme diverse.
Alla fine le cose vanno dette
perchè poi ci si sente leggeri e in pace col mondo.
Meglio vuotare il sacco.
Dire quello che c'è da dire
e che Dio ce la mandi buona.


E' il dieci di novembre.
E il sole splende in ogni angolo di Roma.
Le finestre di questo ufficio sono aperte verso il mare.
Verso le case. E i palazzi. E il parcheggio di sotto
da cui parte la discesa orlata dai pini marittimi.
E l'aria è calda e sorridente.
Ricordo i post-it colorati appiccicati un po' ovunque.
I tappi sui raccoglitori.
Le donne della pulizia come sentinelle in agguato.
Ho cercato in ogni modo di allungare i minuti
come se fossero elastici.
Eppure
alla fine si sono spezzati.
Il tempo si sa
non concede indulti.
Mai.


L'altra sera piangevo. Sul divano.
Mi sono fatta un gin tonic con ghiaccio.
Erano mesi che non me ne facevo uno.
Erano mesi che non piangevo così.
Erano mesi che non evaporavo
nella calda umidità delle mie lacrime.
E poi c'è stato ieri.
Il mio onomastico.
Ed è passato un anno.
Ed eravamo già così.
Un po' folli, un po' tristi, un po' sognatori,
un po' straziati... un po' noi...

E mi manchi.
Non sai quanto.
Si.
Dico a te.
Perché è qui che volevo arrivare.
Tutto inizia e finisce con te.
Anche i pensieri.
Fanno giri strani ma poi si chiudono a cerchio.
E tu sei al centro.
E tutto intorno ruotano tempeste e quieti
notti e sonni naufragati
castelli e petali rovesciati
dentro una scatola rossa.
E se basta un ciao
a cancellare mesi d silenzio e propositi
allora chiamami "amore"
e sfida gli argini di un destino che non ti appartiene.
Scrivimi le labbra con le tue parole
perché questa volta sono io
ad aver squarciato il mio cuore
per farci entrare il tuo.
Allungami i tuoi sogni ed io ti farò assaggiare i miei.
Masticami il sonno e accarezzami tra lenzuola di cotone
ogni sera prima della notte.
Condividimi il tempo e la musica
e dipingimi il viso con le dita di un cieco
che vede oltre il buio degli occhi.
Insegna al tuo Fiore che
niente al mondo
è più importante dell'amore.
Che se c'è un motivo per cui la vita
valga la pena d'essere vissuta è proprio questo.
Per quel volo che solo due persone che si amano sanno fare insieme.
Per quella forza che ti spara il sangue nelle vene sino a gonfiarti il cuore.
In ogni istante
respirami addosso
così ch'io possa sentire la tua calda presenza.
E incalzami di sogni il sonno
così che al risveglio
io possa amicarmi un altro giorno
affinché sempre più corta
sia la conta
verso Noi.
Perché te lo dico così. Qui.
Anche se a voce
le parole sarebbero
solo due.


 

 

 

 

 

8 Giugno 2007

Il lancio dei dadi

 

Ci volevano.
Questa fine pioggia senza pretese.
Questa malinconia di colori.
Questo cielo così umido e queste nuvole così turgide.

Ci voleva.
Questa lunga pausa
tra le note di un’estate quasi pronta a dorare campi e maturare frutti.
Un sospiro di aria fresca mentre ti osservo.
Tra dune di quarzo e pensieri sospesi come palloncini.
In questa primavera che incede brada
lasciandosi alle spalle rose spoglie e dolori eterni.

Ho tolto la coperta dal letto.
La biancheria si asciuga in mezza giornata.
Non metto più le calze.
E da due settimane non mi accendo una sigaretta.
Eppure in tutto questo c’è qualcosa che manca
Qualcosa che non torna.
Qualcosa che non riesco a catturare.
Quella certezza che sfugge.
Quel pensiero bastardo a forma di cuneo.
Quella spirale senza inizio. Senza fine. Come il nastro di Moebius.
Quella costante sensazione di aver perso qualcosa.
Di non aver guardato bene.
La stessa che ti fa tornare indietro a controllare la serratura.
Si. Avevo chiuso.

Credo che sarà sempre così.
Credo che nella vita questa sensazione non mi abbandonerà mai.
Credo che non avrò mai la certezza di aver fatto la scelta giusta.
Di aver scelto la caramella più buona.
Il frutto più maturo.
Il pugno giusto.
Quello che nasconde il dado.
Il dado a sei facce.
Tutte con un sei a pallini. Neri su bianco.
Avrò sempre quella sensazione di incompletezza.
Di mancanza. Di perdita. Di imperfezione.
Quella consapevolezza di non poter dire sono davvero felice.
Anche se in fondo comincio a star meglio.
Anche se in fondo penso che tutto ciò che ho perso in realtà non sia mai stato mio.
Ahimè
viviamo castigati dietro le sbarre di ciò che vorremmo e non ci appartiene.
Voglia di mandorle e cioccolato fondente.
E desiderio marcato delle tue parole. Centellinate. Profumate.
Come fiori bianchi e blu che non appassiscono mai.
Impressi sulla lastra precaria di un ricordo.

Eppure il paradosso resta in piedi.
Se pensi a quanto sia più reale e forte ciò che non si ha
piuttosto ciò che si possiede.
E la risposta esatta è sempre quella più semplice. Scontata. Banale. Perfetta.
Come la matematica che insegna a semplificare tutto.
Ai minimi termini. Ridurre l’equazione.
Ancora. Ancora. E ancora.
Sino all’osso. Nudo e spoglio di enfasi superflua.
E così te lo dico. Senza troppi giri di parole.
Mi manchi.


La notte.
Lei si che è bastarda.
Fa emergere tutte le mie necessità.
Ed affiorano tutte insieme.
Quando rientro la sera. In tangenziale. Mentre ascolto U2 e la macchina è un tempio fasullo sorretto da instabili cariatidi.
E tutto intorno cola il silenzio assoluto e diffuso di sonni sconosciuti.

    You say
     one love
     one life
     when it’s one need
     in the night.


Quando non è solo un bisogno
A tenermi sveglia. Nella notte.
Ma la maledizione del tuo nome che rivendica l’eco della voce al risveglio.
E prego.
Che tu possa svegliarti di soprassalto armato del coraggio notturno
che del volere ne fa potere.
Prego.
Che la notte sia lunga quanto un viaggio
E che il buio non ceda alle lusinghe dell’alba
Mentre le stelle ti fanno strada
e il tempo scorre impietoso sopra un letto ancora vuoto e provvisorie abitudini.

Ed eccolo.
Eccolo lì il momento in cui mi ritrovo.
In cui mi vedo. In cui mi sento. In cui mi parlo. In cui mi spoglio.
E sull’asfalto si sdraiano nomi e pensieri.
Ad occhi chiusi.
Come in una tragica e pericolosa roulette russa.
Ed è l’unico posto al mondo in cui mi sento davvero nuda.
Nuda di me.
Nuda di tempo.
In un attimo lungo e sospeso.

     You say
     Love is a temple
     Love a higher law
     You ask me to enter
     But then you make me crawl
     And I can't be holding on
     To what you got
     When all you got is hurt


E la canzone finisce
Mentre lo stomaco torna a riempirsi.
Il sangue a fluire.
I pensieri ad aggiustarsi.
Ed eccola ancora lì
La strada.
Come se non fosse successo niente.
Come se non avesse sentito nulla
se non il peso delle ruote che cicatrizzano l’asfalto.

Resta ancora incartato il compromesso più grande.
E muto
il prestigiatore che trasforma anelli d’oro in cerchi d’ottone.
Il passato rivendica sentimenti sfioriti e accorda il futuro
legando mani e bendando occhi.
Ad offrire così un’esistenza senza odori.
Talvolta penso che il profumo sia un privilegio
e l’amore una rinuncia necessaria.
Eppure non riesco.
Non riesco a mentirmi.
E’ più forte di me.
 


E forse.
Dovevo proprio farmi male per tornare a stare meglio.
Sentire il dolore fisico della pelle che si spacca.
Sbucciarmi le ginocchia.
Rotolare giù per una montagna.
Spezzarmi le ossa.
Per questo bisogno cucito addosso di amore
che non chiede altro d’essere nutrito.


Dover necessariamente arrivare al limite di ogni emozione
per riscoprire la voglia di vivere
davvero.

 

 

 

 

4 Maggio 2007

La medaglia delle ore

 

Ore 16.20
 

Non trova riposo oggi questo dialogo tra carta e parole.
Inchiostro e tastiera. Bianco e nero. Amore e odio. Apostrofo e accento.
Me e te.
Vorrei assestare gli eventi come libri sugli scaffali.
Tenerli un po’ tra le mani. Disporli secondo il calco dei miei desideri più folli.
Ed infilare le tue dita con anelli di saliva.
Assaggiarti come fragola.
Desiderio inconfessato che ancora ritrova i tuoi occhi su quella sedia.
In cucina. La tavola apparecchiata. Il caffè sul fuoco. Il letto di là. Ancora disfatto.
Parlarti come si conviene.
Dirti quello che non ti dirò mai.
E che mi lapida dentro.
Con sassate che forano la retina della mia sensibilità.
Scontro fatale col desiderio che s’incarna come un’unghia
laddove non ci sono più muscolo e vene innestate.
Perché non è giusto. Perché un senso dovrà pur esserci.
Perché la bugia più grande sono queste parole.
Perché oggi mi sei dentro come un liquido che brucia.
Come limone sulla ferita. Come veleno che uccide. Che mi scopa l’anima sino in fondo.
Vorrei chiudere gli occhi e riaprirli guardandoti.
Che ogni battito di ciglia sia l’incredulo tintinnio dei tuoi baci. Su questo cuore di metallo.
Su questa cerniera che chiude e nasconde il mio sesso.
Che ricalca ancora la forma del tuo. Le tue dita. Le tue mani. Le tue parole. All’orecchio.
Come la canzone. Perché io da quella sera…
Spiegami perché non passa.
Spiegami perchè non posso far finta di nulla.
Spiegami perchè gli alberi mi ascoltano.
E non vorrei mai fermarmi. A nessun semaforo. Correre. E non guardare. Non sentire.
Quel profumo.
Forte.
Forte.
Forte.
Che non va via.
La natura mi spia. Mi segue.
Indelebili tracce sulla schiena. Di manate sconosciute.
E sul fondale della mia vita vissuta si raccolgono i giorni e il suo polline
dove avrei voluto ritrovare ogni santo giorno le orme dei tuoi piedi.
Resta sigillato il forziere.
Incagliato e muto custode di un libro mai trovato.

 


Ore 1.50
 

Perché la notte ha la sua musica.
Perché i due mojito ora sono sangue.
Perché ti cerco sapendo di non trovarti.
Perché c’è sempre lo stesso disordine.
Perché non voglio tendere le corde sfilacciate di falsi strumenti d'autore.
Non voglio danzare sulle note inquietanti di una melodia che corre verso la sua fine.
Perchè non me ne frega niente dell'immagine.
Di tutto ciò che si vuole e non si perseguita.
Perchè non credo più a nulla.
E la vita va fregata. Va presa con un sorriso.
Per incularla quando si gira. E non ti vede.
Perchè il sogno è più vero di quello che accade.
Perchè adesso mangio biscotti Mulino Bianco a gambe incrociate sul divano.
E so di conoscere la verità. Quella che tutti cercano.
Quella che tutti vorrebbero sapere.
Perchè non c'è niente di più reale e poetico di questo momento.
Perchè io so osservare. Vivere. Respirare. Amare.
E la mia sensibilità va oltre l'umano.
Oltre l'orizzonte che recide il giorno.
Oltre i limiti di questi fottuti caratteri.
Perchè è così e basta.


 

 

 

2 Aprile 2007

Ritratto

 

Bisbigliano echi
rotondi di suono
nel silenzio
spigoloso
della mia notte.
Fugge la quiete al risveglio
e dell’onirico groviglio
mi lego e mi vesto
chè tanto
Lui
non si spoglia di sogno
per diventar vero.

Succo amaro di pensieri
spremuti senza buccia.
Chè dicevi di tornare.
Chè il niente
era patimento necessario
a ricompensa
del tutto.

Ma io non so dire di occhi
movimento d’inganno
senza traduzione.



 

29 Marzo 2007

Tramonta una stella: l'esecuzione del pandoro



Uno

Difficile mettere in ordine i pensieri.
Non hanno mai un posto fisso.
E nella mia testa sono disposti alla rinfusa.
Come le bacchette di shagai sul tavolo.
Come palline di polistirolo rovesciate sul pavimento.
Come molecole impazzite in una stanza chiusa.
Entropia.
La confusione che asseconda la sopravvivenza.
La mia. Distorta. Contorta. Perfetta esistenza.
Cerco angoli sempre nuovi dove disporli.
Trovo armadi sempre più bui dove nasconderli.
Rifugiati o dimenticati. Per un po’. Quanto basta.
Per ritrovarli un giorno per caso.
E non ricordarli nemmeno più così.
Così come li avevo lasciati.
Così come quando li tenevo per mano.
I pensieri per mano.
Come bimbi.
Come borse.
Come fiori.
Come pesi.

Marzo inoltrato.
e alberi recisi a metà.
Radici spesse che sotto terra non vedono più luce.
E alimentano rancori contro se stesse per non essere marcite
prima di quel taglio. Netto. Senza ritorno.
Mi bruciano gli occhi.
Dormo poco.
Sono irrequieta.
Come se avessi mille cose da fare.
Come se le ore fossero minuti.
I minuti polline.
I secondi polvere.
Le lancette lame.

L’intolleranza si affina laddove prima c’era ammirazione.
Provo fastidio nel leggere l’amore sgretolato in poesie quasi a volergli dare dignità.
Quella stessa che il giorno con la sua luce gli nega.
Quella stessa che la notte con le sue stelle gli condanna.
Come se l’amore potesse avere un altro luogo dove consumarsi.
Come se le parole bastassero a rendere sapori per un palato assente.
Che non può immaginarli.
Che non puoi emetterli.
Che non può sentirli.
Che non può. E basta.

Questi fogli sono stati psicofarmaci. Pillole di valium.
Gocce di benessere quando il cerchio mi si stringeva addosso.
Quando non c’erano altre vie. Nemmeno lontane. Forse nemmeno possibili.
E l’unica luce era quella proveniente da questo monitor.
Poi.
Poi ad un certo punto questa luce è sembrata quella di un faro.
E correndogli incontro non mi sono accorta che quella non era la strada.
La strada verso l’uscita.
Ma una strada che mi avrebbe portato ancora più lontano.
Da me. Da fuori. Da tutto.
Ho creduto al peggiore degli inganni.
Ho mentito al mio cuore quando la ragione bussava.
Ho inventato binari di un futuro possibile per non deragliare.
E adesso. Solo adesso capisco quanto stupida sia stata la mia ostinazione.
La mia fiducia.
La mia speranza.
E nessuna spiegazione servirà ad assolvere la mia debolezza.
A perdonarmi ancora una volta
l’imprudenza di averci creduto. Ancora.

Sto ritrovando lentamente me stessa.
Sto scoprendo nuovamente questo corpo che mi sostiene.
Queste mani maliziose che sfidano l’aria.
E mi verrebbe quasi da dirti
“T’insegno io a volare.”
T’insegno io a non aver paura.
T’insegno io a sfidare il vento.
Tu insegnami ad amare.
Perché io ne ho ancora voglia.
Tanta quanta la paura di farlo.
Perché senza coraggio d’amare
le lettere di ogni s i n g o l a parola
diventano cenere tra le mani.
Come sabbia.
Come granelli.
Come acqua.
Come vento.
Come tutto ciò che non so trattenere.
Nessun anagramma di parole da svelare.
Solo me stessa.
Con occhi gialli di grano.
E labbra rosse di ciliegie d’agosto.
Colori puri e sparpagliati
su una tavolozza ancora da sporcare.

Troppa gente si abitua alle briciole
convincendosi d’essere sazia.



Due

Non riesco a ricostruire il tuo volto.
Per quanto ci pensi.
Per quanto mi sforzi.
La tua immagine mi sfugge.
E più la cerco più non la trovo.
Riesco a ricordare solo qualche dettaglio.
Come i tuoi jeans. Il tuo petto.
Il profilo del tuo viso. Sotto le mie dita.
E il tatto delle tue labbra. Sulle mie labbra.
Cerco di affinare l’udito per ritrovare la tua voce.
Cerco di chiudere gli occhi per delineare nella mente il tuo sorriso.
Ma niente. Non ci sei.

I tuoi occhi.
Ecco. I tuoi occhi.
Ricordo questo di te.
I loro riflessi. Pagliuzze di luce.
Sfiammati dalla luce di una candela
Mentre parli. Mentre si muovono su di me. Mentre giocano.
Mentre e basta.
E adesso ti chiederai se ci sia Tu dietro queste parole.
E cercherai di riconoscerti nell’ombra proiettata sul muro.
Forse ci speri. O forse no.
Ti lascio il dubbio.
Ti lascio l’ago. E ti lascio il filo.
Per imbastire possibili congetture.
Ti lascio queste parole che martellano.
Ti lascio i miei desideri.
Che non sono poi così diversi dai tuoi.
Conosci fin troppo bene la fallibilità dell’animo umano.
Ed io conosco le tue remore. Le tue paure. Le tue ansie.
Regalami la tua primavera.
Ti renderò sconfinate distese di profumi e mandorli innevati di fiori.
Regalami il tuo tempo.
Ed io raddoppierò ogni singolo istante di gioia che ti spetta.
Hai ancora il dubbio che stia parlando di te?
Sei tu il destinatario di queste parole.
Tu che rubi le mie notti e trucchi sogni d’organza
con dita invisibili e pennelli rubati.
Ho voglia di sentirti parlare.
Notti intere senza ore.
Ubriacarmi con l’alcool del tuo passato.
Rinvigorirmi con l’energia del tuo presente.
Sentirlo scorrere in gola.
E ricevere ancora il primo bacio.
In quell’unico istante di silenzio che ci separa.


Tre

Stupita del successo riscosso dal mio pandoro
ieri pomeriggio l’ho portato in ufficio
sottraendolo al suo destino.
Ho sfidato la sorte ed ho cambiato la storia.
Ho cosparso il mondo col suo zucchero a velo.
Ne ho sfrondato stelle di pane dolce
e alla fine mi sono leccata le dita bianche
col sorriso incastrato tra i denti.

 

 

 

23 Febbraio 2007

Io e Te tre metri sopra il cielo



E’ incredibile.
Sembra una storia che si ripete.
Un film già visto.
Un libro già letto.
Ho ancora un pandoro chiuso nell’armadio da decapitare.
Sono aperte le prenotazioni.
Prima che scada.
 



Pensieri sotto la doccia

Mi accarezzo il seno.
E mi accorgo che non è cambiato.
Lo stesso di tredici anni fa.
"E’ perfetto. Perché ci sta in una mano."
Avevo 21 anni. Era estate. E lui era bellissimo.
I suoi occhi erano piccoli oceani di azzurro.
I miei capelli
lunghissimi fili color grano sui quali annodare le dita.
Ricordo una stanza. Un letto.
E la paura.
E il desiderio
E l’emozione di quella Prima volta.
Ricordo la mia scrupolosa attenzione al dettaglio.
Le valigie sopra l’armadio dei vestiti.
Il letto a castello sulla sinistra.
E il nodo alla gola.
La consapevolezza dell’attimo
Il punto d’arrivo.
Per mano al suo punto d’inizio.
Sognato e aspettato.
Rifiutato se non perfetto.
E adesso eccolo.
Il momento giusto.
Eccolo pronto per essere consumato in questa stanza.
Su questo letto dalle lenzuola bianche.
Le sue mani giovani e lisce.
E i suoi baci morbidi che risalgono il mio corpo
lungo le gambe e la pancia e il seno
percorsi di dita su binari di saliva e piacere.
Inebriata. Persa in quella perfezione.
E sentire il suo sesso vicino al mio
pronto a forare la mia intimità
a penetrarmi dolcemente.
Piano. Ma con forza. Quel dolore che si schiude.
Piano. Piano. E sentirlo spingere.
Pronto a raccogliere quel fiore. Il mio fiore.
Il suo primo frutto.
Il mio primo sangue.


Pensieri sul divano

Libri ovunque.
Racconti stampati da leggere.
La coperta di lana a quadri colorati.
Ore 20.30. Ho sete d’acqua.
Ho sete nelle vene.
Ho fame d’amore.
E mi verso vodka alla pesca.
Ghiacciata. Buona. Profumata.
Scende leggera.
Accarezza la gola.
E la mia solitudine.
Voglio ubriacarmi.
Perdere i sensi.
E rabbocco il bicchiere.
Una volta. Due volte.
E un velo si cala sulla vista e i pensieri.
e comincio ad avere caldo.
Spengo la luce e mi sdraio.
La tv accesa a volume zero.
Infilo una mano nei pantaloni del pigiama
Chiudo gli occhi
e penso che ho voglia di lui.
E di far l’amore.
E di sentire musica.
E poi l’amore.
E poi la musica.
E vengo.
Gemiti caldi per respiri assenti.
E il cuore a mille.
E resto così. Con un seno scoperto.
Una mano sulla pancia
E l’altra sul sesso.
Umido di orgasmo.
Sino a quando torno a sentire i rintocchi dell’orologio.
A sentire nuovamente il freddo
di queste mura bianche.
Il silenzio di questi libri chiusi.
Il suono metallico delle quattro mandate.
E questo divano ora sembra enorme.
Adesso che la televisione torna a parlare.
La ventola del pc a soffiare.
E il telefono vibra.
Un messaggio.


Pensieri sotto le lenzuola

Ho tolto la cornice a forma di cuore dal comodino.
Ho nascosto tutto. Per non averlo sotto gli occhi.
Come se bastasse nascondere qualcosa per non pensarci.
Leggo. Annego in storie che non sono mie.
Divoro righe su righe. E pagine su pagine.
E trovo il coraggio di spegnere la luce
solo quando il sonno
sta per portarmi via.
E i pensieri così castigati
me li ritrovo nei sogni.
Dove io non posso decidere.
Dove io non posso nascondere.


Pensieri in macchina

Canto.
Non mi capitava da tempo.
Di cantare così spesso.
Un’euforia ingiustificata.
Una spinta che mi lancia sul primo gradino
di questa lunga risalita che mi aspetta.
E ricomincio da me stessa.
Da questa donna che ha firmato il suo inizio.
Mi riscopro frivola e stranamente dolce nel salutare
il ragazzo dagli occhi blu
quello che ogni mattina alle nove meno un quarto
parcheggia sotto casa mia per andare in ufficio.
E ogni sera poco prima delle sette esce.
E a volte capita. Che ci si incontri. Che ci si scontri.
Sguardi. Che si cercano. Palesi traditori di un’attrazione
che non si consumerà
ma che per i cinque minuti successivi al saluto
satura i pensieri di fantasie e corpi sbranati.
E mi sento bella.
Mi sento desiderata.
Mi sento fresca.
Come la primavera che sta per arrivare.
Come il profumo dell’aria quando scende la sera.
Zuccherosa. Buona. Densa.
E s’impregna di gelsomini e nontiscordardimè.
E voglio il mio Step
E voglio la mia scritta
Io e te tre metri sopra il cielo.
Plateale e irrimediabilmente pubblica
Sulle sbarre del passaggio a livello
Sull’asfalto sotto casa
Spruzzata nel cielo
Trascinata da un dirigibile.
Mia per sempre.


Pensieri in ufficio

Voglio andarmene da qui.
Da questo ufficio che amo. Da questo ufficio che odio.
Da questa scrivania alla quale non sento più di appartenere.
Voglio uscire da quel portone
che mi lega al passato.
Voglio trovare la via del volo.
E abbandonare questo pc che consuma ore per desideri spenti.
Voglio camminare fuori.
Entrare ed uscire.
Incontrare.
Conoscere.
Condividere.
Ridere.
Godere.
Perché così mi sento soffocare.
E mi fisso sullo schermo del pc.
Blocco la vista. Su un effetto grafico di media player.
Che mi trascina dentro.
Nel buco iridescente di colori che s’inseguono e attorcigliano.
E dalle casse esce la colonna sonora
di questo viaggio.
Senza materia.



…..
E voglio, amore, tutte le attenzioni che sai dare
E voglio indifferenza se mai mi vorrai ferire..


 

 

 

 

 

6 Febbraio 2007

L'ingenuità delle aquile

 

Ho scritto molto nelle ultime settimane.
Parole che molto probabilmente non pubblicherò mai.
Pagine che si perderanno tra le cartelle del pc.
Sotto nomi anonimi. Senza data. Senza niente.
Parole che raccontano di tutto quello che sento e non vorrei.
Di tutto quello che capisco e non vorrei capire.
Di tutto quello che avrei voluto e non avrò.

Ci sarebbe da fare l’ennesimo punto della situazione.
Ma non è facile.
Non è facile unire le spezzate sul piano
inseguite da limiti d’angolo all’infinito.
Senza precisa intersezione.
Senza meta da raggiungere.
Senza verità da svelare.
Sarebbe come rovesciare il cestino
cercando qualcosa che non si vuol far trovare.
Perché in fondo non c’è.
E potrei elencare una serie di rimandi
discolpando una follia che ragiona su campioni di spettri
studiati al dettaglio.
Sino al punto da sgretolarlo. Il dettaglio.

Il portacenere è pieno di sigarette spente a metà.
Un po’ come i libri che sto leggendo.
Quasi tutti interrotti.
Mi chiedo se ci sia un significato in tutto questo.
Mi chiedo perché io senta il bisogno di fermarmi prima
di arrivare ad una qualsiasi fine.
Restando lontana da filtri e capitoli chiusi.
Ritrovo la mia solitudine anche in questo.
Nelle cose a metà. Nel disordine che mi circonda.
Anche per questo rimando i giorni e il tempo per sistemare tutto.
Tanto non deve venire nessuno mi dico.

Sabato pomeriggio invece ho deciso di sistemare casa.
Ho pulito il bagno, cambiato le lenzuola, due lavatrici (nera e bianca)
spolverato, passato l’aspirapolvere, svuotato la lavastoviglie
e dato un luogo più appropriato ai vestiti lasciati in giro
ai libri fuori posto e alle bottiglie di plastica vuote.
Manca la roba da stirare. Ma per quella ci penserò un altro giorno.
Un pomeriggio di sole. Le finestre aperte
E un’aria impertinente a sfidare il caldo dei termosifoni accesi.
Ho lucidato in modo maniacale i rubinetti e le pilette del lavandino.
Tutto doveva brillare.
Tutto doveva essere in ordine. E pulito. E pronto.
Per cosa? Per cosa mi sono chiesta? O forse per chi?
Per nessuno.
Ogni gesto è diventato lo sviluppo maniacale di un bisogno.
E mi sono rivestita dell’illusione di appagarlo in quel modo.
Poi sono uscita e sono andata al parco.
In un paese non distante da qui.
Ormai erano quasi le quattro.
Un sole ormai tiepido sfrondava le cime degli alberi per proiettarsi sull’erba.
E mi sono seduta su quelle prime panchine all’entrata.
L’erba del prato di un verde acceso. Gli alberi immobili. Alcuni nudi. Atri vestiti.
Ma comunque immobili. Quasi finti.
Ho lasciato liberi i pensieri. Come si lascia scodinzolare un cane.
Con il collare e la targhettina. Tenendoli sottocchio. Per non farli scappare.
Di tanto in tanto passavano correndo alcuni ragazzi
quando uno si è fermato davanti a me. Interrompendo la mia visuale.
Girandosi per rubare una mia distrazione.
Ma ho tenuto lo sguardo abbassato sul libro che avevo tra le mani
e gli occhi nascosti dietro gli occhiali da sole.
Un signore anziano col cane si avvicina e mi chiede se io conosca l’orario di chiusura.
-Non lo so. Mi spiace.
-Dovrebbe chiudere alle quattro e mezza. C’è scritto così sul cartello appeso fuori.
-Non lo so. Non l’ho visto. (se c’è scritto fuori che cazzo me lo chiedi a fare?)
M’infastidisce dover esser interpellata.
Sono intollerante e non voglio parlare con nessuno.
Voglio essere lasciata in santa pace.
Se sono venuta qui piuttosto che andare in un centro commerciale
ci sarà un emerito cazzo di motivo o no?
Così anche domenica pomeriggio sono andata al parco.
Ma questa volta mi sono seduta su una panchina più lontana.
In mezzo agli alberi. Per evitare qualsiasi contatto.
Prima di scendere dalla macchina una coppia è passata sul marciapiede.
Lei avanti. Borbottando.
Lui dietro.
Avranno avuto all’incirca la mia età. Forse qualche anno in più.
C’è che io continuo a sentirmi giovane. A credermi sempre più giovane dei miei coetanei.
Io non posso invecchiare. Io devo ricostruire la mia vita.
Ho bisogno di ancora un po’ di tempo.
Prima di cedere alle sue lusinghe.
Dicevo.
Lei avanti. Lui dietro. Sono arrivati verso l’entrata del parco
E poi sono tornati indietro.
Lei ancora davanti. Lui a seguirla.
Sento la voce di lei. Stanno litigando.
Lei si lamenta. Lui resta in silenzio. Tipico mi dico.
Anche se nel contesto mi spiace per lui
che butta un occhio verso la mia macchina.
E per un istante il nostro sguardo s’incontra. Poi io lo abbasso.
I suoi occhi. Quelli di chi si chiede chi cazzo me lo fa fare.
Avevo deciso di restare un po’ in macchina. Così. Senza ragione.
Ma per la terza volta questi due tornano indietro
e ripassano davanti alla mia macchina.
Decido di scendere.
Per non ricordarmi di me. Di noi. Quando ancora eravamo un noi.
Anni fa. Le discussioni. Io davanti. Lui dietro.
Lui alla guida. In silenzio. Io lo sguardo fuori dal finestrino.
A cosa cazzo serve stare insieme in quelle condizioni.
Soprattutto quando queste situazioni diventano croniche.
E non si ha più nulla da dire.
E non si cammina più uno a fianco all’altra.

Sola. Così mi sento.
Quando al mattino apro gli occhi e la casa respira la sua penombra.
Quando vorrei aver qualcuno con cui parlare e invece rimango solo io a bastarmi.
E domani firmerò la fine.
Poi c’è chi dice che ogni fine contenga in sé l’inizio di qualcos’altro.
Io invece credo che la fine sia una fine e basta.
E adesso tutto mi sembra inutile.
Persino scrivere. Quando prima la scrittura era una salvezza.
Non riesco a trovare una sola fottuta cosa che possa farmi stare meglio.
Nemmeno un pensiero.
Nemmeno uno scoglio dove appoggiarmi.
Nemmeno una fune verso la quale tendere la mano.
Pur sapendo che qualsiasi fune resterà sempre troppo corta per portarmi in salvo.

Quest’oggi a pranzo dai miei ho raggiunto l’apoteosi.
Ho cercato di ostentare tranquillità.
Ma poi sono bastate poche parole.
E’ bastato poco per farmi saltare i nervi.
E in un lampo di cieco nervosismo
ho spinto con forza tutto quello che avevo davanti.
Piatti, bicchieri, posate, bottiglie, tutto.
Ed ho zittito con un gesto ogni voce.
Lacrime ingestibili. Necessità castigate.
Mi sono alzata e me ne sono andata.
Tra il silenzio di mio padre sbigottito.
E le espressioni contrariate di mia madre per via di un gesto inaspettato.
Mi sono rotta i coglioni.
Ecco. Questa è la verità.
Mi sono rotta i coglioni.
Si sono nervosa. E vorrei vedere chi non lo sarebbe al posto mio.
Sono la corda di un violino che non emette melodia.
Sempre disposta a tirarsi di più per gli altri.
L’egoista ed egocentrica che deve avere più comprensione.
Ma quando cazzo mai gli altri hanno avuto comprensione per me?
Quando?
Mi sento sola.
Abbandonata.
E non c’è nessuno a dirmi che tutto questo passerà.
Non c’è nessuno a farmi forza.
Non c’è nessuno disposto a mandare a fanculo un giorno della sua vita
un’ora del suo tempo per venire ad abbracciarmi. Per stringermi sinceramente.
Così sono uscita presto. Alle tre ero già fuori ufficio.
E adesso ho intenzione di prendermi tempo.
Per decidere se avrò voglia di vivere.
Per preparami l’ennesima volta a combattere da sola.
Dietro occhi di vetro che sembrano trasparenti.
E che adesso mentre scrivo
Piangono.
Lacrime calde.

In tutti questi anni ho imparato ad affrontare le difficoltà
senza aver bisogno di qualcuno.
Guadagnando un cinismo sottile
e una benevola disillusione.
Dalla quale purtroppo ho solo ricadute. Che passano.
Ho imparato ad asciugarmi le lacrime.
A rimettermi in piedi.
A ridere delle persone che tolgono la mano dopo averti fatto fare un passo
Per prenderla. Quella fottuta mano.
Eppure so che ci ricascherò sempre.
Eppure lo permetterò ancora.
Anche se oggi il cuore è spaccato.
E inghiotte sangue.
Per imbottirsi. Di cotone.
Bruciato.

Lancerò la palla nera. Quella con i fori.
E farò cadere i birilli. Uno ad uno.
Totem vacillanti di miscredenti.
Smitizzerò il certo per l’incerto
sospeso in superstiziose condanne.
E metterò quella firma.
Metterò quella cazzo di firma.
E vaffanculo.





2 Gennaio 2007

Si riparte da qui

 

Senza poesia.
Senza vino.
Senza propositi.
Senza fiducia.
Senza risposte.
Forse.


Ma.


Sono solo due.
Due.
Le mani forgiate apposta.
Per contenermi.


Così.
Così come sono.
Così come sai.

Ancora.













- Ehi?
- Eh?
- Volevo dirti solo una cosa.
- Cosa?
- Io gli credo.
- Lo so. L’avevo capito.
- …
- …
- Solo questo.
- Ciao.
- Ciao.
 

 

 

 

21 Dicembre 2006

In frantumi

 

 

 

11 Dicembre 2006

Pensieri tra parentesi

 

Perfettamente coerente.
Ho avuto tre giorni per scrivere.
T-r-e giorni.
Ed io che ho fatto? Li ho trascorsi quasi interamente sul divano. E non ho scritto.
Poi è arrivato lunedì. Diecimila cosa arretrate da chiudere in ufficio.
E giro pagina. Foglio nuovo. Bianco. Che poi diventerà nero.
Appena inizierà ad alzare la voce.
Con parole bianche di pensieri trasparenti.
Scrivo.

Divisa.
Tra un cielo di nuvole che si alternano
in una Milano sempre dubbiosa.
Divisa.
Tra feste di luci e colori e propositi grigi di solitudine.
Divisa.
Tra fattori di un’operazione che da' sempre un resto.
Quello scomodo. Che porta decimali e numeri.
Dopo la virgola.
Perché i pensieri non sono mai interi.
E se li divido per i propositi
i conti non tornano.
Mai perfetti.

Un anno di cambiamenti.
Un anno di mezzi giri. Di gradi lenti.
Di ingranaggi (ri)messi in moto.
Girati a fatica.
Come la combinazione di una cassaforte
che ancora non si apre.
Inespugnabile roccaforte di qualcosa che ho sigillato.
Che ho relegato al buio
lontano da un “fuori” che mi ha fatto troppo male.
La ruggine.
A proteggere una serie di numeri che forse non ricordo nemmeno più.
Numeri. Solo fottuti numeri.
E combinazioni.
Infinite. Impossibili. Introvabili.

E dicembre come ogni anno
porta ancora quel sapore amaro sotto la lingua.
Quel desiderio che sia diverso.
Quella consapevolezza che invece sarà uguale.
Agli anni scorsi.
Niente addobbi.
Niente albero.
Toglierò dalla porta anche quella rosa bianca che ho attaccato nei giorni scorsi.
Da casa mia non passerà alcun Natale.
Non voglio che ci passi niente.
Coerente.
Almeno in questo.

Questa notte non riuscivo a prendere sonno.
Avevo caldo.
Mi bruciava lo stomaco
come se un acido corrosivo se lo stesse mangiando.
A morsi lenti.
Il letto disfatto e scomodo.
Una mosca.
Cazzo ci fa una mosca a dicembre in casa mia.
Ad un certo punto mi sono alzata e l’ho uccisa.
L’ho lasciata sul pavimento per un po’
e mi sono messa a leggere.
Poi però mi sono alzata.
Ho preso della carta igienica
l’ho tirata su e l’ho buttata nel cesso.
Ed ho tirato l’acqua.
Le due e quindici.
Del mattino.

Il risveglio.
Con un sole in colpa d’esserci
per avermi fatto penare tanto.
Con la sua assenza.
E mi sono alzata anche prima.
Perché tanto valeva alzarsi.
Le lenzuola fredde.
Di già.
Ed ora ho molte cose da fare.
Troppi impegni da coordinare.

Sottratti.
I propositi.
E un bilancio sempre in negativo.
Con quel cazzo di segno meno davanti.
Come una spia rossa accesa.
Quella che da fastidio.
Sul lunotto della macchina. Quando manca la benzina.
E resta fissa.
Un segno che minaccia che puoi restare a piedi
con un conto ancora da chiudere.
E che so già non promettere bene.
Del resto.
Troppo lenti gli ingranaggi.
per articolazioni appena lubrificate.
Con olio nuovo.

Gli alberi ormai quasi spogli.
Infreddoliti ma presenti.
Certezze implacabili ad indicare nuovi punti d’osservazione.
Ogni giorno diversi.
Come me.
Come oggi.
In cui tutto sembra mancare con più forza.
Più tenacia.
Più cattiveria.
Più crudeltà.
Difficile restare a galla.
L’acqua è gelida.
Quasi voglia di andare sotto.
E respirare.
Quando sotto non si può respirare.

La somma.
Un castello diroccato di candele rosse.
Una manciata di castagne.
Piatti di olive e formaggi e miele.
Petali rossi stampati sulla pelle
di rose che sanno di umori.
E fame che non si sfama.
E sete che non si disseta.
Da sommare.
Sommare.
Ad un aeroporto che diventa un +
croce greca perfetta per una pianta centrale
che non è terra.
E non è mare.
E se c’è posto in cui non si è
in alcun luogo
è proprio questo.
L’aeroporto.
Al centro di questa croce greca
dalle ali tutte uguali.
Dove si parte e dove si arriva.
ma in cui la sosta diviene purgatorio inquieto
per occhi che si cercano
per fili che si tirano
e transenne che dividono.
Ancora.
La divisione.
Eccola.

E penso alla credenza.
Al cibo rimasto lì per un’occasione consumata
troppo velocemente.
Due giorni.
E il frigo resta pieno.
Di cose che avrei voluto preparare.
Di pranzi e di cene inesistenti
in un dicembre che resta solo.
E i vicini di casa hanno montato un orribile scatola luminosa
con su scritto “buone feste”.
Ci sparerei contro ogni volta che rientro.
Ed è accesa.
Fatiscente insegna di urla.
Come ieri sera.
Un litigio.
Un uomo e una donna. In cortile.
Sei una stronza. E vaffanculo. E allora quello che mi dici tu?
E non toccarmi. E quando mi dici puttana? Tu fai di peggio.
Io e te siamo uguali. Tu non sei il mio padrone.
E adesso vieni con me. Io con te non vengo da nessuna parte.
Perché le persone come te mi fanno schifo.

Amen.
E queste urla sembrano più fredde dell’aria.
Che spolvera un cielo finalmente blu.
Testimone di una luna presente
e di un incanto nascosto dietro quattro mandate.
E un addobbo ancora da togliere.
La rosa bianca.
Che amplifica il bisogno di un Natale.
Cazzo. Un Natale. Per me.
Senza pandori chiusi nell’armadio.
Di braccia più calde di una stufa.
Un Natale perdio.
Un Natale per me.
Per non sentirmi sempre così divisa.
Privilegiata sezione di carne.
Ad ognuno un pezzetto.

Moltiplicare.
Le cose da fare. Anche quando non ce n’è più.
Per non pensare.
Per non dividere ancora.
Per riempire.
Per bastarsi.
Perché se non hai qualcosa o qualcuno per cui addobbare un albero
allora devi sopravvivere per te stesso.
E se non te ne frega un cazzo nemmeno di te stesso
allora sei fottuto.
E devi salvarti. Sopravvivere. E togliere anche l’ultimo addobbo.
O forse il primo.
Di un Natale che ancora non c’è.
Come togliere tutti gli zeri dopo la virgola.
Che tanto non valgono un cazzo se non c’è quel fottuto 1
a fermare la serie.
Quindi moltiplicare i giorni per il doppio delle cose da fare.
Inventare.
Trovare.
Rovistare.
E cercare luci. E palle di vetro.
In un passato che non torna.
Come terra franata alle spalle.
E se ti giri non c’è più nulla.
E puoi scegliere.
O restare fermo.
O fare un passo. Piccolo. Avanti. Per non scivolare indietro.
Perché “indietro” non c’è più.
E preparare pacchetti di nuovi improbabili propositi.
Con fiocchi sempre belli.
Con nastri filettati d’argento.
e cordoncini da infiammare.
Come micce.
Quando qualcuno per l’ennesima volta
li accenderà per farli saltare.
Sbriciolare un’altra volta.
Sul pavimento.
Come quelle palline di vetro che se cadono vanno in mille pezzi.
Palline sottili. Fragili. Che maneggi con cura.
E solo quando si schiantano a terra
ti accorgi che in fondo sono fatte di niente.
Che basta un soffio.
Una distrazione.
Per ucciderle.
Di nuovo.
 



 

 

 

20 Novembre 2006

Shangai di colore rosso

 

Non sto bene.
Questa fottuta influenza del cazzo.
Io ci sto attenta
ma alla fine mi prende per il collo.
E mi calpesta la gola
giocando con le mie tonsille.
E adesso vorrei solo dormire.
Perché sto peggio di un tempo rotto.

Ultimamente passo i week end in completa solitudine.
Rifugiata nel silenzio di chi mi parla con la sua assenza.
Attraverso un vetro insonorizzato
che divide il desiderio dalla rinuncia.
Che si oscura ad intermittenza.
Ed io vorrei che esplodesse
in una pesante pioggia di schegge blindate
aprendo invisibili feritoie
attraverso le quali infilarmi.
Centimetro dopo centimetro.
Un’altra dimensione.
Quella per cui sono nata.
L’unica per la quale vorrei vivere.

Ed io che pensavo di non avere più sogni.
Io. Povera illusa.
Come se fosse possibile non averne.
E adesso che ne ho una manciata in mano
ci gioco a shangai.
Li getto sparsi sul tavolo.
Come tante bacchette di legno.
E so che se provo a tirarne su una
muovo tutto.
Anche le altre.
Cazzo.
Io non so giocare con i sogni.
E dimeno le braccia
in un confuso movimento
che genera entropia di molecole.
E sparge distrattamente parole
come le perline di una collana strappata.
Rovesciate.
Un po’ ovunque.
Sotto il divano.
Dietro ai mobili.
Ed io le raccolgo una ad una
e le infilo nelle sue vene.
Fili rossi di vita in cui mi sciolgo.
E scorro.
Liquida.
Fluida emozione di qualcosa che ancora non so dire.
Che ancora si blocca lì.
Come una cicca.
In fondo.
Sull’ultimo dente.

Ho comprato l’idraulico liquido.
Mr muscolo.
C’è scritto di lasciarlo agire tutta la notte
in caso di ingorghi ostinati.
Il mio è uno di questi
Perché ho ancora lo scarico della doccia intoppato.
I miei capelli sono duri a morire.
Hanno unghie e nervi.
E rimangono appesi.
Attorcigliati tra loro.
Aspetto la notte giusta.
E l’acqua tornerà a scorrere
senza freni
rincorsa e amalgamata
a superstiti disattenti.

Una casa sul mare.
Mai vista.
Non è piccola.
Non è grande.
Non ha dimensione se penso alla vita che potrebbe rifugiare.
Non ha pareti troppo spesse
E nemmeno soffitti troppo alti.
Ha le persiane azzurre.
E un letto sempre disfatto
con lenzuola stropicciate di sogni
sempre nuovi.
C’è una cucina a vista e fiori sul tavolo.
Quelli freschi di stagione.
A me piace comprarli e metterli in casa.
C’è un divano grande. Prende molto spazio
E ci sono libri un po’ ovunque.
Appoggiati e appesi.
O forse sospesi.
Non lo so.
Però c’è luce e penombra.
E poi c’è il mare.
A centocinquanta metri.
Il mare.

E tra il mare ed il suo tempo
ci sono le bacchette sempre alla rinfusa.
Sul tavolo.
Aperte e chiuse e accavallate come gambe.
Solleviamole insieme queste bacchette
aprendole e spostandole
in un ripetuto orgasmo senza tempo.

Brucio propositi
in roghi di solitudine
e rovescio pensieri in quadrati di vetro.
Li analizzo.
Li filtro.
Al microscopio di verità difficili.
Ma mi manchi.
Così.
E non fa testo.
Ma mi manchi.
Da sempre.
Ed oggi “più di sempre”.

 

 

 

 

11 Novembre 2006

307 Miglia

 

Fiumicino. Ore 12.00. O giù di lì.

Mi gira la testa. Mi mancano le forze.
Sono seduta su una scrivania qui all’entrata dell’aeroporto.
Il check in sulla destra. Non ci arriverò mai.
Non mi reggo in piedi.
Davanti a me un cafè. Devo raggiungerlo.
Devo bere qualcosa. Devo mangiare qualcosa.
Mi gira la testa.

Mi rimetto in piedi. La borsa sulla spalla. Con una mano impugno il trolley.
Con l’altra afferro le tre rose. Rosse.
Quelle che mi ha messo sulle gambe ieri sera
“perché volevo che tu sapessi quali sono i fiori che mi piacciono di più.”
Mi dirigo verso il cafè. Sembra lontano.
Ci arrivo. Un succo di frutta e una brioche.
Mangio. Divoro. E il succo sembra non voler scendere.
Rischio quasi di soffocare.
Mi dirigo al check in. Poi alla sicurezza. Partenze.
Partenze.
Partenze.
Da dove? Per dove? Io non voglio partire.
E lo urlo. Come se qualcuno potesse sentirmi.
Come se qualcuno potesse portarmi via.
Io non voglio partire.
Le rose.
Me le piegano. Vaffanculo. Una si spezza.
Le mie rose.
Di velluto rosso.
Vado diretta al gate. E quel nastro sembra non finire mai.
Il gate. Devo raggiungere il gate. Devo sedermi.
Una sedia rossa.
Non c’è quasi nessuno.
Mi siedo davanti alle vetrate.
E guardo fuori. Oltre il vetro. Oltre gli aerei. Oltre le case. Oltre il mondo.
Guardo fuori. E mi sento vuota. Mi sento un guscio.
E tornano le sue parole.
“Vorrei essere io quel guscio”.
E lo sguardo va oltre il visibile. Dentro la mia mente. Sino in fondo ai suoi occhi.
Che non hanno fondo. Che non hanno fine.
Faccio un paio di telefonate. Mentre aspetto che mi ritornino le forze.
Girano pensieri.
Vorticosamente.
Ruotano intorno. Vorrei essere risucchiata.
Vorrei smaterializzarmi.
E diventare polvere. Granelli di polvere rossa.
E disperdermi nell’aria.
Nell’aria di Roma.



Linate. Ore 16.00. 11 gradi. Nuvoloso.

L’aereo atterra. E il respiro ritorna.
Stringo ancora nelle mani le tre rose.
Che non hanno più gambo ora.
Ma le ho legate insieme con un nastro verde.
Le accarezzo. Come fosse il suo viso.
E mi accorgo che adesso mi manca tutto.
Manca tutto.
Milano. Milano è strana.
E sono quasi contenta che non ci sia il sole.
Quasi contenta di non dovergli sorridere.
Mi annuso le dita.
Che sanno di lui. Che sanno del suo viso.
Della sua saliva. Della sua pelle. Delle sue labbra.
Mi annuso le dita.
E sento la stanchezza attaccarsi alle gambe.
Il parcheggio. Devo raggiungere il parcheggio. La macchina.
Una sigaretta. Si. Una sigaretta. Le sue. Blu.


Casa. Ore 16.50.

Chiudo la porta. Mi tolgo la giacca.
Accendo i caloriferi.
Mi accendo l’ennesima sigaretta.
E riapro il pc. Per scrivergli.
E il telefono vibra. Un messaggio.
“…mi manchi”.

Sono seduta a gambe incrociate sul divano.
Sono riuscita solo a togliermi gli stivali.
Non riesco a fare altro.
Non riesco a fare altro.
Non riesco a fare altro.
In fondo cosa dovrei fare?
Niente.
C’è un disordine di cose in giro.
Il trolley blu.
Sono un concentrato di emozioni rapprese.
Appiccate addosso.
Sono come una farfalla. Che ripiega le sue ali. Dopo aver volato a lungo.
Vorrei farvi sentire la musica che ho dentro.
Vorrei farvi sentire queste note senza pentagramma.
Vorrei tante cose. Adesso.
Vorrei.
E non posso nulla.
Perché ho solo questi tasti.
Ho solo queste fottute lettere di plastica scollegate.
Ho solo questa maledetta connessione.
E una manciata di ore dentro.
Appena consumate.
Che m’infilzano il cuore.


“Guardami. Ti sono dentro. Guardami.”
Ed io mi perdo.
 

 

 

 

31 Ottobre 2006

Un segreto. Per Te.

 

Ti parlo con melodie che non hanno note.
E con note che non hanno pentagramma.
Ti parlo con quelle cinque linee nere che però lo disegnano
con quella chiave di sol che ne è la sorgente.
E so di fare una musica strana
di quelle che non si possono sentire
di quelle che l’aria non può diffondere
e che impregnano solo il midollo della mia anima.
Chissà poi se ce l’avrà mai un midollo.
L’anima.

Ti parlo pur sapendo che non sentirai.
Ed è strano.
Strano che accada questo mentre giunge la sera.
Quando oggi le strade e gli alberi luccicavano di colori.
Ed ero ferma al semaforo.
In coda.
In contemplazione di questo autunno
di questi alberi palesi traditori di una vanità senza tempo.
Nel loro abito più costoso.
E in attesa di qualcosa.
Ma cosa.
Cosa stanno aspettando mi sono chiesta.
Poi l’ho capito.
Ho capito tutto.

Il vento.

Hanno paura del vento.
Hanno paura della sua incipiente lama
pronta a sfrondare con inutile violenza
la loro fragile bellezza.
Una bellezza precaria la loro.
Io li guardavo.
Loro mi parlavano.
E la sentivo la loro paura.
La sentivo.
La bellezza fa paura.
La bellezza.

Poi le macchine sono ripartite.
Ed ho fatto finta di niente.
Ho fatto finta di non sentire.
Per non rispondere.
 

 

 

 

21 Settembre 2006

I passi bianchi e neri della Regina

 

Non sono sparita.
Non ho abbandonato queste pagine.
Non ho trovato la felicità.
E non sono nemmeno stata investita da una collisione.
Sono sempre stata qui
in questa stanza
in silenzio e al buio per non farmi sentire
osservando da questa posizione privilegiata i tuoi occhi
sempre alla ricerca di qualcosa.
Cosa.
Cosa stavi cercando?
La prova che la vita è uno schifo...
o l’esistenza del riscatto?

In realtà qui non troverai mai nessuna risposta.
Nessuna via privilegiata verso la logica.
Come tutte le cose che pensavo di fare
e alla fine non ho fatto
rimanendo in attesa del giorno e la sua notte
pensando e scoprendo che il bandolo della matassa
è un qualcosa a cui si tende
ma che in realtà non esiste.
E sono arrivata alla conclusione che non v’è conclusione
e la risposta unica e sola chiarificatrice del dubbio
non è mai esistita.
Quella che snoda il nodo e rende chiaro il groviglio.
Perché alla fine uno si fa pure le domande.
Ma le risposte no.
Quelle non le comandi.
Quelle possono arrivare anche dopo molti anni
quando ormai non te ne fai più niente.
quando ormai non ti ricordi nemmeno più
il perché te le eri poste.

Dico.
In fondo alla fine lo sapevo.
Sapevo che sarebbe andata a finire così.
Intendo dire con il Tempo.
Questa partita a scacchi seduti l’uno di fronte all’altra
quando io a scacchi non so giocare.
Perché si cazzo
se ci sapessi giocare
a quest’ora forse lo avrei fottuto una volta per tutte.
Il tempo.
C’è che mi frega il romanticismo. Sempre.
C’è che invece d’inventarmi le mosse
cerco sempre ostinatamente di incontrare i suoi di occhi
di incrociarli a tradimento quando meno se lo aspetta
per sfidarlo ad armi pari.
Perché si.
io il tempo non sono mai riuscita a guardarlo negli occhi.
Ogni volta in cui alzo lo sguardo
Lui allora lo abbassa
e non c’è modo di fregarlo o di fermarlo.
Ti violenta senza sesso
lasciandoti solchi profondi sul viso e sul cuore
come le orbite vuote di una maschera
dietro la quale non c’è un volto
ma un vuoto
nero
disegnato
che hai quasi paura di caderci dentro.

Ci sono mattine che sto bene. Così. Senza motivo.
Ma sono attimi.
Trattini di tempo troppo brevi in cui il mondo non sembra così una merda.
Beh si insomma, sembra quasi che ci si possa salvare dallo schifo.
Invece sono solo trattini.
Ed io lo so che è così. Lo so perché mi capita spesso.
Trattini di tempo come antidolorifici.
Aulin improvvisi.
Allucinogeni.
Perché mi è più facile pensare che quei trattini siano solo l’effetto malato di un’astinenza.
Un’astinenza che mi fa vedere cose che vorrei vedere.
E sentire
come in realtà vorrei sentirmi.

No. Non sono felice.
Ed oggi fatico quasi a chiedermi se lo sarò mai.
Cerco nella vita degli altri quello che manca alla mia. Cerco il dipinto perfetto.
E a poco serve sperare che prima o poi arrivi qualcuno a disegnare un arcobaleno sopra la mia testa.
Perché tanto sono davvero poche le persone che sanno disegnare un arcobaleno.
Sono davvero poche le persone che sanno far danzare un pennello tra le dita
per il solo piacere di strapparti un sorriso. Sincero.

Alle volte invece vorrei chiudermi in casa
e non uscire più.
Tenere le persiane chiuse e restarmene tutto il tempo a letto.
O sul divano. Così. Tra i libri e il mal di testa.
Tra un caffè e un giro d’accordi che non imparerò mai.
E vorrei anche che piovesse per sempre.
Come nei giorni scorsi.
Egoista al punto da condannare il mondo
ad un eterno autunno bagnato.
Io non so cosa mi prenda in questi momenti
ma è come se non volessi altro che questo.
L’esilio forzato dal fuori
in un dentro del resto troppo piccolo e cieco
per contenere la mia costante inquietudine.

Ma vuoi sapere una cosa?
Non potrei resistere in queste condizioni
Perché sono una perenne incazzata col mondo
in grado di rivendicare il suo spazio se le viene rubato
capace di una crisi isterica
nella lucida consapevolezza di aver perso qualcosa.
Qualcosa anche come il Tempo
che non torna più
e non si fa guardare
e ti tiene seduta su quella seggiola
di fronte ad una scacchiera bianca e nera
lasciandoti credere di poter scegliere.
Scegliere la prossima mossa.
Quella che ti frega
E ti cambia la vita.

Oh se potessi farmi bastare la scrittura!
Le mie parole a quel punto avrebbero un sapore diverso.
Se in lei io sapessi trovare l’amore e l’abbraccio
forse imparerei anche ad amarla di più.
Ma c’è qualcosa che mi tiene legata a questa carne che non molla
qualcosa che alimenta le mie necessità
e che accentua il vuoto lasciato dalla corona di un anello che non si indossa più.

Mi chiedo cosa sia la vita.
Se come diceva Forrest
sia come una scatola di cioccolatini e non sai mai quello che ti capita.
Un cestino di occasioni e quella che peschi
può non essere quella giusta.
Alla fine allora puoi scegliere.
Scegliere di non mangiare più cioccolatini.
Si. Una scelta. Una come tante.
Provare. Riprovare. Magari sarai più fortunato.
Ed è tutto questo la vita?
E’ solo questo?
Un sentirsi sinceri oggi
per poi smentirsi domani?
Un desiderare qualcosa che non potrai mai avere?
Ma perché non capita mai
in questa cazzo di vita
in questo cazzo di mondo storto
dico una
una volta soltanto
che qualcuno trovi quello che va cercando..
Così. Semplicemente. E ne goda perdio
ne goda com’è giusto che sia
senza che il passato
egoista e bastardo
ricada sempre sul presente
rivendicando il suo scettro di fallimenti incastonati.

C’è che se sei troppo sensibile
non puoi pensare di amare senza farti del male.
Ma il dolore non è poetico
la sofferenza non è poetica
il male non è poetico
l’abbandono non è poetico.
E tutte le persone che tentano di farteli vedere in tal modo
non sono poetiche.
Ed io non le sopporto.
Per l’amor del cielo
questo pensiero è un punto disegnato
un lampo di lucidità con la sua data e il suo fermoimmagine.
Ma comunque ce la si racconti
la sofferenza rimane sofferenza.
e il dolore resta dolore.
Inutile descriverlo con anelli di parole ritmate.
Inutile tirare in ballo l’anima o la sensibilità o la luce.
Porca troia.
Il dolore è dolore.
Il dolore è una merdosa condizione.
E le lacrime sono lacrime. E sanno di sale.
E ti gonfiano gli occhi e il cuore.
E lo stomaco. E stai male.
E non vedi niente.
E tutto in quei momenti è uno schifo.
Ed io non ci vedo alcuna poesia
in tutto questo.

Essa germoglia nell’istinto umano di sopravvivere.
Nella resistenza al naufragio.
Nella forza che spinge.
In questo c’è poesia.
Nel divenire consapevoli che in fondo una risposta c’è.
Ed è l’amore
che nel dirlo mi fa quasi sentire patetica e sdolcinata.
Ma se c’è una cosa che conta davvero
è proprio la voglia di innamorarsi
di cadere nell’oblio di quell’emozione che capovolge la logica e la razionalità
che rovescia le cose in un disordine di pensieri
e non sai più quale di questi sia più importante dell’altro.
E di tutto questo
io ne attendo la conferma
e prima o poi sarà scacco matto

Voglio dirVi un’ ultima cosa.
Questa stanza profuma di Voi
di tutte le cose che pensate
e non avete il coraggio di dire.
E di dirmi.

Per tutto questo tempo
in silenzio
io c’ero.
 

 

 

26 Luglio 2006

L'ultimo goccio d'acqua

 

Sono salita in macchina senza nemmeno voltarmi indietro.
Per paura di inciampare.
di non trovare poi la serratura
e magari non riuscire più ad accendere il motore.
E andare via.

E’ strano come di lì a poco
la strada abbia iniziato improvvisamente a scorrere più lentamente.
Mentre prima
nella sua macchina
l’asfalto era un veloce e impietoso nastro trasportatore
senza possibilità di ritorno.
Non avrei mai voluto arrivare a quel parcheggio.
Avrei voluto solo che i chilometri si creassero sotto le ruote
che il tempo rallentasse
che accadesse qualcosa.
Che venisse detto qualcosa.
E invece non è successo niente di tutto questo.
Tutto secondo i piani
come al solito
come sempre.

E’ strano accorgersi di conoscere perfettamente quella sensazione
quella in cui cerchi quasi di memorizzare il dettaglio
sapendo che sarà l’ultimo.
Avrei dato qualsiasi cosa per uccidere quella spietata lucidità
quel correre inesorabilmente verso la fine.
La fine.
E sentirla.
E saperlo.
Gli ultimi momenti.
Gli ultimi minuti da dividere.
Come un goccio d’acqua rimasto sul fondo della bottiglia.

Sono ripartita con quella strana sensazione
e non sono riuscita a fermare le lacrime
No. Non ci sono riuscita.
Una debolezza che non riesco a perdonarmi.
Mai.
Il finestrino abbassato.
I capelli quasi fuori dal finestrino.
Prendo una sigaretta.
Cerco l’accendino. Dove cazzo è finito l’accendino?
Odio questa borsa
che diventa sempre troppo grande quando cerco qualcosa.
E l’accendino dannazione…dove cazzo è finito l’accendino?

Lo trovo.
Nascosto.
Infilato in una tasca aperta
quasi a voler prolungare questa necessità
da riempire
adesso.
Subito.
La accendo
e il primo tiro è la salvezza.
Inizio così a fumare i minuti
e la strada asfaltata del ritorno.
Lo sguardo resta fisso su un punto indefinito
sul quadrante cartesiano del mio lunotto.
E quando il tabacco finisce
getto l’avanzo della sigaretta dal finestrino
e la seguo schiantarsi dietro di me
dallo specchietto retrovisore.
Piccole fiammate e poi il nulla.
Come se avessi gettato il mozzicone ancora acceso
di questa storia
consumatasi con la stessa velocità di un paglia
bruciata più dal vento
che dal respiro.

Il ragno è uscito dal buco.
Io sono il ragno.
E non ho rimpianti.
Non ho rimorsi.
Io.
Ho solo tanta delusione.
Dentro.
Perché alla fine
per quanto se ne dica
io sono sempre il bersaglio.
E più una persona lo nega
più ne prende la mira.
Più dice di tenerci
più riesce a ferirmi.
E spara.
Boom

Colpita.

Si.
Lì.
Sotto la camicetta marrone scuro.
In quel punto che fa male
e che oggi non so dire.
Non ha più nome.
Lui.
Un colpo sui barattoli delle mie parole ferme.
Immobili.
Come occhi che ti fissano e chiedono
Perché cazzo. Perché.
E avrei voluto spaccare tutto
urlare una rabbia senza inizio
e uccidere l’istante maledetto in cui ho creduto.
Invece.
Non sono riuscita a fare altro che abbassare il fucile
e puntare lo sguardo altrove.
Come colei che avrebbe dovuto aspettarselo
ed ora diviene un’arresa figura sulla panchina
con l’ormai ridicola pretesa tra le dita
di un bacio.
Di una carezza.
Di un’intimità che si cerca ma non si chiede.

Ed ho pensato a quella scena di Pretty Woman
In cui Richard Gere consegna la collana di diamanti affitata per Vivian
al direttore dell’albergo il quale dice
“Immagino debba essere molto difficile staccarsi da qualcosa di così bello”
Guardando la collana ma riferendosi a Vivian.

Qualcosa di così bello.
Anch’io.
Si.
Ma non solo.
Sempre
comunque
e fottutamente
qualcosa di cui si può fare a meno.

Ora il ragno è ritornato nel suo buco
con un taglio in più sulla pelle.
E tanto non importa.
Tutto passa.
E forse capiterà di nuovo.
E la strada dapprima sembrerà consumarsi ferocemente
e dopo ritornerà nuovamente a scorrere lenta
sotto le ruote.
E avrò tra le labbra una nuova sigaretta da accendere
e in borsa un accendino che non si troverà
e quello che c’era
rivendicherà solo il suo esserci stato.
Per non tornare.
Come un libro che si è cancellato
Solo dopo qualche pagina.
E adesso non c’è scritto più nulla
e le pagine sono specchi che riflettono un’unica immagine che si muove
nella mia mente.
L’immagine di una sera.
Io. Sdraiata sul letto. A pancia in giù
Lui seduto. La chitarra sulle gambe
e le dita a pizzicare corde e musica.
E i suoi occhi
ora lo confesso
erano biglie.
Biglie magnetiche
dalle quali avrei voluto
essere risucchiata.
Ecco cos’erano i suoi occhi.
Qualcosa dentro la quale avrei voluto annegare
inconsapevole che troppo spesso l’acqua non è limpida e pura
come la immagini.
E sul fondo forse non ci sono scogli
ma sabbia che si alza
e ti s’infila negli occhi
senza farti vedere
i veri contorni delle cose.

C’è che la scorsa notte è stata un tormento.
un incubo caldo
e un risveglio nel sudore estivo di un’afa che soffoca.
Mi sono guardata intorno.
Tutto come l’avevo lasciato la sera prima.
I libri sul comodino, i vestiti sulla sedia, le scarpe fuori posto.
Eppure sentivo che mancava qualcosa.
O che qualcosa non era più come prima
C’era un vuoto.
Uno di quelli che cambia significato anche ad una parete bianca
che ne trova altri ai vestiti abbandonati.
E le scarpe fuori posto non sembrano più nemmeno le mie.
Come se mancasse qualcosa di concreto, come se
io non fossi più io.
Mi capisci?
Guarda che non sono pazza.
L’ennesimo vuoto.
Ancora.
Da colmare
con i 32 gradi
in casa.
E la voglia di sciogliermi come olio
per finire dentro lo scarico della doccia.

Poi una telefonata.
Che da forza.
La telefonata che fa riflettere.
La telefonata che apre le persiane
e sposta le tende
e lascia entrare il sole.
La telefonata che ti fa capire
che se l’interesse fosse stato forte
allora l’ostacolo non ci sarebbe stato.
La telefonata che ti rimette in piedi
che ti dice che non si può frenare un sentimento
e se è sincero allora è un’onda
che travolge.
La telefonata che mette al primo posto la sincerità
e che se questa viene meno
allora è come muoversi su un palcoscenico con le scenografie di cartapesta colorata.
“E tu hai bisogno di alberi verdi. Veri.
Di un cielo fatto di nuvole e aquile che volano.
Di fiori e acqua.
Di terra da toccare.”

E poi sai che c’è?
C’è la mia vita
linfa verde ancora bambina
da succhiare sino in fondo
come il gusto di un ghiacciolo
sino a farla diventare bianca.
Perché se nel dubbio
che divora
io non sono la risposta
allora è giusto che io apra il pugno e lasci andare la presa.
Come fosse un nastro legato alle dita
sfilato dal vento
senza resistenza.
Alcuna.

Mi siedo così su questa assenza rovesciata
con il cuore appeso allo stomaco.
E quel filo che li lega
è una corda di metallo.
Pizzicata.
Come quella di una chitarra.
E questa corda vibra.
Dentro.
E risuona.
Fuori
Su questa danza che mi lega
su questo richiamo che urla e chiede
un solo cenno di mano
per alleggerire l’attesa.
Il veleno ormai non mi uccide
più.
E tra un po’ sarà come toccarsi una ferita che non fa male
come vedere sangue che non esce
come sentire un urlo senza voce.
C’è tutto.
E resta scritto nella mia mente
mai abbastanza sottile per comprendere
che dietro l’angolo
quasi sempre
si nasconde la trappola.

E adesso
con la punta della lingua
passati le labbra lentamente
e leccati l’ultima parola
come fosse l’ultima goccia.
L’ultima goccia
di questa smania
che non potevo più
tenermi dentro.


Ci tenevo. Davvero.
Se solo tu ci avessi creduto.
 

 

 

7 Luglio 2006

Il riflesso degli spettri

 

Devo procurarmi un cacciavite.
Sono giorni che mi si ferma tutta l’acqua sul piatto della doccia
formando una piscina d’acqua che minaccia di straripare.
Devo svitare la pila
o come cazzo si chiama quel cerchio d’acciaio
per pulire lo scarico.
Decine
centinaia
migliaia di capelli
attorcigliati al tubo.
Me li immagino aggrappati tra di loro
per farsi forza l’un l’altro.
Per spirito di sopravvivenza.
Per non colare giù.
A picco.

L’altra sera ho guardato la partita dell’Italia.
Sul divano.
Seminuda.
Luci spente e finestra aperta.
Gli occhi sullo schermo e dita sul corpo.
Ad accarezzarmi.
Forse libertà è anche questo. Forse.
Pensavo a tutti quelli che la seguivano in compagnia.
Anche a quelli del bar sottocasa.
Io alla fine ho esultato da sola.
Ho persino battuto le mani.
Ma ho smesso subito.
Un attimo prima del delirio collettivo.
Mi sono fumata una sigaretta alla finestra e mi sono ricordata i mondiali dell’82
quando mia mamma aveva cucito una enorme bandiera tricolore
una specie di lenzuolo che sventolavamo col manico della scopa.
Io e i miei amici.
Quelli del palazzo.
Sulla strada.

Io non so cosa sia la felicità.
Ma ho capito che è qualcosa che si muove
come una tenda accarezzata dal vento.
Non è un obiettivo
ma un percorso
e alle volte può essere perfino un desiderio semplice.
E banale.
Come un sonno tranquillo.
La sofferenza invece
è alcool nelle vene.
Ed io lo so.
Perchè ho sempre paura.
Di tutto.
Anche di innamorami.
Vorrei che qualcuno
prima o poi
diluisse questa paura
come gocce d’assenzio in un bicchiere d’acqua.
Vorrei che mi prendesse le mani
e accarezzasse la mia fragilità
come farebbero le sue dita su un monitor.
Adesso.
Vorrei che mi dicesse
che quel giorno non è lontano.
E che ci sarà un inizio.
L’inizio di quel libro che ho sempre voluto scrivere.

E’ così che funziona.
Quando non riesci ad uccidere la causa del tuo male
allora vuoi uccidere te stessa.
Non c’è via di scampo.
Io ci penso spesso.
E’ un equilibrio mancante.
O lo uccidi
O ti uccidi.
Oppure
ne esci solo se lo comprendi.

E’ per questo che ho iniziato a scrivere.
Anni fa.
Per salvarmi.
Quando mi sono accorta che nessuno sarebbe stato in grado di aiutarmi.
Nessuno davvero.
Perché non puoi far comprendere le simmetrie della tua sofferenza
agli altri.
Solo tu le conosci.
E solo tu puoi curarti.
Così ho iniziato a scrivere la mia inquietudine
la mia sofferenza
la mia solitudine.
E ad ognuna ho dato un Nome.
Ho iniziato a rileggermi.
Ossessivamente.
Due, tre, dieci, venti volte di seguito.
Dovevo trovare il punto
la radice da togliere.
Dovevo stanare il verme che mi stava corrodendo.
E rosicchiando.
Da dentro.
Identificarlo.
E ucciderlo.

Ci sono silenzi e silenzi.
Ognuno è diverso dall’altro.
Ognuno ha una sua forma.
Un suo aspetto.
Un suo nome.
Come questa settimana.
C’è il silenzio artefatto di chi non si muove ma sai che c’è.
Lo senti nella stanza
E non solo nella tua testa.
Io faccio finta di non vederlo. E sentirlo.
E lui crede che io non mi sia accorta della sua presenza.
Gli piace così.
Aspettare che io inizi a cercare.
A guardare negli angoli.
Dentro gli armadi.
Sotto il letto.
Io invece non cerco.
Perché non servirebbe a nulla.
Perché qualora iniziassi a cercare
lui si nasconderebbe meglio.
Per non farsi trovare.
Magari se ne andrebbe.
Ed io a quel punto mi ritroverei davvero sola
a reggere il gioco del silenzio.

Quando ero piccola ho sempre cercato ossessivamente l’amore degli altri.
Volevo essere fottutamente amata.
Era la mia ossessione.
Invece riuscivo a collezionare solo storielle del cazzo.
Perché non sono mai stata abbastanza.
Mai.
E dopo un rapporto sofferto di dieci anni
mi ritrovo oggi ancora adolescente.
E insicura.
E sentirmi ancora
fottutamente non abbastanza.

E allora resto qui.
In silenzio.
E aspetto che sia tu a muoverti.
A farmi capire che ci sei.
A farmi capire che vorresti esserci.
Io non me la sento.
E non è che io non ci tenga.
Ma.
Ho inseguito l’affetto per troppi anni.
L’ho cercato ovunque.
Persino nei cestini di carta strappata.
L’ho invocato.
Come il deserto prega la pioggia.
E adesso non ci riesco.
Più.
Ora che sono nuda e schiava di queste notti
e i pensieri volano a filo delle pareti
come spettri.
Spettri proiettati dalla mia anima.
Poi la gente si chiede come mai
nessuna vena d’ottimismo.
Ho solo ricadute d’illusione.
Ma passano.



Il cacciavite.
Devo ricordarmi il cacciavite.
O la prossima volta l’acqua strariperà.







 

 

23 Giugno 2006

Il salto della paura

 

Cosa farei se non avessi questo foglio sul quale scrivere.
Se non avessi questa tastiera.
Se non avessi la possibilità di scaricare l’energia attraverso delle parole aggiustate.
Mi chiedo cosa succederebbe se decidessi all’improvviso di capitolare.
Cessare il fuoco. E rimanere appoggiata con la schiena ai sacchi di sabbia
Sono qui. Venite a prendermi.
Io mi arrendo.

E’ che alle volte mi sento quasi ridicola con questo mio caparbio tenere duro.
Con questa mia ostinazione.
Continuare ad alimentare un odio insensato verso tutto e tutti.
Diciamocelo
tutta questa avversione talvolta è ridicola.
Rappresenta la fiera delle mie debolezze.
Del mio sentirmi inadeguata.
Cosa stai pensando adesso?
Hai ragione. E’ una domanda del cazzo.
Ma io lo voglio sapere.
Voglio capire.
Voglio la conferma.
Le persone ti rispondono per metafore. Ed io comincio ad odiare le metafore.
La poesia. La filosofia. La saggistica. La letteratura.
Sono cose per cui oggi non ho tempo.
So che Neruda e Gozzano mi capirebbero.
Mi darebbero il loro benestare a lasciarli in disparte per un po’.
In fondo non è che chieda poi molto.
Vorrei solo vederci chiaro. Avere risposte precise.
Se deve essere “si” che sia “si”.
Se deve essere “no” che sia “no”.
Non mi interessa nemmeno conoscerne le motivazioni.
Ma che almeno sia una risposta chiara e cristallina.
Invece tutti vivono nel forse.
E lo infilano anche nella mia vita.
Il forse.

C’è che comincia a fare caldo. E va bene.
C’è che col caldo mi si annebbia il cervello. E non va bene.
Ci sono cose delle quali tutti riconoscono l’evidenza
senza averne però la reale consapevolezza.
Diciamo
Si, lo so. Si lo capisco. E’ vero, è così.
Ma in realtà non abbiamo capito un cazzo.
Io invece ho capito una cosa.
Che non è il salto in se stesso a bloccare l’intenzione di saltare.
E’ la paura del salto che immobilizza le gambe.
La paura del vuoto che congela i propositi.
La paura.
Ecco la colpevole.
La paura bastarda.
Non abbiamo le ali.
Vero.
E ci tuteliamo inventandoci mille scuse dietro questa ambivalente evidenza.
Alla fine il discorso non fa una piega.
Se non ho le ali, col cazzo che salto!
Perché l’uomo è un “grande” a motivarsi le decisioni.
E asseconda in tal modo il suo costante perseverare nella merda.
Perché ci spaventa l’ignoto.
Ci spaventa ciò che non conosciamo
che non possiamo controllare
e conoscere
e prevedere.
Non abbiamo la certezza se dopo aver fatto il salto
le cose andranno meglio.
Quindi si resta in posizione.
E basta.
E il tempo
congela tutti i propositi
Quelli buoni
e quelli cattivi.

Io ho preso la rincorsa.
Ho chiuso gli occhi
ho cacciato un urlo
ed ho fatto quel fottuto primo salto.
Pensavo che non ne avrei mai avuto il coraggio.
Coraggio di andarmene.
Poi, arrivata all’estremo, mi sono lanciata.
Succeda quel che succeda.
E alla fine non ho pianto tutti i giorni come avevo preventivato.
Beh si, non è che sia sempre stato facile.
Ancora oggi passo momenti in cui sto male
momenti in cui non voglio vedere nessuno
momenti in cui non riesco nemmeno ad attaccarmi alle pareti per stare in piedi.
Poi penso.
E continuo a volare.
Anche se ancora non so bene in quale direzione.
Ma so di non poter più tornare indietro.
Alle mie spalle il vuoto e la rupe sono troppo lontani per tornare indietro.
Il volo non è sofferenza.
Ed io non sto peggio di quanto stessi prima.
La vita continua a fare il suo corso.
Ed io
volo.

C’è che dovrei fare un altro salto.
Ecco il punto mancato.
Un salto che fa molta paura. Forse più paura del primo.
Questa volta non posso prendere alcuna rincorsa
e saltare significherebbe proiettarmi a terra ad una velocità troppo alta per evitare lo schianto.
Eppure so che devo saltare.
Lo so e lo voglio. In fondo forse potrei stare meglio.
Forse.
Potrei.
Devo solo liberarmi da tutta quella zavorra che rallenta il mio volo
e mi farebbe precipitare più velocemente.
Il condizionale è una lama sulla quale cammino.
basta un passo falso
e sono fottuta.

Il lavoro.
Devo cambiare lavoro.
Darmi una possibilità.
In fondo mi ripeto che c’è di peggio nella vita. Di peggio,si.
Ci sono mali che non si possono curare. Io posso curarmi.
La zavorra.
Sganciare la zavorra.
Sganciare una parte di me. Lasciarla scivolare via.
Per salvarmi
In un certo senso
uccidermi.
E’ assurdo. Eppure la salvezza ha in seno la morte.
La distruzione di una speranza per dare spazio ad un’altra.
E’ una legge naturale. La vita esiste perché esiste la morte.
Le piante danno frutti più copiosi se recidi i rami novelli che toglierebbero energia a quelli da frutto.
Qualcuno o qualcosa si deve sempre sacrificare.
Questa legge non la digerisco.
Eppure che mi piaccia o meno sono costretta ad assecondarla
altrimenti lo schianto potrebbe essermi fatale.
In fondo cosa cambierebbe?
La vita continuerebbe a fare il suo corso.
Mi alzerei ancora tutte le mattine
e il sole
puntuale
sarebbe lì ad aspettarmi
a darmi quella sicurezza sull’inesorabile susseguirsi dei giorni.
Perché ti salvi sacrificando qualcosa.
Non c’è via di scampo.

Cosa sarebbe la mia vita fuori da questo ufficio.
Non lo so.
Non riesco nemmeno ad immaginarla.
Fuori da questo ufficio.
Chi sarei. Cosa farei. Cosa so fare.
Le mie mani. Sono preziose.
La mia testa, un po’ complessa ma preziosa.
C’è che in certi momenti metto in dubbio ogni cosa.
Anche le mie capacità.
Un giorno volo in alto e penso di avere molte opportunità.
Quello successivo sento di non saper fare niente.
Niente che non sia quello che ho fatto sino ad oggi.
Niente.

Il salto.

Ancora qualche mese e non sarò più in questo ufficio.
In fondo cosa cambierebbe?
Tutto cazzo. Cambierebbe tutto.
Le persone che conosco e che vedo tutti i giorni
Forse non le rivedrei più.
Forse.
Forse.
Forse.
Si tratterebbe di rimettere in gioco la mia vita un’altra volta.
Buttare tutti quei vecchi progetti come si fa per quelle cose che non s’usano più.
Prendere un foglio nuovo
E scriverne altri.
Altri progetti.

Lo so, lo so…
tu starai contando tutti i cazzo che ho infilato nel discorso.
Io invece mi stupisco di quanto riesca
nonostante tutto
ad essere forte.
Mi stupisco di come
in tutto quello che ho scritto
non rientri la figura di qualcuno che mi aiuti.
Anche se poi
in fondo mi manca.
Qualcuno che ci creda.
Che creda in me.
E questo qualcuno lo cerco.
Di nascosto.
Inseguo quella sensazione di sicurezza.
Una persona sulla quale contare.
Una persona che nel momento del bisogno
mi dica “Tranquilla Encanto, ci sono io. Puoi contare su di me.”
Qualcuno per cui la mia vita diventi parte della sua
una sorta di fusione gemellare.
La condivisione.
La certezza di non essere davvero sola.
Quella carezza sul viso che ammorbidisce il tempo
e l’aria
e le pareti diventano la mia tela.
Da dipingere.
Perché io voglio tornare a dipingere.
Come un tempo.
Voglio i colori.
Li voglio.
Nella mia vita.
 

 

 

7 Giugno 2006

Il mio labirinto impossibile

 

E’ passato quasi un mese
dall’ultima volta in cui abbiamo parlato un po’.
Si, parlo con te che stai leggendo adesso.
Perché il nostro è un dialogo
anche se
alla fine
tu lasci parlare sempre me.
Sono successe un po’ di cose.
E il punto è ancora mancato.
Il destino è una scelta.
Non è mai una risposta. E’ un si. O un no.
E nello spazio di mezzo
noi camminiamo.

La notte vado a letto e penso a tante cose.
A come io stessa sia riuscita a costruire un diabolico labirinto
dentro il quale muovere la mia vita.
L'ho costruito io, capisci?
Con tutte le trappole e le vie cieche.
Sempre le stesse.
Un labirinto perfetto
dal quale non riesco ad uscire.
Ed il filo rosso non c’è.
Perché io non l’ho mai teso.
Quel filo.
Mi ci sono buttata dentro senza prendere precauzioni
con l’ingenuità e l’incoscienza di chi non si aspetta pericoli
dietro l’angolo.
Perchè vedi
ho sempre pensato che se inizi un cammino
pensando già di perderti
tanto vale non partire.
Così mi sono vestita di bianco
e sono entrata.

Alla fine
mi sono persa.
Da subito.

La notte vado a letto e penso a come ritrovare la strada.
Tengo la luce accesa per un po’
quella piccola
sul comodino.
Nel silenzio sento il rumore del frigorifero e gli sbadigli di Shakira.
In fondo questa casa comincia a piacermi.
Con il suo disordine di cose e pensieri.
C'è che mi manca un terrazzo.
Si. Un terrazzo dove mettere lo stendibiancheria, un tavolino e una sdraio.
Uno spazio aperto che sia solo mio.
Uno spazio da condividere la notte
con il cielo e i suoi coinquilini.
In passato mi sono spesso addormentata sotto una trapunta di stelle col binocolo in mano
sospesa tra la veglia di sogni impossibili
e il terrazzo di una casa le cui pareti erano incubi
e quello spazio aperto era l'unico passaggio temporale
verso il mio mondo.

A volte quando sono a letto con la luce accesa
mi ritrovo a fissare la sveglia.
E' l’oggetto più vecchio che mi sia portata dietro.
Una sveglia da due lire
omaggio in uno di quei giornali che compri per corrispondenza.
Avrà oltre ventanni. Forse venticinque.
E’ piccola, quadrata e rossa.
Ed ha viaggiato con me in tutti questi anni
dall'adolescenza ad oggi.
Ha traslocato tre volte.
Ha assistito ad ogni cosa.
Ed io ci sono affezionata. Come se fosse un gioiello prezioso.
E’ la mia sveglia. E nonostante tutte le cadute
tutti i lividi
lei non è mai in ritardo.
Ed è una certezza.
La certezza del mio tempo.
Da quella sveglia non mi staccherò mai.

Alle volte prima di addormentarmi
penso che continuerò a scegliere
ciò che in realtà non vorrò.
Perchè le scelte spesso non riflettono le volontà
mentre la coscienza è uno specchio che ti fissa.
Non riflette ma ti osserva.
Ed io lo odio.
Lo specchio.
Ma non abbastanza per distruggerlo
per gettargli una pietra addosso e romperlo
in mille e più pezzi.
Rompere una bruttezza che non mi appartiene
questo falso ripiego che increspa la fronte.
Lo odio perchè
non parla
non mi aiuta
non mi da un briciolo di certezza
che possa aiutarmi
a non aver più paura di restare sola.
Specchio bastardo.
Tu rifletti.
e l'aria entra dalla finestra.
taglia fette di pelle
sulla pelle.
Fredda.

Sul fuoco
bolle l'acqua.
Io nascondo la mia attesa.
Che ne sai tu?
Qui non c'è rumore.
Solo quello dei tasti. Adesso.
L'attimo è bugiardo di verità che non sopporto.
E brucio. Insieme ai tasti. Insieme alle dita.
Resterò sempre vittima di quest'amore
per le parole che non scriverò mai.
E amerò sempre quelle che non potrò mai leggere.
Perchè s'ama
sempre
ciò che non si può avere.
E ciò che attendo
non esiste.
Anche se in fondo ho sempre cercato qualcosa
in grado di dare un senso alla mia vita.
L' innesto perfetto
col sapore eterno di ciliegia sul palato.
Il libro che scriverò.
Le parole che vorrei dire.
Sai forse dirmi se esista qualcosa più importante di questo?

Alle volte la sera prima di addormentarmi
penso al giorno in cui gli prenderò le mani.
E non sarà dopo il torpore del sesso.
E nemmeno durante il nostro primo orgasmo.
Insieme.
Non avrà data
ma sarà un giorno speciale.
Gli prenderò le mani e lo guarderò negli occhi.
E gli dirò qualcosa come un ti amo.
Sarà in quel momento che le cose diventeranno cose
e il cielo diventerà cielo
e la terra diverrà terra.
Lo immagino ascoltare le mie parole
mentre lui non riuscirà
nemmeno a fiatare.
Lo immagino condividere così
il mio piacere
attraverso occhi lucidi
e sfiammati da una luce che ancora non conosce il suo giorno
e la sua notte.
Ma sino a quando non troverò l'uscita
da questo labirinto
tutto questo resterà
silenzio ingabbiato
su questa pagina.
Perchè non si conta l'amore che si da.
E nemmeno l'amore che si prende.
Conta quello che si divide.
Insieme.
E quando questo accadrà
allora saprò di avere vinto.
Perchè in fondo non esistono desideri possibili
e desideri impossibili.
Esistono solo desideri e basta.
E il resto?

Il resto è vita.
Vita da vivere.

 

 

 

10 Maggio 2006

Il punto mancato

 

Il punto della situazione.
Dovrei farlo.
Il punto.
Magari disegnarlo.
Si, disegnarlo.
Forse è meglio.
.

Sono passati circa sei mesi.
Sei.
Mesi.
Da quando me ne sono andata.
Di casa.
O forse si scrive “da” casa.
Moto da luogo.
Chissenefrega.
Dicevo.
Sei.
Mesi.
Da quando me ne sono andata di casa.
E da lui.
E sembra sia passato un sacco di tempo
dall’ultima volta in cui ho dormito in quel letto
dall’ultima volta in cui ho fatto la doccia in quel bagno.
E se ci penso ho quasi l’impressione che in quella casa
ci sia vissuta un’altra persona. Non io.
Una che però mi somigliava tanto
e della quale ho la stessa inquietudine.
Questa me la sono portata via da lì.
Sei mesi in cui il tempo è divenuto ora cappio ora respiro.
E non c’è mai stata via di mezzo. O vuoi vivere o vuoi morire.
E tra le due alla fine scegli sempre la prima.
Si. La vita. scoprire cosa ci sarà domani.
Che il frigo sarà sempre più vuoto.
E le mani un po’ più vecchie.
E magari ci sarà un nuovo nome sul comodino.
E forse anche fra le lenzuola.
E allora perché non aspettare?
Perché capita sai?
Si, capita.
Capita anche che qualcuno scriva il suo nome
sul vetro appannato di una finestra
e che un soffio di vento improvviso muova la tenda
cancellandolo prima ancora che io sia riuscita a leggerlo.
Perché capita sai?
Si, capita.
Capita che la felicità mi si presenti sotto gli occhi
in mille forme diverse
mediate da uno sguardo oggi troppo diffidente e cinico
pronto a trovare una falla e un buco
a riscattare l’infelicità
che quasi comincio ad amare.
E che quasi comincio ad odiare
forse un po’ di meno.

Il punto della situazione.
Dovrei farlo.
Il punto.
Magari disegnarlo.
Si, disegnarlo.
Forse è meglio.
.

Ci sono mattine in cui mi alzo
e penso di sapere esattamente quello che devo fare. Fare.
Liberarmi da tutte quelle cose che rendono la mia vita un purgatorio.
Mi alzo e so.
Peccato che il mio sia un “so” ballerino
che si diverte a prendermi per il culo
e il giorno dopo ripiombo nel limbo della depressione.
C’è che la mia volubilità è disarmante.
E a me manca la costanza.
La convinzione. Quella di credere anche a ciò che non posso contare.

Uno
Due
Tre
Quattro
Mandate.
Alla porta.

E poi.
Uno
Due
Tre
Quattro
Cinque
Sei
sette.

(pausa)

Uno
Due
Tre
Quattro
Cinque
Sei
sette.
Otto
Nove
Dieci
Undici
dodici
tredici
quattordici
gradini.

Li scendo al mattino
dopo aver chiuso la porta di casa.
Li salgo alla sera
quando rientro.
E li conto sempre.
Ogni giorno.
E mi chiedo quante volte dovrò contarli ancora.
Per quanti giorni resterò in questa casa.
O se invece me ne andrò prima che le mura mi abbiano fagocitato del tutto.

Il punto della situazione.
Dovrei farlo.
Il punto.
Magari disegnarlo.
Si, disegnarlo.
Forse è meglio.
.

E mentre penso a quel punto
mi diverto a scrivere di cortigiani e cavalieri
immaginando d’essere dama d’altri tempi.
E miei cortigiani prendono vita
e indossano abiti di flanella e cotone.
Sanno di cuoio e tabacco
e il loro fioretto è la lama più affilata e seducente che io abbia mai visto.
Loro ti baciano tra il collo e la nuca
e ti infilano il naso tra i capelli
e le loro dita diventano
abili stetoscopi
in quei pochi centimetri nudi.
La sesta vertebra.
Il bacio - un (di)segno importante.
Una dichiarazione morbida come il burro.

Il punto della situazione.
Dovrei farlo.
Il punto.
Magari disegnarlo.
Si, disegnarlo.
Forse è meglio.
.

Negli ultimi giorni mi capita sempre più spesso
di sentirmi lo stomaco distrutto.
E la testa pesante.
E non ho più voglia di nulla
nemmeno di scrivere
perché queste parole mi pesano.
Sono sassi sulle dita.
Zavorra sui tasti
che si schiacciano a fatica.
S’incastrano
tra budella e viscere spugnose.
Cerco il riposo.
Da annodare al punto della situazione.
Già. Il punto della situazione.
Dovrei farlo.
Il punto.
Magari disegnarlo.
Si, disegnarlo.
Forse è meglio.
.

Sono viva adesso
per questa tastiera
che mi tocca e mi chiama.
Per questa sedia che mi sorregge.
Per questo foglio che non esiste
e sul quale devo segnare
invece
il punto.
Il punto della situazione.
Dovrei farlo, si.
Viva per l’orologio appeso al muro
Che conta ancora il mio respiro.
Quando per me non conta più nulla.
Viva per l’aria che respiro
adesso
a pieni polmoni
quasi a volerla risucchiare tutta
E la sento passarmi per le narici
sino a riempirmi la gola.
E la pancia
E la testa.
E per un attimo
ma proprio un attimo
sembra che la soluzione
sia appesa a questo boccone
di aria fresca.
Ha ragione il pilota quando dice che sono fatta al contrario.
Ma se fosse così basterebbe ragionare all’inverso.
Il che non basta.
Me ne accorgo soprattutto quando la gente mi chiede
ma tu cosa vuoi
Cazzo, non lo so cosa voglio. Se lo sapessi..
Ma so quello che non voglio.
E forse basterebbe fare la differenza.
Forse.

Il punto della situazione.
Dovrei farlo.
Il punto.
Magari disegnarlo.
Si, disegnarlo.
Forse è meglio.
.

Non è vero che siamo tutti uguali.
Io mi rifiuto di essere uguale.
E nemmeno simile.
A certe persone.
Il mondo è pieno di imbecilli. Ed io li odio.
Per alcuni le foglie sono solo petali verdi sui rami
per me le foglie sono diapason suonati dal vento
sono caleidoscopi di colore che sfumano tenere ore
sono sonagli
sono mani
e vene di linfa.
Vedi che sono diversa?
La diversità è abnegazione e relega
in una solitudine che fatica a trovare pace.
L’inquietudine di sentire più in là.
Di vedere più in là.
E non è da tutti.
Io lo so.
E forse dovrei imparare a trovare in questo
La mia felicità.
Liberarmi sino al midollo di tutte quelle storielle del cazzo
che mi hanno sempre raccontato.
Per omologarmi. E costruire un timbro.
Approvata. E via.


E infine.
Cosa dovrei fare oggi con questo silenzio che
mi lasci tra le mani?
Ma soprattutto.
Basterebbe chiederTelo
per avere una risposta?

Il punto della situazione.
Dovrei farlo.
Il punto.
Magari disegnarlo.
Si, disegnarlo.
Forse è meglio.
.




“Dani, anch’io un giorno sarò felice, vero?”
“Ci puoi giurare”.
 

 

 

 

21 Aprile 2006

La collisione

 

Scrivo.
E’ più forte di me.
E’ l’unico modo per parlarti.
L’unico modo per dirti quello che sento
l’unico attraverso il quale
la tua libertà non è la mia prigione
e le sbarre sono fatte di carta e parole
ed io le rompo
come fossero gusci di uova fragili.
E scrivo anche pur sapendo che non leggerai.
Per raccontarti che oggi l’alba è arrivata puntuale
e gli ingranaggi ruotano senza che sia io volerli muovere.
Scrivo anche per dirti che ti penso
E non è banale. E nemmeno assurdo.
Il mio pensiero fa giri strani. E si posa anche su di Te.
O l’idea di Te.
Scegli Tu.
Mi chiedi come sia possibile?
O forse ti chiedi come sia possibile che io non riesca a dirtelo diversamente?
Non lo so.
Sta di fatto che ti penso.
E se non te lo dico è perché ci tengo.
Non è un paradosso, credimi.
E’ che aspetto il momento giusto.
Già.
Il momento giusto.
Quello fatto di pianeti che s’incontrano
a far quadrare questa mia esistenza.
Esisterà poi?
Non lo so.
Ma sento che devo aspettare.
Per quanto l’edera tenti sempre di arrampicarsi sul muro
e i desideri non siano più tali ma indispensabili necessità.
Non guardo nemmeno il sole.
Ma guardo le farfalle.
Quelle bianche.
Quando ero bambina se ne vedevano molte.
Oggi sono quasi una rarità.
E resto in attesa di quel fottuto 1
che porta il tuo nome.
Quel fottuto 1 diverso dagli altri
Mangiare.
Guidare.
Scrivere.
Parlare.
E pensare sempre a quel fottuto 1.
E cercarlo.
Sempre.
In ogni momento.
Vorrei che mi staccassero i fili del telefono.
Che mi chiudessero la connessione.
Così. Senza preavviso.
Che un’invasione di topi si mangiasse tutti i cavi
rendendomi inaccessibile ogni contatto.
Che i binari diventassero l’unica strada
che mi porta da casa mia all’ufficio.
E che il treno mi portasse rassegnazione
A dilatare questo tormento
per non dipendere sempre
da quel merdoso 1 che non arriva mai.
Odio questo stato d’insofferenza.
Questa inquietudine assurda e infantile.
Ho bisogno di una scossa.
Di un elettroshock.
Di rinsavire.

oppure

oppure

oppure

oppure lascia che la mia energia si sprigioni.
Lascia che arrivi l’esplosione.
Lascia che irrompa nella tua vita.
Lascia che sia io a bruciare i tuoi sensi
e il tuo sangue
come fossero benzina.
Che i colori si stacchino dalle cose
che i profumi diventino odore eterno di questi giorni.
Di questa vita.
Come faccio a fartelo capire?
Non riesco a frenare.
Non riesco ad aspettare guardandoti.
Voglio alzarmi da questi scogli e correrti incontro.
Correre verso di Te.
E non importa per quanto
ma importa correre
e sentire l’aria sulla faccia
e la terra sotto i piedi
e sfiorare i rami di tutto ciò che mi sta intorno
forse cadere e poi rialzarmi
ma correre
e non più camminare.
Questa lentezza mi ammazza
e distrugge
e uccide
il desiderio
l’energia
la voglia.
Uccide questo sole
e questo cielo.
Uccide queste mani
che battono all’impazzata sulla tastiera
mentre sgorga veleno
e assenzio
e ancora veleno
e miele.
Hai il profumo di un bucato steso al sole
dell’erba appena tagliata
dell’anguria
mentre queste pagine sono solo carta
da buttare .
Distruggi tutte le mie convinzioni
distruggi quest’odio
che vorrei si sgretolasse come terra secca
tra le mie mani
e sotterra questa torba umida
dentro la quale non voglio più affondare.
Cerco la collisione
lo scontro che accende
ed emana luce
limpida
che illumina la notte
e cancella il buio.
Sciame di lucciole
collisione di elettroni
energia
e sterminio
di incubi
e malintesi.
Cazzo spalanca quel cancello
scardinalo
e fai in modo che non si richiuda più.
Ed entra perdio
Entra e portami via.
 

 

 

 

14 Aprile 2006

Un filo d'erba

 

Sai perché i giganti buoni
non riusciranno mai ad abbracciarsi davvero?
Perché loro lo cercano sempre
l’abbraccio.
Lo cercano al punto da perdere di vista loro stessi
la loro natura
le loro radici
Tesi in una gara che non li vedrà mai
vincitori.
Ed io lo so.
Quando cerchi qualcosa
non la troverai mai.
Mai.
Mai.

E quindi io ti amo.
Ora.
Senza toccarti
ma desiderando di farlo.
Ti amo
sin dal primo giorno
in cui raccogliesti quel guanto
e il tempo non era questo.
Ti ho sempre voluto.
E lo sapevo.
E lo sapevi.

Ti voglio.
nel modo più discreto in cui si possa volere
e desiderare una persona.
Ti voglio e non lo saprai mai.
Non allungo i rami per abbracciarti
ma lo faccio col pensiero.
Sempre.
Ogni istante mi conduce a guardare la porta del giardino.
Socchiusa.
Imparerò ad aspettare.
Imparerò a raddrizzare il ferro piegato
troppo umano
e troppo carnale.
Perché l’uomo non sa aspettare.
Spalanca egoista le sue possibilità al mondo.
E divora.
Ma non assapora.
Ed io invece ti voglio assaporare.
Centimetro dopo centimetro.
Annusarti la schiena.

Voglio fare del pensiero delle tue labbra
il mio dolce pasquale.
Voglio distruggere tutti coloro che non credono.
Voglio bruciare ogni parola inconsapevole e tendenziosa.
E ti voglio con la mia testa.
Oggi.
Domani.
E quando tornerai da Me.
E mi legherò le mani se necessario
ma non ti cercherò.
Imparerò ad aspettare.
Perché io non ho mai saputo farlo.
Attendere.
Troppo umana per riuscirci
E per te imparerò.
Perché vali tutti questi anni
di buio.
Vali tutte le lacrime
e la disperazione consumate.
Vali la vita e la voglia di riprogettarla

Sarà una difficile attesa che consuma
o alimenta.
Che distrugge o rinvigorisce.
La testa.
Imparare.
Ad aspettare.
Ad aspettarti.
Aspettando te
Aspetterò me.
Perché anch’io ora
non sono in grado di amare.
Di amarti.
Non come vorrei.
Non come vorresTi.

E ti avrei voluto al mio fianco la scorsa notte.
Mentre mi sono addormentata.
La notte mi ha rapito dalle lenzuola
e l’alba puntuale
ancora una volta
mi ha riconsegnato a quelle rose rosse.

Verrai a me
Ed io lo so.
E sarò il filo d’erba che terrai tra le labbra
mentre taglierai il nastro
di un’eterna primavera.
C’è che non ne sono ancora convinta
del tutto
perché il passato è una costellazione di sconfitte
e le sconfitte sono bastoni tra le ruote.
Ma so che ci sei.
E aspetterò
che le ombre si stacchino
dal mio corpo
e dal tuo corpo.
E quel giorno
varrà la pena
di tutto ciò che ho passato.
Varrà la pena
di questa vita.



 

 

7 Aprile 2006

Germogli di lucciole

 

Locale buio. Le candele sul tavolo.
I bicchieri semivuoti.
Musica talmente alta da non capirci un cazzo.
Voglio andare a casa.
Io qui non mi diverto.
Perché ho bisogno di sentire che ci sei.
E se non Ti sento
Allora io non sto bene
nè qui
nè in nessun luogo.

Ho sempre pensato che la mia lotta fosse contro il mondo.
In senso più stretto contro gli altri
quando questi altri erano l’uomo dei “dieci anni”
o l’uomo di “fumo tra le dita”
o tutti i fari incrociati
in questi ultimi anni burrascosi.
Non è così.
Non lo è mai stato.
La lotta è sempre stata dentro di me.
Contro me stessa.
Forse è per questo che non sono mai riuscita a venirne a capo. Perché cercavo risposte dove non avrei mai potuto trovarle. Cercavo nel posto sbagliato.
Senza accorgermi che la soluzione era vicina. Più di quanto potessi pensare.
La soluzione.

Inizio così un nuovo viaggio.
In mongolfiera.
Mi piacerebbe salirci, sai?
Provare. E guardare giù mentre gli altri guardano su.
Guardano il pallone che vola.
E me che volo.
Insieme al pallone.

Ho un ricordo di quando ero bambina.
I dirigibili.
All’epoca se ne vedevano molti.
Questi enormi palloni grigi a forma di supposta.
Sospesi. Quasi fermi. Le tartarughe del cielo.
Sembravano comparire all’improvviso
Ed io mi squarciavo di stupore.
Ehi guarda, un dirigibile!
Mi chiedevo chi li guidasse e persino se dentro ci vivesse qualcuno.
Ne ero affascinata.
Erano la cosa più strana che avessi mai visto. In cielo.
Così diversi dagli uccelli, piccoli.
E dagli aerei, ancora più piccoli.

Aprile. Qualche giorno fa.
E’ stato come tornare sulla scena del delitto.
Risentire la paura sotto i piedi.
E scorrermi dentro al posto del sangue.
Un lampo annodato ad una certezza.
Quella di aver fatto la scelta giusta.
No. Non è esatto.
La certezza di non voler tornare indietro.
Giusto o sbagliato che sia.
Ecco.
Peccato che questi momenti non siano quotidiani.
Essi arrivano come fulmini. Non avvisano.
I giorni successivi hanno luce riflessa.
Vivo ripetendomi che così non sarei comunque potuta andare avanti.

C’è che io vorrei non dover mai fingere di essere ciò che non sono.
Gli altri non possono credere in me se prima non sarò io a credere in me stessa.
Fin qui il discorso non fa una piega.
Però non è facile.
Forse a volte cerco solo la conferma. Quella di aver preso la strada giusta.
Un’indicazione.
Un cartello.
Vai avanti così.

Poi non è che i giorni siano tutti uguali.
Ce ne sono di brutti e di meno brutti.
Alcuni sono a metà.
Così capita che uno di quelli peggiori
si trasformi in uno fra i più belli degli ultimi tempi.
Quando il termine “bello” è relativo.
Parlo di quelle giornate dalle quali non chiederei altro che un epilogo
e un congedo
e all’improvviso il sole squarcia le nuvole per uscire
e le ore iniziano ad incalzare con ritmo diverso
mettendoti
inaspettatamente sul piatto
sogni da toccare.
Sogni morbidi come labbra.
E profumi. Di pelle.
E mani. Nelle mani.
E occhi che forano.
Parole che non legano.
Ma avvolgono. Come rami.
In un abbraccio. Sospeso.
Ricordi i giganti buoni?
Quelli della via più lunga verso l’ufficio?
Si, proprio quelli.
In questi giorni i germogli sui loro rami
sembrano punti
di un pennello meticoloso.
Il pennello di Seurat.
Da lontano sembrano nuvole di api verdi. Tutte intorno.
Sembra quasi che da un momento all’altro possano volare via.
Nuvole verdi di germogli.
Ma i rami no. Loro restano fermi.
E cercano sempre l’abbraccio.
Anche in primavera.
Ed io la mia macchina passiamo sotto
A quei giganti che tentano sempre di abbracciarsi.

Anch’io spero di sbocciare come loro.
Rivestirmi di forellini di luce
che partono da dentro.
E tu puoi vederli.
E sembrano nuvole di lucciole.
Tutte intorno.
Ed io divento una sorpresa.
Anche per Te.
Che non mi immaginavi così bella.
C’è che abbiamo molte cose da fare insieme.
Io e Te.
E adesso è il tempo migliore.
La porta del cancello è socchiusa.
So che l’hai aperta Tu.
So che vorresti entrare.
Ma non Ti chiamo.
Ti aspetto.
 

 

 

 

30 Marzo 2006

Over control

 

Sto male
Quando ogni minuto lui riesce a renderlo l’ultimo che vorrei vivere.
E cado in over control.
e cerco di mantenere la calma.
L’aereo sta su da solo.
Sto male.
Quando sento che forse questa volta esploderò.
e la mia carne salterà sul pavimento di questo ufficio
ad uccidere col sangue la sua cattiveria.
Sto male quando la testa diventa un pallone
e l’azzurro del cielo non basta a farmi stare meglio.
E potrebbe cadere la notte
con tutte le stelle.
E un disastro
sarebbe solo la stoffa di una quinta teatrale
dipinta alle mie spalle
su questi giorni che non finiscono mai.
Sto male.
E vado in over control.
Quando vorrei aiutare anche te.
Ma non posso.
Non ci riesco anche se lo vorrei.
Aiutarti.
Perché aiutare te sarebbe un po’ come aiutare me.
E sto male.
Sto male quando aspetto che lui mi scriva e non lo fa.
Perché il duello ha un senso se c’è qualcuno con cui combattere.
E sto male mentre inserisco la chiave
nella serratura di quella porta e la apro
e la stanza è ancora vuota
quando prima bastava solo una busta
sul pavimento
a riempirla.
E sto male.
Vado in over control.
Oggi.
Che mi squarcerei il petto per strapparmi questa sofferenza.
Che è dentro.
A forza.
E allargo le mani.
L’aereo sta su da solo.
E sto male quando vorrei essere con te
e invece sono solo con me.
E volo.
In over control.

 

 

 

28 Marzo 2006

In volo

 

Paul Simon e Garfunkel cantavano Mrs Robinson.
Un nastro di note che uscivano dal mio stereo.
Tanti anni fa.
Un nastro che non si slegherà mai
dalla mia vita.
Fatta di nastri.
Rossi.
Legati.
Ai polsi.
Alle caviglie.
Alle dita.
Al collo.
Alle volte mi sembra quasi di soffocare.
Altre invece sembro una dama vestita di raso.
Ma in realtà sono nastri
che alle volte diventano corde.
Ruvide.
Anche sugli occhi.
Ce ne sono alcuni che hanno una loro dignità.
Come quello che si lega alla canzone di Simon e Garfunkel.
Mrs Robinson.
Ed io a quel tempo ero un fiore bello.
Come una margherita che vorresti raccogliere
e toglierLe i petali.
Uno ad uno.
Come se potesse darTi una risposta.

La mia incoerenza è confusione
che non si controlla.
Ed io comincio ad odiarmi un po’ di più.
Così Ti parlo.
Sapendo che tanto non leggerai
e che se anche un giorno decidessi di farlo
comunque non capiresti
Tu.
Che non ci sei.
Ma fai capolino nei miei sogni
quando mi nascondo.
Anche se qui non riesco più a farlo come vorrei.
A nascondermi dico.
Incastrata.
Tra i fili di una maglia abilmente tessuta.
Da me.
Schiava.
Delle mie stesse parole.
Di me.
E di questo foglio.
Una prigione senza sbarre.
Una ragnatela.
Ed io sono il ragno.
A volte l’insetto.

E’ così difficile entrarmi dentro.
Così difficile scoprire
un punto che fori lo specchio
in cui vi è riflessa la mia immagine.
Perché quello che vedi è solo un ologramma elaborato.
E forse nemmeno esiste.
La mente genera fantasmi
di incubi e fiori.
Ed entrambi crescono nello stesso giardino.

Sabato pomeriggio ho preso la macchina
e sono uscita.
Senza meta.
Giro a sinistra. Al semaforo proseguo diritta.
Go straight on this road.
E sembra che io sappia dove andare.
Invece è come se mi muovessi in tondo.
Un circuito.
Una pista.
Tanti giri.
Senza perché.
Se sto in movimento i pensieri corrono anche loro.
Ed io scappo.
E se mi prendono
Io so che posso schiacciarli.
Con le ruote.
E ridurli in poltiglia.

Danilo è un pilota di aerei.
Ed è mio amico.
Questa mattina mi ha chiamata ed abbiamo parlato.
Di me.
Mi ha detto
fermati
ogni qual volta
ti senti in crisi.
Fermati
ogni volta in cui ti prende il panico.
Molla tutto
e alza le mani.
Come se fossi un pilota.
L’aereo sta su da solo.
Vedi?
Sta volando.
Ecco.
Adesso rilassati.
Non pensare.
E solo quando ti sentirai meglio
riprendi i comandi.
Tutto ti sembrerà più semplice.

Dunque devo stare ferma.
Lasciare tutto.
Mollare le redini.
Il volante.
I comandi dell’aereo.
Non mi può succedere niente.
Io posso restare in volo.
Quassù.

E tu
Te lo chiedo ancora una volta….
dove sei?
Vorrei essere la tua libertà di scegliere.
Vorrei che entrassi in quel giardino
di profondi ed invisibili rosai.
Vorrei che entrassi e non ti accontentassi di sentirne il profumo.
Da fuori.
Oh si, ho paura sai?
Più di quanta tu possa immaginare.
Ma ho ancor più paura
di girare
in tondo
con la mia macchina.
Con i fantasmi che mi corrono dietro.
Quindi se proprio devo scegliere
scelgo di fermarmi
e di venirti incontro.
C’è che io provo odio.
Per tutti.
O quasi.
A volte anche per Te.
Nessuno ha idea delle proporzioni del mio malessere.
Per questo nessuno può aiutarmi.
Nessuno.

Ho bisogno di ritrovarmi.
Ma scappo.
Mi infilo nel rumore
cercando melodia
e seguo le note di un pentagramma che non esiste.
Il pianoforte.
Ricordi?
Ma
non
so
se
voglio
davvero
ritrovarmi.

Per questo ho bisogno
che sia tu a farlo.
A ritrovarmi.
E ridarmi un nome.
Un nome
nuovo.
 

 

 

 

17 Marzo 2006

Il giardino cancellato

 

Non ti è mai capitato
di tenere una bic tra le dita
e di stringerla al punto
da volerla spezzare?
Ecco.
Allo stesso modo
Io
ho bisogno di un foglio da incidere.
Da solcare con rabbia
e saliva
per creare un tracciato.
Netto.
Come quello che un aratro
disegna su un campo.
Incidere.
E Tu non puoi cancellare quei segni.
Perché io
ci ripasso sopra
anche la notte.
Perché questi anni non si cancellano.
Sono solchi.
Sulle pieghe del mio collo
delle mie mani.
Increspature a filo dello sguardo.

Galleggiare è un diabolico perseverare
in cui si muovono solo le gambe
quel tanto che basta
per non farsi risucchiare
dall’abisso
sotto i piedi.
Galleggiare è anche una scelta.
Quella di non muovere le braccia
e di non iniziare a nuotare.
Una scelta
consapevole e volontaria.
Sempre.
E il non decidere
in realtà è una decisione.
Scegli
di
non
scegliere.
Io lo so.
L’ho capito solo oggi
che sto staccando le dita
da una situazione appiccicosa come resina.
La resina degli alberi
quella che se ti macchia i vestiti
fa fatica a venire via.

Da bambina avevo un giardino grande dove giocare.
Il giardino del palazzo.
Ed eravamo in tanti.
E mia mamma a merenda mi preparava
pane burro e zucchero.
Il giardino aveva la sua mappa.
Quella che avevamo creato noi.
Con i suoi significati.
I suoi punti di riferimento.
Le sue ancore.
In centro troneggiava la grande quercia.
Da un lato
nei pressi della cinta di cemento
c’erano gli alberi di ciliegie
e tra questi e la quercia
c’erano tre betulle piantate a triangolo.
Il “triangolo delle bermuda”
così lo chiamavamo noi.
In fondo al giardino
a ridosso dell’altro muro di cinta
c’era il “pino solitario”.
Lui ascoltava in rispettoso silenzio
i miei segreti di bimba
quando nascosta tra l’erba alta del fossato ai suoi piedi
mi nascondevo
sperando che gli altri non mi trovassero
ma che in fondo
mi venissero a cercare.
E poi c’erano le altalene
e lo scivolo
e i fiori
e la sabbia.
E il tempo aveva il sapore dolce di quel pane imburrato.
E il giorno era il tempo.
Il tempo del gioco.

Oggi quel giardino non c’è più.
Da molti anni ormai.
Ci hanno costruito un palazzo.
Sopra ai miei sogni.
E a quelli degli altri miei amici.
Hanno scavato e cementato
segreti e ingenuità
infantili.

Oggi ho bisogno di quel giardino.
Ho bisogno di ritrovare i sogni persi in quel prato.
Ho bisogno di andare a pensare
al pino solitario.
Di sedermi
e ritrovare tutte quelle cose che
un tempo
credevo non sarebbero cambiate mai.
Come il colore delle ciliegie.
Io lo so che indietro non si torna.
Lo so.
Ma ho bisogno di un sogno.
E uno spazio tutto mio.
Da scrivere
Solcare.
Incidere.
Ancora.
E ancora.
Così che nessuno possa cancellarlo
con sabbia e cemento.
Ho bisogno di qualcosa che non cambi.
Qualcosa che testimoni tutto
e provi che io non ero così
un tempo.
Così, come sono ora.
Senza sogni.
Qualcosa che dimostri che raccoglievo fiori
e li annusavo tutti
quasi a volerne consumare il profumo.
Ho bisogno di qualcosa che resti.
Di me.
Di qualcosa che racconti la mia storia.
Perché sembra che qualcuno
voglia cancellare questi ultimi anni di buio.
Voglia togliermi il passato.
Voglia togliermi i sogni.
Voglia cancellare la mia sofferenza.
Voglia costruirci sopra una nuova vita.
No.
No.
No.
Non è così che funziona.
Io voglio che restino
a testimoniare
davanti allo specchio
davanti a tutte le cose che riflettono la mia immagine
che un tempo sapevo amare.
E che ci credevo.
Ogni volta.
Credevo che potesse essere per sempre.
Voglio segni e tracciati che raccontino
che non ero cinica.
Non lo ero
anche se oggi lo sono.
Voglio che dimostrino
che prima
io
mi fidavo.
Di tutti.
Mentre oggi non mi fido più di nessuno
E anche le tue parole
sono false.
E non ti credo nemmeno se me lo chiedi.
Perché un tempo il male
era quello che mi facevo cadendo dalla bici
e tutto aveva contorni più semplici.
E più veri.
Oggi il male è quello che mi fa l’essere umano
convinto che io non sia più una bambina
che a merenda mangia pane e zucchero.
Convinto che io possa sopportare
la bugia
e il dolore
come se fosse normale e giusto.
Il prezzo per aver perso quel giardino
che qualcuno ha cancellato.

Voglio che questi ultimi due anni di parole
raccontino la mia storia.
Perché è troppo facile sparare pallottole
di sentenze
senza aver percorso tutte le mie notti
tutti i miei giorni
tutti i miei sogni
tutti gli incubi.
Troppo facile criticare i miei passi
e trovarli aridi
talvolta persino superficiali.
Troppo facile farlo
senza sapere.
E se oggi sono così
è perché ho dovuto fare tutto da sola.
Perché quando ne avevo bisogno
Tu non c’eri
e me lo sono dovuta inventare io
un modo per sopravvivere.
E i sogni li ho messi da parte
come si fa con qualcosa che devi mettere via per un po’.
Ma non ho dimenticato dove li ho messi
e quel giardino è ancora lì
e qui.
E c’è ancora il pino solitario
e la grande quercia
e gli alberi di ciliegie.
e quella resina che ti sporca le dita e te le fa diventare nere e appiccicose

Non vedo l’ora che il mondo torni ad avere il sapore del burro spalmato sul pane.
E di ritrovare quella fiducia messa via da qualche parte
e quella voglia di credere
che i contorni delle cose
in fondo
siano semplici.
Semplici come un disegno.
Un disegno di bimba.




Rovistando tra gli scatoloni del passato ho trovato questo mio disegno.
Avrò avuto quattro o cinque anni a quei tempi.
Beh si, l’ho truccato di nero.
Ma ho voluto lasciagli i colori questa volta.
Perché un tempo
il mio mondo
i colori
li aveva.

 

 

 

3 Marzo 2006

Starry Night

 

Confusa. Persa. Così mi sento.
Ho bisogno di una storia da raccontare.
Una di quelle che quando ti alzi al mattino hanno un presente.
Una di quelle che hanno cento cose da scrivere
e altre mille da fantasticare.
Perché quando non hai più niente da dire
resta solo vuoto da rattoppare
con palline bianche di polistirolo
che sfregano e stridono tra di loro.
Un rumore fastidioso
che non sopporto.
Odio il polistirolo
e sono stanca di cercare
in questo buco rattoppato
storie ingiallite
solo per ricordarmi di aver vissuto.
Il tempo inventa i ricordi
per mettermeli davanti come uno specchio
rivendicando
attraverso i miei occhi
la sua dannata forza
la sua potenza
e il mio essere solo foglia
di un albero che matura
e che mi matura
e mi fa cadere
quando cazzo vuole lui.
Ho bisogno di un presente che chiuda le porte a questo inverno.
Ho bisogno di te.
Si, mi rivolgo ancora a te.
Ma dove sei?
Dove sei?

Chiudo gli occhi
per sentirmi tra le tue braccia.
Si le tue braccia
fatte apposta per me
perfette
per avvolgermi
come una scarpa che calza a pennello.
La misura giusta
che rinnega l’imperfezione
Ed io lo so.
Lo so che esiste questa perfezione.
Ho bisogno di alzarmi al mattino e sapere che ci sei.
Sapere che il giorno porta il tuo nome
dietro ad ogni pensiero
ad ogni azione
nascosto in ogni passo che mi porta
la mattina in ufficio
e la sera a casa
e mentre scrivo
e mentre leggo
e le parole diventano lettere sparse
slegandosi dalla loro forma per diventare tanti fili
neri
con cui legare le paure.
La a si snoda
e diventa anche lei un filo
lungo
lungo come questi anni di parole
annodati in un groviglio di attese disilluse.
Ho bisogno di sentirmi sussurrare all’orecchio
che ora ci sei.
Si, che ci sei.
Tu.
E che gli incubi sono solo scherzi
di un carnevale che non esiste.
Ho bisogno di progetti
di un calendario da programmare
di quadri da osservare
seduta al tuo fianco
mentre diveniamo
noi stessi
tela da dipingere
con le nostre mani.
Ho bisogno di credere che esista l’eterno.
Che esista al tuo fianco.
L’eterno che si conta con i miei anni
con i tuoi anni.
Insieme.
Ho bisogno di poesia.
E di un Van Gogh che mi dia la buonanotte
Con la sua Starry Night.
E che quelle stelle siano bottoni
da schiacciare con le dita
sull’areola dei tuoi capezzoli
e le spirali siano cerchi da disegnare sulla tua pelle
mentre gioco e ti dico
che ora sto bene.
Ho bisogno di ridere.
Oggi.
Domani.
E dopodomani.
E che i giorni passati siano solo fuochi spenti
verso i quali non cercare
il ricordo di un calore
che non posso
più
sentire.
Ho bisogno di un risveglio
al tuo fianco.
Ho bisogno delle tue attenzioni
dei tuoi pensieri
delle tue lenzuola.
Ho bisogno di crederci.
Ho bisogno di crederTi.
Ho bisogno di questo.
Lo capisci?
 

 

 

23 Febbraio 2006

Una rosa è una rosa e non potrà mai essere un lillà

 

Sono giorni che tento di scrivere.
Ma accade che io sia circondata da molti rumori che confondono.
Ascolto voci provenire da diversi luoghi
ma in nessuno distinguo un faro verso il quale fare rotta.
Così mi giro, continuamente, come se queste voci si prendessero burla di me.
Allora mi siedo.
Con le mani copro l’udito per non sentire
e chiudo gli occhi sperando che il buio possa restituirmi un po’ di quiete.
Ma non la trovo.
Non trovo pace in questo sottobosco fatto di voci senza nome.
Il fatto è che mi sono persa
e non ritrovo la via.
La direzione dalla quale sono partita.
E vedo solo fusti di alberi altissimi
con grandi foglie
da non lasciarmi intravedere nemmeno qualche sporadico filo di luce.
E se talvolta questo avviene
io lo afferro.
Il filo.
E lo tiro.
E lo annodo ai miei capelli
sperando che il sole scomparendo tra le nuvole
mi trascini con sé,
portandomi via da questo “dove”
che non riconosco più.
Forse è anche per questo che alle volte
credo di stare meglio.
Per quei lampi di luce
che hanno nomi da non ricordare.

C’è chi sostiene che la depressione sia uno “stato mentale”.
Bene.
Ieri sera ci pensavo e cercavo di ripetermelo continuamente
cercando di trovare una via d’uscita alla crisi che m’era presa.
“Dai, pensaci bene, non è che stai di merda,
il tuo è solo uno stato mentale”.
Evidentemente il mio era uno strano “stato mentale” del cazzo
perchè stavo davvero di merda.
Alla fine sono le condizioni di vita che creano depressione
e sfido chiunque a convincere un depresso che queste siano solo semplici "stati mentali".
Sono fatti concreti che agiscono
in modo violento
sulla vita concreta delle persone.
Modificandola.
Veicolandola spesso verso abissi invisibili
dai quali non è sempre facile venire fuori.
Questa mattina mi sono alzata
imbalsamata dal torpore di una notte fatta di incubi.
Mi sono ripetuta per l’ennesima volta che il mio era solo uno “stato mentale”.
Quindi mi sono vestita e truccata
come se fossi un’eterea creatura dantesca
un misto tra eleganza e finezza
quel giusto binomio che lascia trasparire
una pur sempre sottile tristezza.
Perché si capisce quando una si “mette bene” solo per camuffarsi agli occhi degli altri
cercando di convincere persino sé stessa
che il suo sia solo
uno strafottuto stato mentale del cazzo.
Forse uso troppe parole “forti”. Forse.
Ma non capisco perché addolcire una realtà
che non è affatto piacevole.
Non vedo perché fingere una scrittura casta e privilegiata
in funzione di chissà quale regola di bon ton.

Da bambina volevo essere Lady Oscar.
Volevo vestirmi come lei
con la giacca blu, i pantaloni bianchi e gli stivali neri al ginocchio.
Andare a scuola su un cavallo bianco anziché in pulman
e sfoderare la spada per combattere contro tutti gli stronzi del paese.
In fondo io mi sentivo come lei
pronta a sguainare la spada per difendere
un ideale.
Solo che lei aveva Andrè al suo fianco
amico e amante
pronto a difenderla
e combattere il nemico insieme a lei.

Forse non c’è niente di male nell’essere fragili.
Ma io questa fragilità la odio.
Perché vorrei essere forte.
Forte almeno quanto gli altri credono che io sia.
Forte quanto basta per ristabilire l’equilibrio.
Ma anch’io come Lady Oscar
ho bisogno di un Andrè per per ovviare alla mia fragilità femminile.
Mi guardo intorno ma alla fine non c’è nessuno.
Nessuno che lo faccia veramente.
Nessuno che mi salvi.
Perché parliamoci chiaro.
La vita è dura, difficile, amara, troppo spesso dolorosa
quindi è inutile ricamarci sopra merletti di enfasi inutile e spicciola.

Ultimamente penso spesso agli altri. Penso alle vite diverse dalla mia.
E quasi sempre vorrei fare cambio.
Pensare è un po’ come viaggiare in una dimensione parallela.
Come quando hai finito di mangiare e cazzeggi con le briciole di pane rimaste sulla tovaglia.
Ci giochi con l’indice sino a farne una montagnetta perfettamente composta all’interno del riquadro stampato sulla stoffa.
E i pensieri sono quelle briciole.
E il tempo resta sospeso tra il tavolo e il dito.
In un circuito vuoto che non risucchia né respinge
ma ti tiene semplicemente fuori da tutto.
Forse potrei giocarmi l’anima. Tanto a questo punto me ne frego del buon senso.
Il mio periodo di merda dura da quasi sei anni.
Quindi non credo più a coloro che si prodigano in sante parole sul “vedrai che prima o poi tutto si risolverà”.

Non sopporto più l’inverno.
E le mani fredde.
E i piedi sempre congelati.
Mi sono svegliata due volte questa notte
chiedendomi dove fossi.
Il cuore a mille e la paura sotto le coperte.
E quella sensazione d’impotenza al risveglio improvviso
da un incubo.
Mi trovavo nel palazzo in cui abitavo anni fa
inseguita da un uomo senza volto vestito di scuro.
Scappavo, spaventata all’inverosimile, sino a raggiungere l’appartamento e chiudermi dentro a chiave
un secondo prima che lui mi afferrasse.
Una volta chiusa in casa penso al terrazzo della sala
che confina con quello della vicina.
Ed è un attimo capire che potrebbe arrivare proprio da lì.
Scavalcando il divisorio tra i due terrazzi.
Per prendermi.
Per uccidermi.
Il cuore in gola.
Le finestre spalancate.
In preda la panico cerco di scappare mentre sento già i suoi passi veloci
E il suo fiato
devo scappare
ma lui è troppo vicino
e…


mi sveglio.
Di soprassalto.
E non capisco dove sono.
Il cuore a mille.
Cerco di calmarmi.
Era solo un sogno.
Un brutto sogno.
E non voglio più chiudere gli occhi
perché sento che il tenerli aperti è la mia fuga, la mia salvezza.
Sento la presenza di quell’uomo dietro le palpebre.
Lo sento ancora lì.
E cerco di non chiuderle.
Per non rientrare in quella casa
dalla quale forse
questa volta
potrei
non riuscire più
a fuggire.

 



 

 

7 Febbraio 2006

Le forbici rosse

 

L’altra sera ho fatto un pic nic sul divano
a base di toast e mc nuggets.
Dopodichè ho tirato fuori il pandoro dall’armadio.
Si, quello che ho comprato in dicembre al super con mio fratello.
L’ho liberato dal cartone e gli ho rovesciato addosso tutta la bustina di zucchero a velo.
Infine l’ho sdraiato sul fianco e gli ho tagliato la testa.
Tornata sul divano
davanti al tg
ho festeggiato così il mio natale.
In febbraio.
E’ che non mi andava di saperlo chiuso lì.
Al buio.
E magari farlo scadere
senza avergli dato una sua dignità.
Perché anche le cose hanno un loro orgoglio personale
un loro perché.
Come Shakira ad esempio.

C’è una cosa a cui penso spesso.
Mi chiedo se a questo mondo qualcuno sia veramente felice. Intendo con la F maiuscola.
Io non lo sono.
Però credo che un giorno potrei anche esserlo.
Almeno ci spero.
Nel frattempo raccolgo ritagli di giornale e leggo tutto ciò che non “vorrei” leggere.
Ma che in fondo tanto mi assomiglia.
Sento continuamente
ed ovunque
note malinconiche
e l’eco di pianti che trasudano da ogni sacrosanta parola scritta.
Cazzo.
Vorrei strapparle tutte quelle pagine.
E stritolarle in un pugno rabbioso.
E sbriciolarle anche fossero di vetro
chiudendole in un pugno di sangue rappreso.
Basta cazzo.
Basta con tutto questo dolore.

Ci sono giorni in cui divento intollerante. Nei confronti di tutti.
Anche di me stessa.
E non mi sopporto.
Capita che io rilegga quello che scrivo.
E non mi piaccio. Per niente.
Non si spiega il fatto che io riesca invece a piacere a qualcuno.
Sono una depressa che odia la depressione.
E allora sfilo dal mazzo un nuovo progetto
che assomigli alla felicità.
Ma non parlo di quella falsa e patinata
dei telefilm americani.
Ma di quella che darà un senso
a tutto ciò che ho scritto negli ultimi anni
a tutti i giorni che ho perso
e a tutte le notti che ho bruciato.
Cercherò il sorriso
E lo farò per riscattare queste righe.
E per dare un significato alle vostre parole.
Si, un significato.
Un valore anche a questo spazio nato per necessità
e che ora vive
per me
dove c’è silenzio
in un luogo senza indirizzo.
Qui.

E qui mi salvo.
Come qualcuno che trova rifugio
dopo essere stato travolto da un improvviso dissesto sismico.
Senza più casa, né certezze, né un progetto per il futuro.
Se non questo foglio che mi porge il suo aiuto
e questa fottuta caparbietà di sopravvivere
che mi toglie il coraggio di morire.

E qui mi vendo.
Come fossi un bel libro da comprare
o un bastoncino di legno aromatizzato.
Da masticare.
Che quando finisce lo sputi
e non sai se ti è piaciuto
o se il sapore che resta in bocca
è troppo amaro.

E qui mi gioco.
Come fossi un dado da lanciare o la scommessa di una notte.
Una donna da toccare sul cuore o tra le gambe
e che alla fine non sai mai se l’hai avuta
o se l’hai solo scopata.

E qui mi amo.
Con la dolcezza dell’uomo che non ho ancora conosciuto.
E la sensibilità di questi spazi vuoti
che sono silenzio
tra le fessure di questa carta amara
che rigetta l’odio
per quello che ho vissuto
E spalma miele
sui sogni che ancora
non si fanno sporcare.
E
qui
amo
la mia anima
dolorosa
che ti soffia sul collo.
Mentre leggi.

E qui vivo.
Qui.
Dove forse vorrei non vivere.
Perché là fuori c’è un mondo.
Che respira.
E mi aspetta.
Ed è lì che vorrei andare.
Ed è lì che vorrei giocare la mia partita.
Là fuori.



 

 

31 Gennaio 2006

L'interno desiderato

 

In attesa.

….lalalala…lalalalala
“You’re waiting to be connected to the extension required”
…lalalalala….lalalalala

Da non so più quanto tempo.
Non so esattamente di cosa si tratti
ma so per certo di aspettare qualcosa.
Non si spiegherebbe altrimenti
la continua sensazione di sentirmi di passaggio.
In ogni momento.
In ogni luogo.
Perché è così che mi sento.
Di passaggio nella mia nuova casa.
Di passaggio in questo ufficio
Di passaggio nella vita delle persone.
Come se stessi camminando su un tapis rouland
all’interno di un tunnel di plexiglass
come quello che si trova all’acquario di San Francisco.
Un tappeto che mi fa mi fa camminare mentre io invece ho l’impressione di restare ferma.
Una sorta di nastro trasportatore che accentua una strana dilatazione temporale
quella in cui tutto
sembra essere solo “qualcosa che prima o poi finirà”.
Come se questo fosse un momento transitorio della mia vita.
Lo so che non si capisce una fava di quello che dico.
E’ che non so nemmeno io dove siano finite tutte le parole sui dizionari.
Pagine vuote.

….lalalala…lalalalala
“You’re waiting to be connected to the extension required”
…lalalalala….lalalalala

Accade che il mio non riuscire ad attaccarmi alle cose e alle persone
mi dia una costante sensazione di precarietà.
Come se niente fosse definito
e tutto fosse invece provvisorio
un cartone che chiude
un buco necessariamente da rattoppare.
Si, un buco.
Che contiene un vuoto.
E non lo si può colmare con le parole
né con queste pagine
e nemmeno con una lista di sogni.
Eppure
in questa precarietà
deve nascondersi il seme di qualcosa che sta per germogliare.
Perchè nonostante tutto
riesco ancora a stupirmi di fronte
ad una nevicata d’altri tempi
come quella di venerdì scorso.
Stupirmi una volta tanto di voler essere “il bianco”
e non “il nero”.
Desiderare d’essere trascinante come la neve
che riesce ad aprirti le labbra in un sorriso
senza farti sentire freddo
anche a zero gradi.
E sono questa forza
e questa voglia di sorprendermi
a farmi ripartire ogni volta.
Un passo dopo l’altro.
Forte di quello che sono.
Forte di quello che io riesco a provare
E sentire.
Ed è unico.
Unico solo per me.

….lalalala…lalalalala
“You’re waiting to be connected to the extension required”
…lalalalala….lalalalala

Come posso descriverti quello che vedo
e quello che sento
e quello che tocco?
Come posso trascinarti nella mia testa?
Eppure vorrei portarti con me
per sentirmi meno sola
anche se poi alla fine
non riesco mai a togliere quel cartone che copre il buco.
E resto così.
Provvisoriamente chiusa per il tempo che basta.
Mi limito a forare la vita delle persone come un ago
e annodarle insieme attraverso un filo sottile
di nylon rosso
che non si spezza.
Un filo che è pensiero
e cuce gli attimi di questa mia esistenza
apparentemente senza meta.
Io non riesco nemmeno ad immaginare cosa mi aspetti domani.
E dopodomani.
E dopodomani ancora.
Attendo il giorno
allo stesso modo con cui aspetto la notte.
Ed è un po’ come restare in attesa al telefono.
Con la musichetta di sottofondo.
….lalalalala…..lalalalala….

E sentirsi ripetere la stessa frase.
La stessa maledetta frase
a random.

“You’re waiting to be connected to the extension required”
…lalalala…lalalala….
 

 

 

 

23 Gennaio 2006

La parola che non c'è

 

Fa freddo.
Dentro le ossa.
Come avere un ferro infilato nel midollo. Un ferro blu.
Il capodanno sembra così lontano.
La settimana successiva solo un’idea.
E siamo al 23.
Al 23 di gennaio.
Sabato pomeriggio sono rimasta in casa tutto il pomeriggio
con l’intenzione di far qualcosa
che alla fine non ho fatto.
Perché funziona così. Quando ho mille cose da fare alla fine non concludo mai niente.
Sono rimasta sul divano.
Nella penombra.
Con le persiane socchiuse per non vedere il sole.
Che stava fuori.
A deridermi.
La tv muta.
E il pc acceso sulla stessa canzone
per dare un senso al tempo
alla penombra
ai pensieri che giravano su sé stessi
come un bovolo che risucchia.
A ripetizione.
A diventare ossessione.
Girando anch’io insieme ai pensieri.
In tondo.
Sino a farmi girare la testa
senza riuscire a venirne fuori.
Ore così.
E lo sguardo di tanto in tanto verso l’orologio
per chiamare la sera
ad accogliere il buio
Il buio che rende invisibile.

Forse ho bisogno di una forma di rassegnazione.
O forse ho bisogno di farmi inghiottire da qualcosa.
Qualcosa che mi tolga il tempo per pensare
e che mi dia spazio solo per sopravvivere.
Forse dovrei scrivere tutti i giorni.
Tutte le ore.
Farmi inghiottire dalle parole.
Trovare magari quella giusta che riassume.
La parola che non c’è
e che continuo a cercare
usando mille sinonimi
e mille e uno contrari
disegnando infiniti puntini di sospensione
da unire
per inventare le sue iniziali.

C’è una cosa che non capisco.
Quel non tentare di opporsi alle cose
che non si vogliono.
Quell’opposizione che fa capire quanto
sia importante quella cosa.
E soprattutto quanto valga la pena di essere tenuta.
Se ci tieni
lotti.
Lotti per non perderla.
Se poi capita
pace, almeno ci hai provato.
Ma non tutti la pensiamo allo stesso modo.
Così capita che alle volte dici “vado”
e ti senti rispondere “ciao”
mentre avresti voluto solo sentirti dire “resta”.
Almeno una volta.
Una cazzo di volta.
Resta.


Io ho sempre combattuto
per le “cose” a cui tenevo.
Sempre.
E alla fine
almeno
ho sempre vinto con me stessa.
Ma talvolta non si beve dalla stessa bottiglia.
Nel mio bicchiere c’era vino.
Nell’altro
forse
c’era acqua.
Ed è stato
come bere qualcosa di diverso.
E soddisfare una sete
che non ritorna.
E che ti lascia andare.

Andare via.

 

 

 

20 Gennaio 2006

Silenzio in sala

 

Non ho voglia di parlare con nessuno.
E nemmeno di rispondere al telefono.
O ai messaggi.
Voglio essere lasciata in pace.
Lo so.
Cazzo.
Lo so.
Non dovrei comportarmi così.
Perché gli altri non c’entrano.
Gli altri non sanno.
Gli altri non immaginano.
Ma io ho lo stomaco chiuso.
E un ronzio nella testa
E vorrei solo dormire.
E’ già fin troppo pesante dover starmene in ufficio
e lavorare per chissà quale cazzo di motivo.
Alimentare la catena di montaggio
e dover rispondere ad uno strafottuto telefono
che oggi vorrei sbattere contro il muro.
E uscire senza salutare nessuno
E andarmene al parco.
Si.
Al parco.
Sedermi su una panchina
A fissare il vuoto
che scivola sull’erba
sino in fondo alla villa che chiude lo spazio.
Immobile.
Come Shakira.
E far finta di non esistere.
E magari congelarmi pure.

Purtroppo è una sensazione che conosco
molto bene questa.
Una sensazione di qualcosa che si chiude.
Come sentirsi sbattere una porta in faccia.
E rimanere un minuto in piedi
davanti alla porta
senza capirci dentro niente
con gli occhi sbarrati
e le mani sui fianchi.
Una sensazione
che lacera senza rumore
ma che mi rende troppo umana
per non sentirla.

E allora scrivo
Scrivo
scrivo
scrivo
scrivo

scrivo che non conosco la felicità
quanto invece conosco
il dolore.
Ogni volta
diverso
ma sempre Lui.
Maledetto veleno
che brucia le budella
e corrode
come acido
i mie occhi.
E li spegne.
E li uccide.
E li chiude.
Come un sipario
che cala.
E lascia un silenzio.
Che non è silenzio.
Ma un brusio
che frigge
nella testa.
Un brusio
di colore rosso.

 

 

 


18 Gennaio 2006

La danza di Shakira

 

Il pandoro è ancora chiuso nell’armadio.
In compenso nel giro di una settimana mi sono fatta fuori un panettone.
In ufficio.
L’ho tenuto nascosto dietro al monitor del pc
e di tanto in tanto
con le mani ne staccavo
un pezzetto.
Era un panettone di quelli sopravvissuti al Natale
uno di quelli che nessuno caga.
Nessuno tranne me.
E me lo sono fatto fuori tutto.
E penso.
Penso che anch’io
vorrei essere divorata tutta.
Pezzetto dopo pezzetto.
Come un panettone senza canditi.
Appiccicare di miele rovesciato
e tenere tra le labbra
e sulla lingua
sapore di ciliege sotto spirito.
Ubriacarmi di sesso.
Mi manca.
Mi manca l’umido della lingua
tra le gambe.
Quel sentirmi leccare.
E mordere.
Mi manca l’umido sul collo.
E l’odore degli umori
che riempie le narici
del naso.
Forse esagero.
Forse.

Ormai sono oltre due mesi
Che vivo da sola.
Ho una statua di legno in casa.
Shakira.
Una ballerina indonesiana.
Lei se ne sta vicino al frigo
e non parla.
Nemmeno io però le rivolgo parola
perché sono sempre di fretta.
Ci osserviamo e ci capiamo lo stesso.
Lei sa che la sera mi piace rientrare a casa.
Aprire la porta e sentire
il caldo che mi accoglie
e mi bacia il viso.
E’ il momento più bello.
Proprio l’attimo in cui apro la porta
quel tanto che basta
per farmi trascinare dentro.
Quella sensazione di sentirmi a casa.
E’ un po’ come ritrovarmi.
Chiudere con il mondo
e svestirmi di parole
per indossare il silenzio di Shakira
e dei libri
e di tutto quello che mi circonda
e che è solo mio.
Ultimamente ho preso il vizio
di farmi un gin tonic
prima di andare a dormire.
Adoro come riesce a riscaldarmi le guance
e farmi salire il fuoco
nella testa.
Ed è solo un gin tonic.
In quei momenti vorrei spogliarmi
e fare l’amore senza capirci dentro nulla.
Lasciare il segreto fagocitato
tra le mura
e la porta chiusa a chiave
senza che nessuno possa sapere
e nemmeno immaginare
l’intimo gemito che si consuma.

Shakira danza.
Immobile.
E tiene tra le mani un fiore.

Quando non sono troppo stanca
vado a letto
con questi pensieri.
Ma il letto è sempre troppo grande.
Per questo spengo la luce.
Per amarmi ad occhi chiusi.
Per non vedere che la stanza è ancora vuota.
Che le mani sono le mie.
Che le immagini sono solo riflessi dei petali rossi
stampati sulle lenzuola.
Che tutti mi voglio bene
ma che alla fine
sono sempre
stramaledettamente
sola.

E Shakira danza
Sui miei respiri
In silenzio.
Immobile.
In cucina.
Vicino
al frigorifero.


 

 

 

16 Gennaio 2006

La bugia del vento

 

Certe cose si capiscono al volo.
Non ci vuole una singolare sensibilità
per notare se qualcuno fa retro marcia.
E non parlo di automobili.
Il fatto è che i sogni
sono
e
restano
sempre
sogni.
Belli da appendere alle pareti
come stampe ben riuscite
ma per me
che amo la pittura fatta di pennelli e mani
quelle restano sempre stampe.
Stampe del cazzo.

Vorrei non sentirmi
più così.
Si, così
maledettamente
fragile.
Perché io lo sono.
Fragile.
Troppo.
Non ho più l’audacia e la forza di un guerriero
Per impugnare le armi
e combattere
contro il vento.
Lui soffia dove vuole
e se ne frega di me che sferruzzo una lama
con la fottuta speranza di fargli cambiare direzione.
Continuo a forarmi la testa come uno scolapasta
per trovare mille giustificazioni sensate
ad una situazione che un senso
alla fine
non ce l’ha.

Mi stupisco
come i capricci del vento
riescano ancora a meravigliarmi.
Ma non voglio inciampare.
Non ora che mi sono rimessa in piedi.
E se qualcuno lascia la mia mano per fare inversione
io allargo le braccia e cerco di nuovo l’equilibrio.
Sulla fune.
Un filo sottile che ho ricostruito in un’estate
seduta con le spalle al mobile
circondata da scatoloni
e libri
e pezzi di vita smontata
da imballare
da caricare in macchina
e portare via.
Sento ancora le lacrime sul viso
che bruciano nello stomaco.
E oggi è il mio compleanno.

Questa mattina
voglio festeggiare il mio risveglio
tra il timido sole di Milano
e gli auguri che mia mamma
mi ha lasciato sotto la porta di casa
in una busta verde.

Voglio festeggiare le luci che si spengono
sullo sfacelo di questi ultimi anni vissuti.
Un disordine di fotografie strappate
di piatti rotti
e lenzuola sporche.
E forse vorrei implodere
per il tempo che basta
e diventare buco nero
che risucchia ogni cosa che gli sta intorno
che uccide il giorno
per alimentare la sua notte.
Risucchiare tutto il bene e tutto il male.
E prosciugare questa voglia di carne
per la quale respira il mondo.
Prosciugare il mare
per non doverlo più
solamente
sognare.

Vedi com’è facile cadere?
Riesci a capire quanto sia difficile restare in piedi
in equilibrio
su una fune?
Quel fascio luminoso che fora il buio
segna la direzione da seguire.
Ma credimi
alle volte è così debole
e lontano.
Vorrei afferrarlo con le mani
come fosse una fune
alla quale legarmi
ma ogni volta in cui ci provo
si spegne.
E resto ancora al buio
con il pugno serrato su questa mancanza.
Come questa notte.
A pancia in giù
abbracciata al cuscino
e l’udito verso i secondi martellati dalla sveglia
e immagini
troppo lontane per essere toccate
figlie di una necessità
che tiene in vita
quando non c’è più voglia di camminare.
Si, camminare.

Ognuno può pensare ciò che vuole..
Io ho vissuto di incubi sino all’altro giorno
E di notte me li trovo ancora sotto le coperte.
E fanno ancora male.
Non voglio l’amore implorato.
E me ne frego dei complimenti.
Quelli di marzapane.
Io voglio essere amata.
Sul serio.
Al di là di questo
il resto è solo
Bugia.


 

 

5 Gennaio 2006

I colori di una bolla

 

Per anni ho creduto che il male potesse essere una forma di bene
che la mancanza fosse a modo suo una presenza
che il rumore avesse i suoi silenzi
quando invece è il silenzio ad avere i suoi rumori.
Ed il male è male
e la mancanza è un'assenza.
Impossibile descrivere emozioni.
Io ci provo.
Ci provo e non le afferrò mai del tutto.
Scivolo così sulla mia pelle con le mani
e con le parole scivolo anche su questo foglio
per percorrermi
per leggermi
per mettermi a nudo.
Nuda davanti a voi
e soprattutto davanti a me stessa
mostrando i miei limiti
la mia forza
la mia fragilità
il mio essere donna
il mio essere bimba
il mio essere illusa.
E disillusa.

Accade che è successo qualcosa di bello
qualcosa alla quale non darò voce
né qui né in nessun luogo.
Non ora che il suo respiro è ancora troppo leggero
per essere respirato.
Non ora che le sue iniziali mi sono ancora sconosciute.
E la paura è fin troppa
anche solo per immaginarle.
Perché io sono così.
Riesco a sputare il veleno e la rabbia
con uno slancio inaudito.
Ma lascio il miele sulle labbra.
Quello lo tengo solo per me.
Perché ho paura.
Paura che possa sciogliersi all’improvviso
o essere solo frutto della mia immaginazione.
E al solo pensiero
sento la mia pelle diventare rossa
come un frutto che matura sul ramo.
E penso.
Penso a tutto quello che mi è accaduto negli ultimi anni
Tutto quello che mi ha trasformato
e mi ha reso la donna che sono
oggi.

Non trovo mai lo “start” agli eventi.
Mi ci sono sempre trovata dentro.
Ma ho la strana consapevolezza di riconoscerli.

Sabato sera ero ad una festa in casa di amici.
A pochi minuti dalla mezza
mi sono infilata il cappotto
e sono scappata fuori a fumare una sigaretta.
S’intravedeva il fuoco acceso nel camino dentro casa
e dalle mura uscivano musica ed euforia.
Tutto sembrava provenire da lontano
come se io non fossi lì
a pochi metri da loro
su quella terrazza sul lago.
Nel silenzio.
Bellissimo.
Avevo davanti agli occhi le luci delle case
tutte quelle intorno al lago
e quelle colorate degli alberi di natale
e il bianco della neve che scendeva sotto al lampione.
Quell’attimo era poesia.
Ed ho pensato.
Oh si, ho pensato.
Una malinconia quasi bella.
Struggente.
Avrei voluto scrivere
dipingere
fermare quel momento.
Ho ripensato al passato.
All’uomo col quale ho condiviso gli ultimi dieci anni della mia vita
a tutti i capodanni
a tutti gli occhi in cui mi sono persa
a tutti i sogni infranti
a tutti i fari
a tutti i sogni.
Ho chiuso gli occhi ed ho respirato
profondamente
quasi a gelarmi le narici.
Ho sentito l’aria fredda riempirmi i polmoni
e mi sono sentita viva.
Ho cercato nelle tasche la tristezza.
Non c’era.
Per la prima volta dopo non so più quanti anni
Lei non c’era.
Ed è stato un po’ come vedere la notte per la prima volta.
Possibile che io non mi sia mai accorta di quanto sia bella?

Ecco.
Questa è la felicità.
Scoprire di non aver mai visto la notte.
E la neve.
Accorgersi di non aver mai ascoltato il silenzio
e di aver creduto che solo la morte o la vita fossero la soluzione.

Non so cosa sia successo.
Credetemi, non riesco a descriverlo.
Ho sempre pensato di conoscere i colori dell’alba.
Mi sbagliavo.
Io non l’avevo mai vista.
Mai così bella.
Mai così calda.
E il tempo ora è un neonato
tra le mie braccia.
Un bimbo con la pelle bianca
e fragile come un velo
e dorme su queste ore che segnano l’inizio.
L’inizio di una nuova vita.
Ho aperto quella porta.
Oggi so di averla aperta.
E c’è una luce tiepida ma accecante
qua fuori.

Ora so perché la quiete si chiama quiete.
Prima lo avevo solo immaginato.

Questo tempo mi è nuovo
ed è l’emozione di quest’alba.
È una bolla di sapone tra le mani.
Così fragile
Così seducente.
Trattengo a stento il respiro
per non farla scoppiare
ed osservo le sue sfumature mentre cambiano.
Osservo così
per la prima volta
i miei colori.
Quelli che ho sempre avuto
e che non ho mai avuto il coraggio di guardare.

Ed ora
senza troppi giri di parole
senza chiederti altro tempo
butto sul piatto cento lire.
Cento lire per un tuo pensiero.
Adesso.





 

 

29 Dicembre 2005

Una notte di neve

 

Mi sono addormentata tardi questa notte.
Saranno state le tre. Più probabile le quattro.
Sentivo solo il tic tac della sveglia
e il tum tum del cuore
a distillare la quiete
della notte.
Un diabolico metronomo sui pensieri
come il ritmo sordo di un tamburo
che proviene da dentro
ed esce dall’orecchio appoggiato al cuscino
ritmando il silenzio.
Che poi
non è mai silenzio.

Pensavo a quello che avrei potuto scrivere questa mattina
perché in fondo qualcosa da dire ce l’avrei.
Il Natale è passato, non senza farsi sentire in tutta la sua pesantezza.
Tanti sono dell’idea che sia un giorno qualunque,
uno di quelli in cui semplicemente si mangia di più.
Io non la penso così.
A me questo giorno mi ha investito come il devastante passaggio di un tir.
Mi ha scaraventato a terra
e sto cercando piano piano
di rialzarmi.

Tutti si aspettavano un dono sotto l’albero.
Io aspettavo solo qualche sms
di quelli che non arrivano mai
proprio perché li aspetti
continuando a guardare il display.
E questa cosa mi ha fatto riflettere.
Ieri.
Pensavo a come durante le feste
domeniche comprese
io cessi di esistere
per tutta una lista di persone.
Per loro io sono la donna feriale.
Quella che riempie gli spazi vuoti durante la settimana.
Forse è solo colpa mia
che ho l’invidiabile capacità di circondarmi sempre di gente impegnata.
Sentimentalmente intendo.
Persone per le quali io sono solo la mia immagine sul sito
quattro Parole
e via.
Perché io ho quel non so che
che riempie gli spazi interstiziali
della vita degli altri.
Sono come il poliuretano espanso.
Il polistirolo rovesciato.
Le mie parole sono molecole che s’infiltrano tra gli spazi vuoti delle vostre vite.
Però devo dire che tutti si prodigano in sante parole.
Dal lunedì al venerdì
e quando va bene anche al sabato.
Parole di conforto.
Per la povera sfigata.
E qui mi scappa un sorriso.

Tutti voglio succhiare un po’ di me.
Nutrirsi con l’unica linfa che mi tiene in vita.
Queste pagine.
Come tenere un filo d’erba tra le labbra.
Che prima o poi si sputa.
Via.

Divisa in tanti pezzettini
per non fare differenze.
Dall’anno nuovo mi terrò tutta intera.
Perché tanto lui sta arrivando.
Io lo so.
Lo sento.
Forse il tempo per fiorire
di nuovo.
La mia primavera è alle porte
e lì vi fregherò tutti.
Magari non scriverò nemmeno più.
Tanto alla fine io sono solo la donna feriale.
qualcun’altra mi sostituirà.
E per assurdo non sarà più la stessa cosa.

C’è chi si chiede come mai io sia così negativa.
In realtà non lo sono. Sono indifferente. E’ diverso.
E disillusa.
Attraverso la fase di colei alla quale è stato detto che tutto quello per cui ha vissuto non esiste.
Quindi è normale che io sia incazzata.
E cinica.
Col mondo che mi ha illuso.
E con il mio mondo.
Quello che la mia mente sognante ha creato.
Un mondo che oggi scopro non esistere.
Frodata
e stuprata.
Ecco come mi sento.
E non riesco mio Dio a farmene una ragione.
Non riesco a distruggere questa apatia che mi difende dal trarre le conclusioni definitive.
Quelle per cui non c’è ragione di scrivere.
E vivere.
E morire.

E ritorno a Te.
concreto e reale nella tua assenza.
Distruggi questo pianoforte maledetto.
Stacca tutti i tasti bianchi.
E quelli neri.
Gettali nel fuoco.
Cancella questo spazio
e strappami le dita da questo continuo
annodare pensieri.
Da questi paragrafi che vanno sempre a capo.
Da questo tempo
che non è mio.
Portami lontano da queste mura
Brucia questa porta
E questo letto.
E lascia che sia solo l’aria a disegnare il mio profilo di donna
Senza superbia o invidia.
Liberami da questi sentimenti
troppo umani.

Oggi nevica.
E’ bellissimo.
la neve se ne frega di guardare dove cadere.
Lei scende e basta.
E ricopre tutto.
Di bianco.
Ma soprattutto copre il nero.
in un silenzio senza appello.
Lo copre.
Un po’ come le mie parole
bianche
che vorrei fossero neve
su questo foglio nero.
Nero come il buio
di un buco
che risucchia tutto.
Anche me.

 

 

 

20 Dicembre 2005

La donna nel pacco

 

Eccomi.
Io non so se qualcuno sia passato da queste parti sperando di trovare
qualcosa di nuovo.
Come del resto non so nemmeno se qualcuno
da qualche parte del mondo
mi stia davvero aspettando.
Non so niente di tutto questo.
Semplicemente lo spero.
E mi piace pensare che almeno qui
qualcuno mi cerchi.
E mi aspetti.
Trovandomi così.
Con i capelli scompigliati, le mani gelate e la sciarpa colorata intorno al collo
davanti a questo monitor che riverbera la mia femminilità
tradotta in parole
e lettere
e spazi
e punti.
Mi piace pensarlo per sentirmi unica.
Perché in fondo tutti
segretamente
vorremmo sentirci così.
Unici.
Avere quel non so che di diverso che ci renda eccellenti.
L’eccellenza dell’unicità.
Un modo per riscattarci dalla routine
dalla normalità della vita che inghiotte gli umani quasi fossero carne in scatola.
Che rende i giorni tutti uguali.
Le stagioni ripetenti.
Le parole sempre le stesse.

L’unico modo per non dare importanza ad una cosa è non parlarne.
Quindi io non parlerò del Natale come evento in prima pagina.
Ma parlerò d’altro.
Della mia nuova vita.
Perché io ne ho una nuova, ancora da usare, appena scartata.
Una vita che profuma di tutte le candele che non ho ancora acceso.
Che ha l’ansia delle parole che non ho detto.
E la premura delle cose che non ho fatto.
Si insomma, una seconda possibilità di vita.
Un po’ come partire da zero, anche se da zero non si parte mai.
Ricominciare.
Senza compromessi questa volta.
Una vita che reclama senza paura di farlo.
E chiede ogni volta che ne sente la necessità.
Il bisogno di braccia.
Si.
Braccia.
Di quelle che ti avvolgono come una coperta di lana
e ti fanno sentire al caldo.
Io lo so che l’unico modo per trovare qualcosa è non cercarla.
Ma cazzo, spiegatemi voi come sia possibile restare fermi quando si ha bisogno di qualcosa.
E’ come chiedere ad uno che ha fame di aspettare la manna dal cielo
mentre nel frattempo la carne lo divora dal midollo.
O chiedere ad uno che ha sete di aspettare la pioggia
mentre le sue labbra si spaccano in fessure di sangue.
Se hai fame cerchi cibo.
Se hai sete cerchi acqua.
Se hai bisogno d’amore, cerchi qualcuno che possa dartelo.
Un po’ d’amore.
Solo questo.
Si chiama spirito di sopravvivenza.
Perché fa freddo.

Settimana scorsa ero al supermercato con mio fratello.
Da quando vive da solo è meglio di una casalinga.
Io invece sono il prototipo della donna da non sposare.
Quella senza qualità nascoste.
Dicevo.
Ero al super.
E nel mezzo dello scatolame natalizio
lui mette nel carrello un pandoro e una bottiglia di spumante.
“Il necessario da tenere in casa nei prossimi giorni
non si sa mai che arrivi gente” dice
“E poi che cazzo è Natale.”
Rimango in silenzio.
Cinque minuti dopo vado nella corsia natalizia e ne prendo uno anche io.
In effetti non si sa mai.
Anche se io so che rimarrà chiuso nel suo cartone.
Dentro l’armadio.
Nella sua solitudine di pandoro non tagliato.

C’è che alla fine si diventa esigenti.
Non tanto di cose ma di fatti.
Ed io vorrei il mio Natale.
Ed accendere le candele rosse che ho comprato.
E tagliare quel pandoro nascosto nell’armadio.
E scartare un fottuto cazzo di regalo
con un ti voglio bene scarabocchiato sul biglietto d’auguri.
Perché io voglio tutto.
Anche il biglietto d’auguri.

In ufficio iniziano ad arrivare i panettoni. E le bottiglie. E i calendari nuovi.
Vorrei infilarmi in una di quelle confezioni natalizie. Tra torroncini e lenticchie, con qualche nastro rosso tra i capelli.
Invece della donna dentro la torta
La donna dentro il pacco.
Il pacco che nasconde la sorpresa.
Quella tanto desiderata.
La sorpresa per Te.
Per trasformare questo inverno in anticipata primavera
e diventare la mia passione
mentre mi sfili le calze
e rovesci i miei sensi
in rivoli di piacere tra le gambe.
Vorrei essere così.
Essere così il tuo regalo.
Rubare il riflesso del tuo viso sulle palline colorate appese all’albero
ascoltare il crepitio della carta colorata
ed uccidere
per un istante
con queste parole
la dannata e lucida consapevolezza
che anche quest’anno
sotto l’albero
tu non mi troverai.
 

 

 

 

12 Dicembre 2005

Come una foglia

 

A volte vorrei solo non esistere.
Non morire.
Semplicemente non esistere.
Sono giorni in cui il gelo ferma l’attimo
lasciandomi appesa ad un ramo
dal quale vorrei buttarmi.
Giù.
Staccarmi da questo equilibrio precario
per il tempo che basta
per il tempo di un volo
come una foglia che cade.
Nel vuoto.
Nero.
Di un abisso
senza fondo
senza terra
con un solo piano.
Inclinato
Che se lo sfiori fa scivolare
Ancora
Più
giù.
Con gli occhi chiusi
Sento solo lo stesso maledetto pianoforte
Malinconico
come una nenia
che rimbomba
nella testa.
Mentre le sue note
cadono
con me.
Nel buio.
Nero.
Di questo buco.
Dal quale
vorrei risalire
anche se oggi
resta
solo un’impronta
strisciata
sul vostro vetro appannato.
L’impronta delle mie dita
di colei che senza voce
ha cercato
di aggrapparsi
a questo fottuto piano
inclinato
prima di scivolare.
Via.


 

 

 

 

 

7 Dicembre 2005

 

Edera velenosa

 

 

Succede che è inverno.
Un altro.
L’ennesimo che passo
senza averti ancora conosciuto.
Non so nemmeno se esisti
ed anche per questo ti scrivo.
Per rendere meno assurda questa speranza
per darti vita prima ancora
che tu ne abbia una.
Per me.
Sono giorni che sento solo parlare di progetti per le feste che stanno arrivando.
Io odio le feste. Odio il Natale. E soprattutto odio la felicità che ne sta dietro.
Perché io non lo sono.
Felice.
E non ho nulla da festeggiare.
Io.
Se potessi prendere un sonnifero la vigilia di Natale
e risvegliarmi direttamente il due di gennaio
probabilmente lo farei.
Perché tanto io già mi vedo.
In paranoia totale.
A pensare alla felicità degli altri che mangiano e brindano alla loro salute
e magari ti mandano anche un sms per fartelo sapere.
Che si divertono.
E lo augurano anche a te
pur sapendo benissimo che sei a casa a marcire.
Credo che l'egoismo
abbia il suo seme fecondato
nella felicità.
La generosità invece
ha il suo
nella malinconia.
E porgi la mano.
Perché sai quanto vorresti che qualcuno la porgesse a te.
Insomma dai valore alle cose.
Anche quelle più piccole.
E ti senti solidale.
Con tutti.
Solidale
ma solo.

Penso all’uomo che non conosco.
A quello che tutti dicono che prima o poi incontrerò.
Anche perché ogni volta ho sempre pensato di averlo trovato.
Nell’ultimo ci avevo creduto.
Avevo creduto che fosse quell’uomo.
L’illusione di aver camminato al suo fianco
ha sostituito per dieci anni la tessera mancante
al puzzle della mia vita
svelando oggi un falso riflesso di volti sconosciuti.
Perché la necessità rende ciechi.
E alla fine io pretendo. Sempre cazzo.
Mi chiedo cosa abbia io da offrirti.
I miei anni.
Quelli che mi restano.
Quanti sono?
Trenta, quaranta, cinquanta?
Non lo so.
Ed è tutto ciò che possiedo.
Non una certezza
Ma una speranza.

Non voglio il più.
Ma nemmeno il meno.
Voglio il giusto.
E mi arrampico sul pensiero di te
legandomi al tuo corpo
come edera.
Edera velenosa.
Che forse avrai paura di toccare.
Paura.
Al punto che mi sfiorerai con cura
e dovizia
col timore che il mio veleno
ammali la tua pelle.
Mentre io invece
mi annoderei al tuo corpo
avvolgendolo con le braccia
e le gambe
e i miei capelli
lunghi
che scivolano
e diventano
fili
di erba selvatica
da attorcigliare alle dita
mentre mi guardi
e ti guardo.
e mi sfugge un
“ti amo”.

Sembrerà tutto finto.
Lo sai?
Le lenzuola di cartapesta colorata
le pareti di cartone
e l’aria profumerà
di sesso.
Il sesso che ritrova l’amore
o se preferisci
l’amore che ritrova il sesso

Quando ci si incontra ad una certa età
il passato diventa una valigia che ci portiamo appresso.
Nella mia le cose sono ripiegate alla rinfusa
insieme alle fotografie
le lettere, i libri, i maglioni di lana, i nastri di velluto
tutto quello che ho visto
sentito
toccato.
come lussi colorati.
Ci sono le lacrime
versate
per gioia o dolore.
E tutti gli orgasmi goduti
E i piaceri ansimati
voluti
o subiti.
Ho anche una scatola di metallo.
Chiusa.
Lì dentro ci tengo i sogni.
Quelli che nessuno è mai riuscito a sporcare.
Ci sono i sorrisi che nessuno ha mai visto.
I baci che nessuno ha mai assaporato.
C’è il tempo che ho sacrificato
le parole che non ho mai scritto
e quelle che nessuno ha mai letto.
C’è tutto l’amore che non sono mai riuscita a dare
tutto l’odio che ho provato
tutto il bene e tutto il male.
Ed io me lo porto dietro.
In una valigia.
Solo una valigia.

Sai,
lo so che certe cose non si chiedono.
Io però
Te ne chiedo una.
Una soltanto.
La più importante di tutte.
Amami.
Ma fallo senza paura.
Fallo.
E basta.

 

 

 

 

 

 

29 Novembre 2005

 

Fumo tra le dita

 

 

Devo scrivere.
Sono giorni che sento di doverlo fare.
In fondo sarebbe un po’ come liberarmi da ciò che ho dentro.
Prima che marcisca.

Ci sono storie che non finiscono.
Mai.
Restano lì, sospese per anni,
E non so ancora quanto bene o male faccia
il saperle comunque lì,
ferme sul cornicione della vita.
Ci sarebbe molto da dire
e forse
per assurdo
è anche per questo che non riesco a farlo.
Avrei dovuto scrivere qualche giorno fa
quando le parole scalciavano nella testa
per uscire
e tradursi in un parto doloroso di pensieri
e immagini
che il tempo, e l’aria, e il vento
non riescono mai
a sbiadire completamente.
Mi chiedo perché.
Ogni volta sembra che il punto non sia mai stato messo.
Il punto.
Forse è questo il problema.
Quello vero.
Se non c’è un vero punto,
un epilogo vissuto con tutti i suoi sacrosanti crismi
le storie non finiscono mai.
E restano lì
sospese
sul quel cazzo di cornicione
pronte a gettarsi giù
o a rimettersi in piedi nella mia testa.
Sono storie
che non si possono nemmeno raccontare
perchè non hanno una sentenza finale
una di quelle serie intendo
senza possibilità d’appello.
Per un certo tempo magari non ci penso.
Poi basta una telefonata e quattro parole
per trovarmi io stessa
seduta su quel cornicione
con le gambe a penzoloni
una camicia leggera addosso
e una penna tra le mani.
E sento freddo.
Perché lì in alto
nel limbo delle storie mai chiuse
l’aria è gelida.

Io non so cosa avrebbe voluto sentirsi dire.
Lui.
Sta di fatto che non so se ci sia più onore nel silenzio
o nel rumore.
Amore.
Di questo si è trattato.
Per entrambi.
Un amore senza palle però.
Uno di quelli che hanno già l’etichetta “fine”
prima ancora che inizi.
Ma questo non cambia nulla.
Niente.
C’è sempre qualcosa di più importante
che scavalca i sentimenti.
A noi era capitato per caso.
E il caso si era presentato come una scatola chiusa.
Oggi so che le scatole chiuse
non sempre contengono qualcosa.
A volte dentro c’è solo fumo
e si svuotano appena ne apri il coperchio.
Così è stato.
La nostra era una meravigliosa scatola
ricoperta di carta finissima
decorata con i disegni più belli che avessi mai visto
chiusa con nastri di seta e velluto.
Rosso.
Lo stesso con il quale avrei voluto
qualche tempo dopo
stritolare le mie vene.
Così è accaduto l’altra sera.
Per un attimo ho toccato
il velluto di quel nastro.
Quello che chiudeva la nostra scatola.
Sono rimasta in silenzio davanti al monitor
con gli occhi fissi sulle sue parole
le gambe incrociate sul divano
la tv senza voce.
Non riuscivo nemmeno a muovermi
sentivo solo che quel punto omesso
riusciva ancora a farmi male.
Un male che si è trasformato
in una stilla di pianto
che non ho voluto nemmeno toccare
con le dita.
Così l’ho lasciata cadere a terra.
E sono uscita
decisa a lasciare quella lacrima sul pavimento.
Perché in fondo tutto ciò che è stato
ora
è solo ricordo.
Era una bellissima scatola.
Piena di fumo.

Oggi non riesco
e non voglio più scrivere di quella scatola.
Non voglio più raccontare il passato
come se fosse in attesa di ritornare.
Perché sarebbe falso.
Preferisco parlare di un presente
senza nastri colorati
o di sogni futuri
anche se io non ne ho più.
Di sogni.

Questa mattina c’era nebbia.
E non si vedeva più in là di dieci metri.
Ecco.
Io vedo il mio futuro esattamente così.
Nebbia.
Riesco a distinguere solo la linea di mezzeria
quella che mi separa da tutti quelli che vanno nel senso opposto al mio.
E potrei dire che i miei progetti futuri si estendono non più in là di qualche giorno.
Un giorno lungo dieci metri.
Il resto è solo nebbia.
Bianca.
E anche se mi sforzo
Non riesco a vedere più in là.
Quindi tanto vale accendere la radio
e ascoltare un po’ di musica.

C’è malinconia in questa assenza di sentimenti.
Ma non riesco a provare nulla.
Per nessuno.
Anche se gli altri ridono di questo.
Ridete, ridete
Tanto non me ne frega un cazzo.
Alla fine non è che uno nasce cinico.
Lo diventa.
Lo diventa per fuggire al dolore.
perchè quando lo provi
e sai cosa significa
allora cerchi di evitarlo,
come si evita di toccare il fuoco
sapendo che scotta.

Penso alla pietra.
Mi sento un po’ così.
La donna di pietra.
La donna che sorride senza essere felice.
La donna che piange senza essere triste.
La donna che parla senza aver nulla da dire
La donna che cammina senza saper dove andare.
E allora vorrei volare.
Anche se fa freddo.
Fare un salto.
E staccarmi da questa terra che mi tiene legata
alle mie paure.
Osservare tutti dall’alto.
Sentirmi invincibile
al di sopra di ogni giudizio
lontana dalla cattiveria umana
e dalla bugia che diventa pane
da dividere a tavola.
Sentirmi sopra al dolore della gente
alle sofferenze del mondo
a quella lacrima sul pavimento.
Sentirmi immortale
e per un attimo felice.
Volare.
In alto.
Senza avere per una volta
una soltanto
paura del volo.
Sentire il freddo
sulla pelle del viso.
Un freddo invernale
un freddo di neve e ghiaccio
un freddo dal quale posso difendermi
con un maglione di lana
un fuoco acceso
e la mia sciarpa colorata.
Perché io so che c’è un freddo ancora più rigido
Un freddo dal quale non ci si può riparare
E quando ti avvolge
è un po’ come morire.
In diretta.
E’ questo il freddo che mi fa paura.
E’ questo il freddo che nessun inverno potrà mai sfidare.
Ed è questo il freddo
che non voglio più sentire.



 

 

 

 

 

 

21 Novembre 2005

 

Senza voce

 

 

Brucio.
Dentro.
Di rabbia inquieta.
Divento fuoco.
Rosso.
Che nessuno vede.
E sente.
Spio dalla fessura
e vedo gente che cammina
uomini e donne che bisbigliano
e la notte sulla strada.
Vi spio.
Senza farmi vedere.
Perché io odio le domande.
Odio chi dice di esserci e poi non c’è.
Odio chi mi dice una cosa e poi se la dimentica.
Odio i sorrisi marci.
E odio questa rabbia
che mi rende umana.

Davanti ad un dilagante vociare diffuso
alla fottuta e insignificante indifferenza che mi circonda
davanti a tutto ciò che
al mondo passa e quasi orma non lascia
davanti a tutto questo io grido.
Grido, cazzo.
Ed immagino la mia voce scavalcare tutte le altre
un'onda anomala improvvisa
che nessuno si aspetta.
L’urlo che si fa notare
l’urlo che zittisce il mondo
l’urlo che fiata sulla sabbia.
Soffiandola.
L’urlo che ricopre ogni voce.
E da fastidio.
Come la sabbia tra le lenzuola
i sassi nelle scarpe
le ciglia negli occhi.

Oggi amo solo questo cielo azzurro.
Perché non chiede niente.
Se ne sta zitto e basta.
E amo il passaggio a livello.
Quello che incontro tutti i giorni.
Perché mi ferma
e mi da tempo.
Senza fare domande.


 

 

 

 

 

 

17 Novembre 2005

 

Dietro la porta

 

 

Mi aspettavi?

Sono qui.

Ancora qui.

E ti parlo.

Non ho mai afferrato il passaggio delle stagioni

l’attimo in cui il verde diventa giallo

quando il giallo è il grano imbiondito dal sole.

O quello in cui il verde diventa viola

quando il viola è il grappolo d’uva dopo la vendemmia.

L’autunno si annoda all’inverno

come fa la primavera all’estate

attraverso grovigli invisibili

di corde e colori

legati dalle pagine di un calendario

che io non seguo mai.

E così oggi sembra inverno.

Ho una grossa sciarpa colorata

al collo.

Adoro la mia sciarpa.

mi abbraccia

mi riscalda

mi protegge

e mi colora d’autunno.

Quest’autunno di foglie gialle

Quelle del viale, ricordi?

 

Cerco sempre di descrivere l’attimo

consapevole della sua complessità

del suo divenire passato

nell’istante stesso in cui diventa presente.

Perché io ci penso.

Sempre.

Al punto d’inizio.

Al giorno in cui il nastro

improvvisamente

ha iniziato a riavvolgersi,

gli ingranaggi a girare al contrario

e le persone a camminare all’indietro.

Mentre io vado ancora contro corrente.

Dritta.

Perché se mi fermo e mi volto per cambiare direzione

cado.

Si, cado.

Perché io cammino su una corda.

Eccola.

La corda.

Sempre lei, la stessa fottuta corda.

Rossa.

E mi sfioro i polsi .

Ricordi?

Alla fine lei mi afferra sempre.

Ma io non posso afferrare lei.

E la odio anche per questo.

Perchè fa di me quello che vuole.

 

Le parole escono da sole.

Non riesco nemmeno a pensarle.

Escono e basta.

In questa stanza c’è silenzio.

Ma è un silenzio caldo

imperfetto

con un brusio di sottofondo.

Ogni tanto qualcuno apre la porta e sbircia dentro

così entra un fascio di luce.

Lo capisco perché il buio si attenua

e percepisco la sua presenza in piedi

sulla porta.

Sento gli occhi puntati addosso.

Resto seduta con lo sguardo assente

fissa sulla stessa pagina

dello stesso libro

con la stessa penna tra le mani.

quella che certe volte

come sai

perde l’inchiostro.

Alle volte mi giro.

Ma quello che vedo è solo una sagoma scura

che non saprei dire se di donna o di uomo.

Mi fissa e rimane in silenzio.

A tratti credo che voglia dirmi qualcosa.

Ma poi abbassa lo sguardo

e accompagna la porta piano.

Richiudendola.

 

Altre volte invece capita che qualcuno entri

con passo leggero e discreto.

Io me ne accorgo subito, ma faccio finta di nulla.

Lo faccio perché non voglio distrarmi dal libro.

Non è vero.

Lo faccio per trattenere il più a lungo possibile

quella presenza nella stanza.

Perché in due la stanza si riempie.

Non ci hai mai pensato?

Basta una presenza e non mi sento più sola.

Un circuito di pensieri s’innesca come un vortice

a risucchiare i vuoti lasciati negli angoli

nelle pagine

nella testa

e nel letto.

Alla fine però capita sempre che tutti se ne vadano

dopo aver soddisfatto la loro curiosità.

Spiano la mia intimità

e poi richiudono la porta.

E ritorna il buio.

In questa stanza.

 

Io vorrei solo una cosa.

Che tu

tu che leggi

tu che ora mi guardi e ti chiedi se stia parlando con te

non te ne andassi.

Da questa stanza.

Vedi.

Le immagini appese alle pareti sono tutte in bianco e nero.

Sono io a sporcarle di rosso.

Perché il rosso mi ricorda il sangue

la parte più cruda del nostro corpo

la passione e la sofferenza.

Il sangue è la nostra torba

La prova evidente della nostra fragilità umana.

Il sangue è la promessa giurata

di un amore eterno

come quella di una madre per un figlio.

Il sangue.

Ma quelle macchie di colore sono l’effetto di un fotoritocco voluto.

E sotto quel colore ci sono le mie mani.

Sempre loro.

Le mani.

Che ora scrivono la mia vita

e la continua ricerca di un’emozione

che le dia un senso.

Io sono questo.

E vorrei che questo divenisse parte di un tutto.

La stanza.

La presenza.

Che tu avessi la pazienza di un abile restauratore

per riportare alla luce

un antico affresco oscurato

dal calcare della mia acqua rovesciata.

Ma so che non posso fare nulla per trattenerti.

Non posso usare una voce diversa dalla mia

o parole che non mi appartengano.

E so che stai per andartene.

Lo so, devi.

E allora vai.

Anche se vorrei tanto gridarti

Resta con me.

 

 

 

 

11 Novembre 2005

Un dio senza nome

 

E’ facile cadere.
Alle volte non te ne accorgi nemmeno
e ti ritrovi col culo per terra.
Magari stai camminando
magari stai leggendo
o magari stai scrivendo.
Accade all’improvviso.
Senti salire un nodo alla gola
lo stomaco si svuota
legato da una nastro che lo stritola.
E fa male.
Vorresti sbattere la testa contro un muro
ma non puoi far niente
non puoi aggrapparti a nulla.
Tutte le certezze si sgretolano in mano.
Le pagine che stavi leggendo diventano bianche
La penna con cui stavi scrivendo perde l’inchiostro
macchiandoti le dita
e il foglio
e i pantaloni
e le scarpe
e il pavimento
dal quale proviene lo scricchiolio di gusci rotti.
Gusci di animali.
Gli scarafaggi della notte.
E fanno schifo.
Al punto che vorresti iniziare a correre,
cercando un’uscita, pur non sapendo verso quale dove
pestando milioni di corazze nere
un incubo che si infila sotto i pantaloni
e ti fa gridare.
Di paura.

E nel mentre entra Lei.
Senza chiedere permesso.
Lei. La solitudine.
E mi penetra.
Per gioco.
Con l’unico sfizio di svuotarmi le ossa
e farmi piangere.
togliendomi quella falsa idea di equilibrio precario.
Lei non sa che non sono altro che un’instabile cariatide
sotto il Suo peso.
E non ho nulla da dare.
Nemmeno a Lei.

Poi all’improvviso scompare.
Lasciando qualche traccia sul viso.
Gli occhi che bruciano.
La tv che parla da sola.
Gli oggetti tornano ad essere oggetti.
Inanimati.
Gli scarafaggi tornano sotto i mobili.
I libri si scrivono.
Il calamaio si riempie.
Così.
All’improvviso.
Tutto finisce.

In questi giorni il cielo è un telo opaco
ma l’autunno luccica.
Di colori.
Ci sono mattine in cui il tempo mi concede tempo
e allora scelgo una via lunga per arrivare in ufficio.
Una strada orlata da due file d’alberi
che ricamano gli irriverenti marciapiedi
con il loro emblema autunnale.
Sembrano piante cosparse di miele e poi immerse in una vasca di petali gialli.
Solo che non sono petali, ma foglie.
Da piccola mettevo il dito in bocca
e di nascosto lo infilavo nel barattolo dello zucchero.
Poi me lo leccavo.
Oggi invece vorrei infilare le mani nel barattolo del miele
e passarmele tra le gambe.
Le mani.
E il miele.
Seduta per terra
con la schiena appoggiata al muro
e le gambe aperte
piegate
per mescolare i sapori.
Del sesso.
E del miele.
Denso.
Il piacere appiccicoso
mentre mi amo.
L’estasi diventa nettare che attira le api
come oro ambrato che cola dai vetri
come sudore sulla pelle
che imbratta le lenzuola.
E la testa.
E gli incubi diventano un letto di cenere.

Dicevo.
La strada.
E gli alberi. Sono come persone.
I giganti buoni.
Arrivano quasi a toccarsi da un margine all’altro
lanciandosi in un abbraccio
a formare una volta gialla
sotto la quale scorre la vita e la mia macchina.
Ma io so che non ce la faranno mai.
Ad abbracciarsi.
Loro sono un po’ come me.
Allungano le braccia
ma non arrivano mai ad afferrare la fottuta corda,
quella che se la prendi
ti salva.

Così restano in equilibrio
in uno slancio quasi immobile
protesi verso l’attimo infinito
la foto non scattata
il bacio non dato.
Una tensione che raggiunge la sua massima espressione
nel restare sospesa nell’attimo prima.
Come in quella statua di Canova.
Amore e Psiche.
Protesi verso un bacio
suggello di un amore sofferto
E voluto
E sacrificato.
Un bacio che sta per essere dato
che diviene simbolo e passione
ma soprattutto rivelazione d’amore per eccellenza.
L’eccellenza dell’amore.
E quando la guardi vorresti essere Psiche
abbandonata tra le braccia di Amore.
La corda.
Afferrata.
Perché anch’io come Lei aspetto sempre il mio amante invisibile.
Lo aspetto di notte
per abbandonarmi al suo caldo abbraccio
e farmi amare
come farebbe il più dolce degli amanti.
Trafiggermi.
Con la freccia.
Per errore.
Ed essere proclamata dea
per amare Amore
che oggi
ahimè
è solo un dio.

Un dio senza nome.

 

 

 

 

 

9 Novembre 2005

La luce arancione della notte

 

Mi chiudo la porta alle spalle.
Una porta diversa da qualche giorno.
Una porta bianca, che mi sigilla tra mura altrettanto bianche con le quali sto cercando di instaurare un dialogo.
Perché loro sanno che non mi sento mai protetta.
In nessun luogo.
Dicevo.
La porta.
Mi assicuro che sia ben chiusa,
quattro giri di chiave
due di chiavistello
anche se poi torno sempre a controllare.
Perché ho paura.
Questa notte ero a letto quando ho sentito dei rumori.
Avevo l’impressione che qualcuno cercasse di entrare. Sentivo un trapano silenzioso inserirsi nella serratura.
L’udito sottile in allerta.
E rumori sordi.
Di chi cerca di fare piano.
In questa dimensione di silenzio artefatto
comincio ad immaginare una possibile successione di eventi.
Uno che entra, sfonda la porta e mi uccide.
E allora penso al disordine sul tavolo
alle telefonate perse
alle cose che avrei dovuto fare
al portatile sul tavolino di fronte al divano
alle candele mai accese
al pigiama grigio perla che indosso.
Penso a tutte le futilità
e alla possibile scena del delitto.
Nella testa sento voci diffondere la notizia la mattina successiva.
“Giovane donna massacrata in seguito ad un furto nella sua abitazione.”
Eppure in quel momento riesco a controllare la paura.
A razionalizzarla.
E resto legata al letto dalla convinzione di aver ben chiuso la porta.
Ma so che non potrei addormentarmi.
Non con quelle voci nella testa.
Allora mi alzo ed in punta di piedi vado verso la porta.
Guardo dallo spioncino.
Non c’è nessuno.
Vedo la casa di fronte
e l’incrocio deserto.
Tutto è colorato di arancione
l’asfalto
il cielo
i lampioni
le mura delle case.
La luce arancione della notte.
E subito dopo immagino la punta di un trapano
forarmi l’occhio
mentre osservo dallo spioncino.
Come in uno di quei film dell’orrore.
Senza nemmeno respirare torno a letto.
Prima penso che il probabile carnefice si sia abbassato
in modo da non farsi vedere
poi mi addormento.
Un incubo.
E sogno vermi.
Larve bianche che escono da una scatola
abbandonata e dimenticata
da chissà quanto tempo.
Enormi grumi di larve che si muovono.
Rabbrividisco.
Sono schifata.
Le larve bianche mi fanno pensare alla morte
alla carne divorata dalla putrefazione.
Penso a qualcosa di marcio.
A qualcosa che è scaduto
A qualcosa che è stato dimenticato
e che si ribella agli occhi della gente
riportando alla luce la sua presenza
nel modo più agghiacciante.
Diventando incubo.
Lasciando il ricordo di un'immagine disgustosa
a riscattare il suo essere stata dimenticata.

Squilla il telefono.
Mia madre.
Si chiede come mai io non mi sia fatta sentire ieri sera.
Le chiedo che ore sono.
Quasi le 8.30.
E’ tardi.
Cazzo.
Avevo messo la sveglia alle 6.50.
E mi sono riaddormentata.
Una doccia veloce.
Mi vesto e corro in ufficio.
E in macchina penso a quei vermi.

Il sole oggi è un giudice
Sul mio umore.
Io, testimone sul banco degli imputati,
alzo la mano destra e giuro
di essergli fedele.
Così mi vesto di grigio.
Scende il silenzio sui giorni scorsi
come una gomma pane
che cancella i segni lasciati dalla mia matita.
Una matita morbida come un carboncino che ti lascia sempre le dita sporche.
Di nero.
E se ci passi le dita
Su quei segni
loro sbavano.
O se preferisci,
sfumano.
E non li riconosci più.
Restano macchie.
Il foglio si sporca
e non torna mai pulito.
Quindi devo per forza girare pagina.
Quante pagine ho girato senza aver mai scritto nulla.
Omesse solo per averle sporcate.
Con le dita.
E di quel niente taciuto
ma sbavato
resta tutto impresso nella mia mente.
E non si scrive.
Nemmeno qui.

 

 

 

4 Novembre 2005

L'odore di una candela

 

Alle volte ho l’impressione di svenire.

Da un momento all’altro.

E sto male.

Sento una debolezza fisica

che si aggrappa alle gambe

alle braccia

alle ossa

ai reni

alle ovaia

alla testa.

La mia testa

piena di spilli.

Che pungono.

Se devo essere ciò che non sono

solo per non perdere chi mi vorrebbe diversa

allora preferisco chiudere la porta

e restare da sola.

Con il mio pianoforte

E le sue note.

Perché non voglio essere ciò che non sono.

Sono stanca di farmi male

Sono stanca di dire che sto bene

quando in fondo non è così.

 

Lo so.

Sono egoista.

Dovrebbe bastare affacciarmi da una finestra

per sapere che fuori

da quella porta

c’è tanta sofferenza

di carne.

Io lo so.

Ma poi, tanto, non sto comunque meglio.

 

Perché alla fine io gli spilli li sento.

E alle volte non riesco a pensare ad altro.

Agli spilli.

 

Oggi vorrei diventare nebbia.

Grigia.

E foschia.

Che nessuno nota.

Sospesa sopra un campo a riposo.

Uno di quelli che si trovano in campagna

Di quelli che ti chiedi se ci passi mai qualcuno da quelle parti

perché in fondo è perfetto

nella sua solitudine.

Un campo di quelli che solo il sole sa trasformare

in un’esplosione di colori.

 

Quando sto così

Sono contenta che il sole non ci sia.

Sembra quasi che mi rispetti.

Si. Che rispetti il mio grigio

senza volerlo per forza trasformare in colore.

Il sole mi rispetta.

Sa esattamente come e quando uscire.

Uscire.

Io vorrei uscire da quest’ufficio.

Ora.

Senza fare rumore.

Con le mie scarpe da tennis.

La mia sciarpa intorno al collo.

La mia giacca di velluto marrone.

E le mani in tasca.

E le note di una musica celtica

nella testa.

E camminare

Come un fantasma.

Sino a diventare nebbia

Sopra le mie stesse orme.

 

Senza pensare che arriverà la notte.

Senza pensare che troverò un bivio in fondo alla strada.

Senza pensare che qualcuno leggerà queste parole

che forse non può capire

che forse non può toccare.

 

Ma io ho solo le parole

nelle mie tasche.

Lettere che diventano sillabe.

La mia voce senza sonoro.

Ho le mie pause

che non sono altro che i miei silenzi.

Ho i miei punti.

Che sono punti.

E fermano un pensiero.

per lasciar spazio a quello successivo.

Ho le righe vuote

che non so riempire.

Ho l’altra metà del foglio

che rimarrà sempre bianca

perché non scriverò mai abbastanza.

Ed ho i miei spilli

Nella testa.

Spilli.

Ed ognuno si trasforma.

In un tasto battuto.

In un tasto premuto.

In un bottone slacciato.

Per lasciarmi ancora una volta nuda.

Qui.

Davanti a te che leggi.

E non sai.

Non sai che io amo i colori.

E le fragole con lo zucchero.

E le margherite

quelle piccole

quelle di campo.

 

Qualcuno mi ha spiegato che la lentezza

è gioia

La lentezza è riposo

e tempo per poter osservare.

La lentezza è pace.

La lentezza è armonia.

Ma non solo.

Non solo caro amico.

 

La lentezza

è un segreto da svelare.

La lentezza è anche malinconia

e sa essere la più struggente.

La lentezza è un pianoforte che piange

e cola dalle pareti.

La lentezza è un violino che ti colpisce

con le sue note strisciate.

La lentezza è la goccia

di un rubinetto che perde.

La lentezza è anche in questo scritto

che si crea da solo.

La lentezza la trovi in un addio

La lentezza è una tortura

e può trasformarsi

nella carneficina

peggiore.

Quella dell’anima.

Quella che spegne lo sguardo

Lasciandoti ancora gli occhi aperti.

Quella di uno spillo

che ti fora la testa

Lentamente.

Lentamente.

La lentezza è il profumo di una candela appena spenta

che si espande nella stanza

sino a confonderti i sensi.

 

La lentezza la sento adesso

Che non so più cosa dire

Che non trovo più le parole

E come un tramonto che sfuma

io mi dissolvo

lasciando tra queste mura

il mio odore.

Proprio come quello di una candela

Sulla quale tu hai soffiato.

 

 

 

 

 

 

 

 

3 Novembre 2005

Fragilità

Eccomi qui.

Davanti a questo monitor.

Davanti a te.

Ai tuoi occhi.

Riesci a vedermi?

Riesci a sentirmi?

Si, dico a te.

 

Ti osservo.

Mi osservi.

 

Ieri era diverso.

Ieri eri ossessione.

Oggi sei silenzio.

Oggi sei malinconia.

Oggi sei riposo.

E guardo quei segni fantasma

sui miei polsi.

La corda.

Rossa.

Quella che segna

e stritola

e fa male alla pelle

e alle vene sotto la pelle

e al cuore

innestato alle vene

sotto la pelle.

 

Sfiora il monitor.

Fallo ora.

Segui le parole

con il tuo dito.

Si, sul monitor.

Sfioralo.

Adesso.

Come fosse il mio viso.

Tocca

per un istante

la mia fragilità.

 

Resto qui.

Non mi muovo.

Voglio sentire le tue dita

sulla fronte

sulle guance

sugli occhi.

E guardami.

Guardami

come se fossi il quadro più emozionante

sul quale i tuoi occhi

si siano mai posati.

Guadami

ancora.

E prendi le mie mani.

Entrambe.

Nelle tue.

Toglile da questa tastiera

da questo pianoforte maledetto

da questa musica

lenta

che inventa la notte

per riempire il giorno.

 

Tocca il monitor

Fallo ora.

Sfiora così queste parole

queste labbra

che ti mordono

le dita.

Non per farti male

ma per farti sentire

ancora una volta

una soltanto

la mia fragilità.

 

 

 

 

 

1 Novembre 2005

La mia ossessione

Mi chiudo in macchina.

Giro la chiave e parte il cd.

Sulla canzone numero 16.

Sempre la stessa.

Da giorni ormai.

Come un’ossessione.

Sembra che io non riesca a farne a meno.

Prima ancora che finisca

la rimetto da capo.

Alzo il volume sino a spaccarmi i timpani

e mentre guido vorrei disintegrarmi insieme ai finestrini

sulle notte di questa canzone.

La numero 16.

Con il frastuono dentro la testa

non riesco a pensare.

Forse sto solo impazzendo.

Ma non ho vie di mezzo.

Mai.

Sembra che io sia portata ad estremizzare

tutto quello che accade fuori dalla mia razionalità.

In realtà sono semplicemente stanca

di vivere con un piede dentro ed uno fuori.

Dalla soglia.

Odio i limiti.

Odio i bordi del foglio.

Odio il dover scrivere sulle righe.

Odio il mio essere così insofferente nei confronti di ogni cosa.

Per questo amo il disordine.

E le diversità.

E le contraddizioni.

E ultimamente estremizzo i miei desideri

sino a trasformarli in ossessioni.

Come l’amore cannibale.

La numero 16.

La mia ossessione.

Voglio essere bendata.

E legata.

Al letto.

Al mio piacere tenuto sospeso

pronto per essere strappato da un urlo sordo

che sbatte contro le pareti

senza produrre alcuna eco.

Legata.

Nuda.

Voglio sentire la mia carne macellata dal desiderio.

Sentire labbra che rubano umori segreti

e stringere i pugni

per possedermi

mentre vengo posseduta.

L’ossessione.

Il letto.

Le mani legate.

La benda legata intorno alla nuca.

Sto impazzendo.

Una pazzia paranoica la mia

quasi patetica

ma che mi fiata sul collo

senza che io possa controllarla.

Amore.

Cannibale.

Per me che non so più cosa vuol dire amore.

L’ho dimenticato.

Da qualche parte.

Su qualche pagina ormai ingiallita

di un diario

che non trovo più.

E non me ne frega più niente di ritrovarlo.

Devo liberarmi dalla mia ossessione.

Voglio sentire il piacere salirmi sino alla gola

Tremare come una corda pizzicata.

L’ossessione

che oggi

occupa il posto

del suo valido antagonista.

L’amore.

Amore cazzo.

Perché

Segretamente

io voglio essere fottutamente amata.

Ecco la verità.

Anche se io non riesco ad amarmi.

Sei di ghiaccio. Lui dice.

Ed ha ragione.

Di ghiaccio.

Fredda.

E mi odio.

Per il mio non essere come gli altri.

Ma ho scelto la strada più difficile.

Ho scelto di non mentirmi.

Perchè sono stanca

di compensare i pieni degli altri

con i miei vuoti

in nome di un equilibrio

ingiusto

che si vuole sempre riaffermare.

E allora voglio restare legata a quel letto

legata alla mia ossessione

con la numero 16 a tutto volume.

E lo faccio scrivendolo

con le dita su questa tastiera

per non dover tornare a sentire ancora

e ancora

e ancora

quel fottuto vuoto

che ho dentro.

La roulette è in movimento

ed io sono la pallina

che gira

gira

veloce

ingannata da una forza centrifuga

che vuole lanciarmi fuori dal gioco

sotto gli occhi della gente

che ride

e mi nasconde l’inganno.

L’inganno di non poter fuggire.

E giro

giro

giro

sfiorando il pelo dell’asfalto

che mi frena

e vuole farmi cadere

su un numero.

Rosso.

O nero.

Non importa.

Perché tanto

Questa volta

non farò vincere nessuno.

Torneranno tutti a casa con le mani vuote.

Perché io mi fermerò

sull’unico numero

che nessuno ha giocato.

Il numero 16.

La mia ossessione.

 

 

Angeli di ali immobili sopra roghi gravidi

succhiami i respiri ultimi

e dopo mangiami”.

 

 

 

 

28 Ottobre 2005

Come l'acqua

Ho voglia

di raccontare

il mio essere donna

che non conosce passato

se sfiora un presente

che la porta sul percorso di un parco

in cui sente solo le sue risa

mentre corre

dispettosa come una bambina

a fianco di un cane

per tornare

e lanciarsi

in un bacio

improvviso

sincero

senza nomi

senza contorno

senza tempo

senza fotografie

se non quel fazzoletto di terra

e quell’angolo di cielo

e quel quarto di cerchio

sull’orologio.

Sono affascinata

Sorpresa

Incantata

da ciò che sto leggendo in questi giorni.

Continuo a leggere pagine

e pagine

e ancora pagine

E mai smetterei di farlo.

E vorrei che si riproducessero senza mai finire

come se avessi trovato acqua pura da bere

e la mia sete fosse inestinguibile.

Bevo e mi disseto

E subito dopo ho ancora sete.

E tocco l’acqua con le mani

ma non la raccolgo

perché so che lei scivolerebbe via

tra le fessure delle mie dita.

Eppure ho la presunzione di sentirne il sapore

e alle volte questo sapore prende forma

come una sensazione

che non sai spiegare

perché la vivi

e ciò che vivi non si può mai spiegare.

Puoi cercare di descriverla

senza renderle giustizia

come il calco di una mano

o la riproduzione di un quadro.

Sensazioni

come emozioni

che restano sospese

come fumo

in una sala da biliardo

sopra il tappeto verde

poco sotto la lampada che illumina

il gioco.

La vita.

E questo disseta

Ed estingue una sete che l’acqua non può spegnere.

Nutre ciò che si trova sotto la pelle

ma non la pelle.

Sazia lo stomaco

come farebbe

un volo di farfalle colorate

senza essere cibo.

Colora anche questa stanza dove ogni cosa

è ancora in bianco e nero.

E solo in questi momenti

hai la prova della sua esistenza.

L’esistenza dell’Anima intendo.

Perché la senti

che freme

dentro

come l’accensione di una moto

che sta per partire

senza sapere

dove la porterà il nastro

sotto le ruote.

In fondo basta partire

senza mete

ma conoscendo solo quel punto

che non ha geografia

segnato sul piano cartesiano

della nostra mente.

Perché ciò che appaga l’Anima

ha il sapore dell’eterno

e l’eterno definisce solo sé stesso

senza vocabolario.

Ma cos’è l’eterno

se non qualcosa che inizia e finisce

con noi?

L’eterno lo puoi sentire.

È un attimo.

Improvviso.

Lo riconosci

e poi scappa.

Ma se riesci a sfiorarlo

puoi riconoscerlo

anche al buio

di una stanza

col soffitto in legno

tra le braccia di un uomo che non ti conosce

ma che tu conosci

a volte poco

a volte tanto.

Non importa.

Un caos di maledette sensazioni.

Quando bevi

e senti che ti piacciono

e vorresti che il rubinetto fosse di acciaio

a prova di ruggine.

E vorresti rimescolare le carte

e lasciar scegliere a lui

una carta

sapendo che ognuna

avrebbe lo stesso seme

e la stessa figura

e la stessa promessa.

La prova che esiste

ciò che va cercando

e che forse dovrebbe solo saper guardare

senza farsi abbagliare

dalla terra

che è terrena

cercando di chiudere tutti i libri

e dimenticare

gli oggetti appesi

e le fotografie scattate.

Sentirsi uomo.

Prima di tutto.

Forte

Debole

Ostile

Fragile

Vero

Bugiardo

Inconcludente

Sognatore

Coerente

Semplicemente perfetto

nella sua imperfezione.

La fede.

Avere fede.

Non in un dio

Ma in sé stessi

Ma soprattutto

fede

nella propria infedeltà di uomo

Che odia

Perché vuole amare.

Che resta indifferente

perché è interessato

Che ama la parola

perché odia il silenzio

e che resta in silenzio

Perché cerca le parole.

Fede.

Nelle sue contraddizioni.

Ma poi l’umano

Schiaccia l’anima.

E la paura

vince.

E ti scopa

come una puttana

che ti chiede i soldi

quando ha finito

e non si cura

di aver cancellato

quel punto

segnato

sul piano cartesiano

della tua mente.

Perché il passato è una carogna

e se gli sei fedele

perdi

la possibilità

di sfiorare l’eterno

che in fondo si nasconde

anche nella banalità

di un quarto di cerchio                                                                                                        su un orologio.

 

 

 

 

24 Ottobre 2005

Un sogno a metà

Ho fatto un sogno questa notte.
Uno di quelli che al mattino ti sforzi di ricordare
e senti il bisogno di scriverlo                                                                                              per non perderlo.
Un sogno talmente vivo nei colori e nei suoni da sembrare quasi vero.
In questo spazio irreale ho conosciuto un uomo.
Sai, uno di quelli che non s’incontrano facilmente.
Ma se li incontri può essere solo per caso.
Capitava che con quest’uomo passavo una notte intera ad ascoltare musica.
Pianoforte
violini
un' orchestra tra le mura
sui libri
sugli oggetti appesi
sul divano
sul legno del pavimento.
E osservavo quest’uomo mentre era intento in qualcosa che lo impegnava
vuoi che fosse una canzone o un pensiero.
Non ricordo.
E non importa.
L’essenziale era rubare
indebitamente forse
la sua immagine.
Lasciandogli credere alla mia distrazione.
E sentirmi libera di osservare
di scattare fotografie come ad un paesaggio che ignora la mia presenza.
Ed era così bello.
I suoi occhi quasi sempre nascosti.
Tranne in pochi momenti in cui li osservavo                                                                       palesi traditori di un intelligenza non comune.
Nel sogno mi chiedevo quante persone fossero state in grado veramente di apprezzarli.
E soprattutto fino a che punto.
Perché come dice Dubert
noi esseri umani non riusciamo mai a gratificarci appieno di ciò di cui siamo già in possesso.
Solo l'attimo della conquista o della perdita
sembrano gratificarci
o mortificarci davvero.
Sembra proprio che si possa solo essere ebbri di vittorie
od umiliati da cocenti sconfitte.
Per questo nel sogno cercavo di gratificarmi
di quegli attimi
senza pensare che sarebbe giunto
il risveglio
a modificare la dilatazione temporale di quella notte.
E di questo sogno ricordo anche una stanza
col soffitto in legno
e un letto con le lenzuola blu.
Ed io che mi vesto seduta sul gradino del balcone
un cielo grigio che si posa come nebbia sullo specchio
tra le mie mani.
Ad un tratto nel silenzio
ho sentito quell’uomo al piano di sotto suonare la chitarra
e seguirne le note pizzicate
con la voce.
Una voce calda come una felpa di lana
come il tepore di un piumone al mattino.
Un risveglio che sa da fiaba,
per me che non ho mai dormito una notte intera abbracciata ad un uomo.
E ricordo che non volevo scendere al piano di sotto
per restare ad ascoltare
e prolungare all’infinito quel momento
quel sogno,
che adesso non riesco nemmeno a spiegare.
Poi capita che dal sogno ti risvegli.
E magari l’indomani ti chiama un amico.
Un amico di quelli che un tempo era qualcosa di più.
E ti dice che diventa papà.
“ma dai, che bello, sono felice per te”
E accuso un leggero colpo che non faccio trasparire dalla voce.
Si, perché sono quelle notizie che ti aspetti
ma che non vorresti mai sapere,
Perché ti fanno rimbalzare indietro nel tempo.
E ricordi quando lui ti chiamava "amore".
Anche se lei già c’era.
Ricordi le innumerevoli telefonate che hanno sempre lasciato acceso il cavo del tuo telefono
come una conversazione mai chiusa
e che ora per certi versi si chiude.
Con un click.
E a quel passato ora ci metti il lucchetto
e puoi scriverlo
serenamente
solo un piccolo nodo allo stomaco forse
come se per un attimo fossi tornata indietro di tre anni.
A quando la paura di quella notizia era una presenza costante.
A quando passasti una notte riversa tra lacrime e lenzuola
piangendo
lasciandoti morire se non fosse stato per un amico
che ti tenne al telefono
sino a farti addormentare.
E la candela sul comodino.
E l’estate oltre le finestre.
Ed ora lui diventa papà.
E non posso non ricordare i pranzi al parco
le uscite clandestine
come i nostri baci.
Le sue poesie
Per me.
E l’ingenuità che avevo nel credere fossero eterne.
E la voglia di pensare che l’amore avrebbe trionfato.
Già. L’amore.
Questo strano sentimento che non si può raccontare
perché se lo traduci in parole lui non esiste.
E allora puoi solo sperare
un giorno
di viverlo.
 

 

 

21 Ottobre 2005

Uno sfogo da digerire

Vuoi sapere come sto oggi?

Da schifo.

Di merda

se vogliamo usare un termine più preciso.

Mi sono voluta ogni cosa.

Dalla prima all’ultima goccia.

Tutto ciò che accade è solo colpa mia.

Non posso gestire gli eventi.

Odio tutto.

Odio tutti.

E soprattutto odio me stessa.

Perché mi sono sempre alimentata di sogni

Al punto da mettere in discussione la mia vita

Il mio lavoro

La mia famiglia

Tutto.

Sono una stronza

Merito che un fulmini mi centri in pieno.

Ho ruotato gli ingranaggi sino a farli usurare

Senza mai lubrificarli

E adesso mi sento così

Come colei che poteva fare qualcosa

Ma non l’ha fatto

Come colei che avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi

Ed invece non ha fatto altro che accelerarli

Rovinosamente

Sino a far marcire tutto.

Ho dimenticato il rispetto

Per me stessa

Ed ora ho perso la mia dignità

E mi faccio schifo

Troppo schifo per potermi riscattare in qualche modo.

Cambiare nome

Via

Città

indirizzo

e partire da zero.

per nascondere a tutti che mi faccio schifo.

Che non mi sopporto.

Distruggo ogni cosa

Per essere fatta come non dovrei

Volevo solo stare bene

Volevo solo essere felice

Volevo la libertà di amare ed essere amata

Ma l’ho cercata nel letto sbagliato

Ed ora posso raccogliere solo la merda che ho seminato

Che ha dato i suoi frutti

Togliendomi persino ciò che mi avrebbe reso umana tra gli umani

Il pianto.

Sostituito dal cinismo.

Dalla freddezza di una luce al neon.

da questi occhi indifferenti

e la pupilla un buco nero

che nuota su uno sfondo di ceramica impenetrabile.

Odio la mia perfetta imperfezione

Odio i giorni che non mi aspettano

E non si fermano per farmi digerire

Facendomi sentire ancora più piccola

E impotente

E assurdamente ripugnante

Con questa merda sulle labbra.

Sono una stronza anche a scrivere tutto questo

Perché alla fine ho sempre bisogno di vedere la sofferenza degli altri per sentirmi fortunata

Sono ripugnante perché sono bugiarda con me stessa

Mi racconto mille cazzate per difendermi

Io.

Le racconto a me.

Per salvarmi.

Per sentirmi meglio.

Perché il meglio c’è sempre.

Lo dicono tutti.

Fanculo questi tutti.

Io non vado bene.

Per niente.

Sono patetica.

Insopportabile

Infantile

Inconcludente

Irrisolta

Ma va bene

Va bene così

Perché tanto so solo compatirmi

Ripugnante

Schifosamente ripugnante

Perché io sono così

Ho sempre bisogno di conferme

Di sentire che valgo qualcosa

Ecco il mio significato alla vita

Capire di essere qualcosa

Per qualcuno

e cercarlo sempre

questo qualcuno

ovunque

per non annegare nel mio schifo

nelle giornate senza senso

vuote

non sopporto più nulla

la filosofia

la scienza

la magia

nulla.

Perché niente mi porta questo qualcuno

Perché non lo trovo da nessuna parte

E alla fine io continuo a farmi schifo

Anche se poi vorrei essere diversa

Da quello che sono

Per quello che avrei potuto essere

Vi odio

Tutti.

Perché non mi fate spazio.

Mai.

E sto bene solo quando sono in macchina

Da sola

Perché è un po’ come essere in alto mare

Su una barca senza remi

Mi sento lontana da tutti

Mi chiudo dentro e se qualcuno mi blocca la strada

Posso decidere di non fermarmi

Posso andare dove voglio

Posso non tornare

Posso girare senza che nessuno mi parli

Mi sento protetta dai finestrini

Dalla lamiera

Dal fatto di saper guidare

Dalla possibilità di decidere

Se fermarmi o meno

E non rispondere.

A nessuno

Stare da sola

E poi penso che il mondo potrebbe essere diverso.

Ma non lo è.

Per questo io esisto.

Perché questo mondo è imperfetto.

Finchè c’è gente come me.

Ed io oggi vorrei solo buttarmi da questa barca

E annegare

Per renderlo forse migliore.

 

 

 

19 Ottobre 2005

Il frastuono di una goccia

Alle volte capita che le parole ti trovino.

E non si spiega il perché.

Ti ritrovi nelle mani un libro, o l’articolo di un giornale, o la prefazione di qualcosa che non ha ancora un titolo.

Accade per caso.

Proprio quando non stavi cercando.

Le parole.

Le leggi.

Le infili nella testa come fossero perline.

Una dietro l’altra. Senza badare ai colori.

Ti chiedi chi possa averle scritte.

Te lo chiedi perché queste parole ti piacciono.

Perché ti fanno pensare che forse non c’è solo merda in giro.

C’è qualcuno che ancora sa pensare.

C’è gente che sa parlare ancora di emozioni.

Di amore.

Senza avere paura di farlo.

Mettendosi a nudo.

Scrivere.

Per percorrersi.

 

E allora pensi.

E rispondi.

Alle parole.

Perché in fondo anche tu ti senti così.

L’unica cosa che non valuti sono le conseguenze.

Del tuo gesto.

Quello di gettare il sasso.

Nell’acqua.

E rompere così la sua quiete.

Perché quello che ti aspettavi erano cerchi.

Concentrici.

Ed invece sono vortici.

Che ti risucchiano.

Cazzo.

Vortici.

E non ti fanno dormire la notte.

Te li ritrovi sotto le coperte.

Dentro la testa.

Che ti scoppia.

Che vorresti staccarti dal collo.

E poi pensi che tutto questo ti ha strattonato.

Come il rinculo di un fucile su una spalla.

Perché barcolli

E scivoli.

Perdendo l’equilibrio.

 

Ogni cosa che dici non fora lo specchio.

Ma rimbalza.

Tornando indietro con maggior forza.

Per colpirti.

Per farti pagare le conseguenze di mille altre fottute parole che non sei stata tu a dire.

Perché ahimè non è facile credere.

In un mondo di bugiardi.

Perchè ci sono sempre meno pittori che preparano una tela bianca da dipingere.

Da zero.

Esistono i preconcetti.

 

Nessuno sa resettare il brutto per saper cogliere il bello.

Così raro.

E ritorno alla tela.

Bianca.

Da dipingere.

Dimenticando quelle già dipinte in passato.

Per non dare nulla per scontato.

Per poter vedere quello che altrimenti non si vedrebbe.

Cogliere il dettaglio.

Che sfugge.

Sempre.

Come l’attimo.

Che ti frega.

Perché si ha paura dei fari.

Delle mezze luci.

Degli abbagli che lasciano solo un’increspatura.

A filo.

Dell’acqua.

Quando ritorna la quiete.

 

 

 

15 Ottobre 2005

La sposa - you're invited

Accade che ho bisogno di scrivere.

Solo che non riesco a mettere in ordine i pensieri.

Ruotano.

In senso contrario.

E girando al contrario si trasformano in incubi.

Che vorrei aspirare con il drago aspiratutto.

Quello dei car wash fai da te.

Quello che ti aspira ogni cosa, anche le monete finite sotto i sedili della macchina.

 

Ho comprato un abito da sposa. Nero.

In realtà non è un vero e proprio abito da sposa.

Ma è così che mi sono sentita quando l’ho provato.

Una sposa.

La sposa di nessuno.

Quella a cui non si promette mai niente.

E non si fanno progetti.

Quella per la quale si usa sempre il condizionale.

Quella alla quale dover dire solo mezze verità.

E le parole si cancellano con l’acqua.

Come i tatuaggi che si trovano nelle patatine.

Quella da sfamare con le briciole di tempo rubato.

Quella che non può chiedere. O pretendere.

Niente.

Ma solo accettare.

Quella che non si può permettere il lusso di amare.

Quella che alla fine deve morire con il suo abito da sposa nero.

Addosso.

Morire.

Con tutte le promesse non mantenute.

E un bouquet di rose rosse.

Come il sangue.

Io, la sposa di nessuno.

Mentre resto seduta per terra, con la testa tra le mani.

E intorno a me si alza il vento. Le foglie cadute cominciano a danzare in tondo come gli unici invitati al banchetto. Della mia solitudine.

I capelli sciolti lungo la schiena. Fili d’oro senza piega.

E solo un pianoforte accompagna la ruota del mio abito. Lungo sino ai piedi.

Un coro di angeli sulle note di quei tasti illuminati da uno sciame di lucciole.

Io, la sposa.

Con la mia torta a metà.

Con un solo calice per brindare.

Io, la sposa.

E rubo il mio viso riflesso sul fondo del bicchiere.

Lo specchio di ciò che sono e che non vorrei essere.

Mentre il cielo riversa su di me pioggia fredda.

Lacrime.

Quelle che non so più versare.

Come gridare senza emettere suono.

Incubi che ruotano.

Ed io vengo risucchiata all’interno di questo vortice.

Una mulinello di incubi neri.

Spirali che mi stritolano la vita. E le braccia. E le gambe.

E non mi posso muovere.

Mentre sento i click di scatti fotografici che nessuna camera oscura potrà mai rivelare.

Negativi in bianco e nero.

Mentre al di fuori di questi cerchi si trovano i colori.

Ed io non sopporto il colore se dentro sto di merda.

Voglio che sia tutto in bianco nero. Io.

Nero come il mio abito.

 

Perchè alla fine sono sempre alla ricerca.

Di qualcosa.

Qualcosa che non trovo mai.

Così un giorno mi fermo. E capisco che sono stanca di cercare.

E di dare.

Già. Perché io sono anche la sposa che deve sempre dare.

Senza mai chiedere nulla in cambio.

Dare, cazzo.

Sempre.

Mi si fa assaggiare il gelato e poi me lo si toglie di bocca.

Senza nemmeno darmi una spiegazione.

E allora il mio corpo si fa più piccolo. Mentre l’abito si affloscia per terra.

E ritorno bambina.

E ritorno a sognare.

E nei miei sogni quell’abito è bianco.

E il riflesso sul fondo del bicchiere è l’emozione dei miei occhi.

Lucciole danzanti su corolle luminose.

Allora penso. Ancora.

Dannazione.

E penso che forse io sono bella anche con quest’abito nero.

Seta e tulle che mi fasciano il corpo sulle note di un improbabile e romantico walzer notturno.

Le stelle mie testimoni.

Mentre la Luna celebra le nozze.

Le belle di notte tutte intorno.

E queste parole il mio anello.

Fedele alla sua promessa.

Di consacrarmi comunque sposa.

La sposa di nessuno.

 

 

 

 

 

11 Ottobre 2005

Cuore in scatola

Il sole mi perfora la guancia e l’asfalto scivola sotto le ruote come il nastro trasportatore di una catena di montaggio.
Io, pronta per essere confezionata e spedita chissà dove.
A volte mi chiedo se finirò sullo scaffale di un supermercato, magari dietro a decine di file di prodotti come me. Carne in scatola. Che nessuno compra.
E finirò per scadere.
Sullo scaffale.
Magari anche con un principio di muffa.
I chilometri macinati nei giorni scorsi sono serviti solo a svuotare il serbatoio della macchina.
Cazzo. A furia di fare benzina accumulerò quantità industriali di bollini.
Mi prenderò tutti i premi della Esso e venderò le macchinette del caffè via internet.
Dicevo. La strada. I chilometri.
E la musica a tutto volume. Fuori dall’abitacolo guardavo scorrere il paesaggio come fosse lo sfondo di un film muto.
L’unico rumore assordante era quello del cd.
E dei miei pensieri. Sulle note del cd.
Sono partita con l’aspettativa di liberarmi.
Dalle catene che mi stritolano il cervello.
Mai crearsi aspettative.
Servono solo a ispessirle. Le catene intendo.
L’unica immagine rimastami spillata nella mente è quella del sole al tramonto. Una palla infuocata al di là del vetro, incastrata tra gli sportelli del casello autostradale. Incorniciata tra le sbarre bianche e rosse. Anche il sole in prigione. Proprio come me. Dietro le sbarre.
Certe volte mi capita di immaginare che una di queste scenda sulla mia macchina come una ghigliottina. Se non sono abbastanza veloce ad ingranare la marcia e partire.
O che non si apra.
Allora immagino di sfondarla. Come in uno di quei film d’azione. E andare oltre.
Forare la realtà. Togliere il nylon alle cose, riscoprirne i colori.
E gli odori.
Quando cerchi le risposte, difficilmente le trovi.
Io forse sono solo assopita.
E aspetto il risveglio. Da questo incubo. Che non finisce. Che non mi lascia in pace. Che mi insegue. E corre veloce dietro di me. che ho le gambe dolenti. Che mi voglio fermare. E sdraiare. Su una spiaggia. Deserta. E aspettare che il cuore rallenti la sua corsa impazzita. E sentire l’energia del sole sulla pelle. Sentire che sta bruciando anche la mia pellicola. Anch’io prodotto incellofanato dalla diabolica catena di montaggio.
Con il naso schiacciato dal nylon estensibile. Con le mani bloccate lungo i fianchi.
Con il cuore chiuso in una scatola di alluminio come una simmenthal. Con l’apertura sul coperchio.
Che sino ad oggi si è rotta in mano a tutti coloro che hanno cercato di aprirla. La scatola.
E non avevano l’apriscatole nel cassetto.
Così il mio cuore è tornato sullo scaffale del supermercato. In attesa di essere comprato.
Da chi forse possiede questa fottuta chiave. In grado di aprire questa fottuta scatola di metallo.
Che mi stritola il cuore.
E le vene. E fa male.
Perché non è mai stato lì il suo posto.
E soprattutto non è in vendita.
Lui.

 

 

 

 

7 Ottobre 2005

Free shit - Download it

 

A volte vorrei mettere in vendita la mia vita. Mi chiedo se la comprerebbe qualcuno.
Mi immagino distesa su una di quelle bancarelle al mercato, insieme ad altre vite in vendita.
Con uno cartello spillato sul petto. “In saldo”.
Mani grasse che mi toccano, che mi alzano, che mi girano, che mi dimenano. Mani sporche sui vestiti. Mani sul seno. Mani sul sesso. Umido.
E sento voci morbose che chiedono al venditore con quanti uomini io sia andata a letto. Quante labbra mi abbiano baciato. Se i lividi sulla pelle siano morsi. Di cannibali.
"Si, cazzo. Sono morsi" - vorrei gridare.                                                                              Mentre resto distesa con le corde vocali sanguinanti.
"I morsi della gente come te che vai in giro a vendere fumo come fosse aria buona."
Fottuti ladri di vite.
Avete rubato anche la mia.
Vita a poco prezzo signori, affrettatevi.

Sento che devo cambiare alcuni pezzi.
Di me.
Non basta più aggiungere olio agli ingranaggi. Qualcosa non va.
Vanno sostituiti i pezzi difettosi. Perché non riesco più a filtrare i fondi di quello che mi accade.
Non riesco a fare a meno di scivolare sullo sputo della gente.
Ecco. Forse è questo il punto. Mi manca il filtro. Per i fondi.
Il setaccio per tutto quello che mi fa star male.
Quindi sarò io a sparire dalla vita degli altri.
E non avrò bisogno di cambiare indirizzo. O cancellare questo spazio. O chiudere un numero telefonico.
Sparirò e basta.
Lasciando le orme dei miei passi impresse su questa cazzo di terra che ho calpestato.
E voluto. E amato.
Lascerò i miei fottuti segni. Ovunque.
Come i tacchi di una puttana conficcati sull’asfalto morbido di un marciapiede.
Tracce di chi ha camminato tanto.
Senza aver mai cambiato indirizzo.

Una mosca fuori stagione cammina sul bordo del mio monitor.
M'infastidisce e tento di mandarla via.
Ma ritorna.
A posarsi su questo schermo.                                                                                                E resta ferma, immobile, osservando il sangue avvelenato che esce dalle mie dita.
Poi sulla piega di questo foglio si pulisce le zampine.
Dall’inchiostro.
Di queste parole.
Che forse non sono altro che merda.
In omaggio.
Con la mia vita in vendita.

 

 

 

 

27 Settembre 2005

Mani

 

Talvolta appoggio le dita sui tasti del mio computer, come fossero quelli di un pianoforte.
Ma io il piano non lo so suonare.
Li sfioro come fossero bottoni di una camicia, tentando di indovinare quale sarà il primo ad essere slacciato. O premuto.
Il via.
Lo sto ancora aspettando.
In attesa di un fischio che decreti la partenza. Intanto resto in posizione, con i nervi semitesi e l’udito sulla soglia. Il tempo scorre,
la clessidra girata sulla scrivania resta capovolta nella sua totale indifferenza. Odio il tempo, perché l’abbiamo inventato noi.
Non è mai abbastanza. Ti senti vecchio prima ancora di esserlo.
Tutto scade domani. Devi correre. Perennemente in ritardo. Su tutto.
In ritardo con la vita.
Ho conosciuto un uomo. Tempo fa.
Un uomo che aveva coraggio. Di credere. Credere che le sue mani avrebbero potuto cambiare la forma delle cose. Un uomo che è riuscito a convincermi che se avessi guardato il cielo, nelle notti di luna, chiedendolo con la convinzione e l’audacia di un guerriero, le cose sarebbero cambiate. Davvero.
Ed io gli ho creduto. Sul serio.
Quest’uomo è diverso. Diverso dagli uomini che ho conosciuto.
E amato.
Vorrei odiarlo per questa sua diversità.
Perché accentua le mie necessità.
Ed io mi riscopro ad avere bisogno di mani.
Nelle mie mani.
Conto gli anni che ho vissuto. Conto le foto che ho scattato. E ancora c’è bisogno di mani.
Per raccogliere i fiori. E la sabbia. E la polvere d’oro che ho in tasca, quella che qualcuno ha messo lì a mia insaputa.
Mani sopra i jeans. Mani sulla schiena. Mani sotto la gonna. Mani sul cuore.
Ho bisogno ti toccare e di essere toccata.
Il tatto.
Sentire i sensi che sbocciano. E fantasie che si appagano.
Cerco di disegnare lo spazio di questa stanza. Le mura, le finestre, gli stipiti delle porte.
Mi fanno sempre la solita domanda. Quando te ne vai.
Quando me ne vado. Rispondo con un silenzio imbarazzato e per nulla esauriente.
 Me ne andrò quando a nessuno importerà più di chiedermelo.
O quando qualcosa decreterà il via.
Ultimamente il tempo è fermo su pensieri che scorrono troppo veloci per essere afferrati.
Io, in fondo, so cosa vorrei. Io lo so. Ma non lo dico. Mi difendo.
Perché ciò che vorrei presuppone qualcosa che non posso gestire. Non da sola.
Qualcosa che non posso veicolare con le parole o con le semplici azioni.
E ritorno alle mani.
Che vorrei.
Mani calde. Vere. Incise sulla pelle, scolpite sui miei fianchi.
Ho bisogno di quelle mani.
Sicure. Che non hanno paura. Che promettono. E rassicurano.
Non mi bastano le ombre.
Esse appagano solo il sonno.

Talvolta mi assento. Attorciglio i capelli tra le dita, volgo lo sguardo altrove.
Verso un punto che non si può definire, un punto senza coordinate.
E allora penso. Ma non riesco a parlare. E scrivere.
Riesco solo a voltare lo sguardo verso il suo.
E fissarlo, con la vana speranza che lui possa rispondermi senza che io chieda.
In fondo cosa dovrei dire? Cosa dovrei chiedere?
Lui conosce già le mie domande.

 

 

 

19 Settembre 2005

La moneta

Credo all’istinto.
E credo alle sberle in faccia, ai colpi allo stomaco,
alle parole che tagliano.
Tutto ciò che fa male si percepisce con una sensibilità stranamente sottile e penetrante.
Il dolore tende i nervi come le corde di un violino,
e basta sfiorarle per emettere un suono.
Rumore.
Dolce o stridulo. Dipende dalla mano. Dipende dalle parole.
Che pizzicano.
E tagliano.
Soprattutto quando non sono quelle che vorresti leggere.
O sentire. O immaginare.
E a quel dolore ci credi. Perché lo senti.
Come l’ago di una siringa che ti fora la pelle.
I sensori dell’anima si accendono. E l’Anima sfodera la spada.
Si, l’Anima.
Che si difende.
E si barrica dietro decine di sacchi colmi di sabbia.
Una trincea di silenzi.
Dietro parole che pensi e che non dirai.
E parole che invece dici ma non pensi.
Se solo non sentissi dolore.
E’ un meccanismo di difesa.
Come avviene tra le cellule di una ferita aperta.
Piastrine. La difesa dell’Anima.
Perché il dolore punge.
Ed ha un rumore.
Quello di una moneta.
Che cade a terra.
E scompare.
Sotto pesanti sacchi di sabbia.

 

 

 

 

14 Settembre 2005

Come la leggenda di un fiore

 

Mi sono svegliata alle sei questa mattina. All’improvviso.

Con la sensazione fosse tardi.

Ma erano solo le sei.

Ci metto un attimo a riscoprirmi sola nel letto. Un’altra volta. Forse l’ultima. E mi riaddormento, dopo aver controllato per l’ennesima volta la sveglia.

E sogno. Un sogno che mi agita, ma che sfuma in un palpito, quando mi accorgo che sono quasi le nove, ed è tardi, ed io dovrei essere già in ufficio, e da un momento all’altro potrebbero chiamarmi a casa, e mi devo ancora vestire, e lavare. Dieci minuti e sono in macchina, la radio accesa. In coda, al semaforo che non raggiungo mai.

E penso.

Penso alla leggenda che ho letto qualche giorno fa.

Quella che si perde nella notte dei tempi, quella dei fiori più belli.

Le belle di notte.

I fiori.

Quelli che fanno compagnia alle stelle. Quelli che colorano il buio. E la notte. E la solitudine. E me.

C’è un vaso oltre il mio terrazzo. Un vaso di quelli rettangolari di pietra bianca, o cemento, di quelli pesanti. Un vaso grande. E dentro questo vaso c’è un ceppo enorme di fiori. Colorati.

Anni fa chiesi che fiori fossero. Non li avevo mai visti.

Le belle di notte.

I fiori notturni, che dischiudono i loro petali quando tutti gli altri si chiudono. E dormono. Nelle notti d'estate.

I fiori che sorridono alla Luna.

I fiori dei pittori insonni.

Mi sono sempre piaciuti. Dico sul serio. Affascinata dal loro mistero.

E dalla loro solitudine che, in fondo, è anche un po’ la mia.

I loro colori sono solo per i poeti, per la Luna e per me, appoggiata con i gomiti al parapetto del terrazzo, mentre fumo una sigaretta. E sogno.

E quelle campanule colorate lì. Davanti a me. Gialle, arancioni, fucsia.

Aperte per me.

Solo per me, che divento lucciola anch’io come Violet, con la sigaretta tra le dita.

Il resto solo verde scuro. E nero.

Dicevo, la leggenda.

Si dice che la Luna scese sulla terra attratta e commossa dal pianto di una lucciola.

Cos’hai lucciola mia, perché piangi tutte le notti rattristando le stelle? Sono infelice signora Luna, perché non esiste un fiore aperto di notte che mi possa accogliere, ed io un giorno morirò.

Con questo sogno tra le ali.

La Luna commossa si strappò una ciglia, la prese tra le mani e la posò a terra .

Come d’incanto cominciarono a spuntare foglie.

Le foglie presero a germogliare, d’improvviso una gemma si schiuse e fece capolino un bel fiore giallo e fucsia.

La lucciola commossa ringraziò la Luna per quel regalo.

E volò sui suoi petali, dove morì felice.

Un fiore.

Per le lucciole.

Le belle di notte.

Anch’io ho un sogno.

Trovare un fiore. Che si apra solo per me.

Sul quale posarmi. E vivere. E un giorno morire

E soprattutto che oggi spenga questo pianto silenzioso.

Il pianto della mia Anima. Lucciola.

Nelle notti di Luna.

Mentre resto con i gomiti appoggiati al parapetto del balcone.

Guardando le belle di notte.

Dentro al vaso di pietra, davanti a me. 

 

 

 

 

 

 

9 Settembre 2005

 

Arcobaleni iridescenti

 

 

Scrivere. E lasciare tracce.

Come tante briciole di pane, ad ogni passo. Tracce da seguire.

E’ un gesto consapevole, una silenziosa richiesta di mani che raccolgano quelle briciole,

solo pezzi di pane.

Pezzi di me.

A volte mi chiedo chi raccolga queste briciole quando, girandomi all’improvviso,

non le vedo più.

E dietro di me resta solo la strada, quella già percorsa, battuta, calpestata.

A volte mi chiedo se tutto questo sia inutile, o se invece abbia un senso.

E se un senso ce l’ha, mi chiedo dove voglia portarmi.

La paura.

Di perdermi.

Di non poter più tornare indietro.

E allora lasciare briciole. Parole. Un filo.

Non posso girarmi. Le briciole non ci sono più.

Forse è stato il vento, a disperderle. O la pioggia, a consumarle.

O forse queste tracce esistono solo nella mia mente.

Il filo di Arianna.

Un filo rosso. Quello lo puoi tirare. E se lo tiri io lo sento. E mi giro.

I miei occhi parlano, le mie dita sfiorano, ma non toccano.

Come in una danza e un pianoforte malinconico di sottofondo.

Oggi pioveva, a dirotto.

Ed io ero sotto un rinfrescante diluvio di fine estate. Il viso, le braccia, i vestiti bagnati.

Anche l’anima, bagnata.

Ho sfilato la maglia, la gonna, gli indumenti più intimi e sono rimasta nuda.

Sotto la pioggia. Nuda.

Le braccia aperte e le mani rivolte verso il cielo. Il cielo che piange, mentre io non riesco più a farlo.

A piangere.

Resta tutto dentro, come un libro che ho finito e che non so spiegare. Come un nodo che non riesco a sciogliere.

Come tutto quello che non riesco a dire, e comprendere, e ascoltare.

Rimane ingabbiato, sotto la pelle, mentre l’acqua mi puntella il cuore, e rimbalza sulle viscere,

come la corsa di un bimbo tra le pozzanghere. Davanti a me non più la strada, ma solo specchi d’acqua piovana,

colorata dallo scarico del mio cuore, che lascia arcobaleni.

Arcobaleni iridescenti.